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LE OPINIONI

IL COMMENTO Elogio dell’artigianato e dell’agricoltura, ma…

Nel precedente articolo di venerdì, mi sono occupato della nuova stratificazione in classi della società. Oggi intendo intrattenervi con una riflessione su due categorie di lavoratori del braccio: artigiani ed agricoltori. Gli artigiani hanno subito in decenni il pregiudizio secondo cui il loro sarebbe un lavoro di scarso impegno mentale. Perfino un grande filosofo tedesco, Martin Heidegger, si spinse a dire che “gli artigiani non pensano”. Oggi le cose vanno un po’ meglio, già nel 1997, il sociologo e filosofo Richard Sennet, statunitense, coniuge di Saskia Sassen (altra sociologa di fama mondiale), scrisse “L’uomo Artigiano”, primo tomo di una trilogia dedicata alla “cultura materiale”. Per Sennet, il lavoro artigiano contiene il massimo dell’eticità, in quanto è il prodotto della curiosità e della creatività, che non stimola concorrenza spietata ma piuttosto “complementarietà” tra arti diverse. Naturalmente, il professore è consapevole che gli artigiani moderni vanno ridefiniti e reinquadrati, soprattutto alla luce dei progressi della tecnologia. Oggi ci sono anche artigiani del software, tecnici della medicina, esperti della logistica.

Tutte queste nuove forme di “artigianato” comportano collaborazione che, sul piano sociale, si traduce in coesione, a differenza di molti lavori “seriali” e industriali che producono “alienazione”e stimolano consumismo ed omologazione di gusti ed acquisti. Sennet ci tiene a sottolineare un altro aspetto: oggi vanno molto di moda (soprattutto sollecitati da TV e stampa) i cosiddetti “esperti”. Sentiamo tronfiamente sproloquiare e contrapporsi medici, economisti, politologi, che a volte non hanno reali conoscenze sul campo, hanno “l’expertise” ma non l’esperienza, la competenza teorica ma non la pratica. Ora, venendo alla nostra realtà locale, come siamo messi ad Ischia nel campo dei lavori artigianali? Alcuni (del tipo “artigianato artistico”) sono spariti: la lavorazione della creta, della rafia, della seta, della lana; altri si sono arricchiti, al netto della pandemia (idraulici, elettricisti, meccanici, fabbri, barbieri e parrucchieri); altri ancora, spaccati a metà tra chi si è saputo adeguare a materiali e tecniche moderne (falegnami, serramentisti, pavimentisti, marmisti) e chi è rimasto al palo per mancanza di prezzi e materiali competitivi. In tutti questi settori tradizionali, però, si corre il rischio di non essere in grado di passare il testimone a giovani generazioni. Ricordate i “ragazzi di barbiere”? Quelli che dovevano umilmente, scopa in mano, apprendere l’abilità del mestiere? Ne trovate qualcuno oggi dal vostro barbiere o parrucchiere? E quanti sono propensi ad imparare i mestieri di idraulico ed elettricista?

Di contro, se andiamo a ben vedere, i giovani ischitani (quelli che decidono di restare sull’isola) sanno inventare nuove manualità e nuove forme di artigianato: che cos’altro è la passione per la cucina, che affascina molti giovani? Creare un piatto nuovo o semplicemente fare una buona pizza o confezionare un panino fantasioso? Che cos’altro è, se non lavoro artigianale, condurre i turisti ad esplorare colline, mari, scavi archeologici della nostra isola? Che cos’altro è, se non artigianato artistico, fare il fotografo di cerimonie o che cos’altro è organizzare il wedding? Gestire una palestra, addestrare ragazzi e ragazze alla danza o alla musica? Che cos’è, se non artigianato, riparare computer o telefonini? Sono tutti lavori che rifuggono l’omologazione consumistica e vanno alla ricerca dell’individualizzazione di scelte e comportamenti. Gli alberghi o negozi (industria e commercio) dovranno sempre per forza competere all’interno delle loro categorie; l’artigianato no, perché ogni prodotto, ogni creazione, ogni passo di danza, ogni piatto di cucina, risulterà sempre diverso dagli altri. Sarà sempre inimitabile, anche nell’imperfezione. In quanto tale, l’artigianato può ancora dare una mano decisiva all’isola d’Ischia, che ha maledettamente bisogno di esclusività, originalità e caratterizzazione, per non rimanere schiacciata nella morsa di un turismo volgare e massificato.

Un discorso a parte merita anche l’agricoltura, che non può essere che moderna. L’agricoltura oggi copre il 42% della superficie italiana, con 12,8 milioni di ettari coltivati (+ 4,9% negli ultimi 10 anni). Occupa 1.057.000 operai agricoli di cui il 90% a tempo determinato e 10% a tempo indeterminato, con una percentuale del 53% della manodopera concentrata al sud. C’è un’agricoltura di sussistenza, quella per intenderci che crea l’orticello nel proprio giardino, per il soddisfacimento del fabbisogno familiare, che è eticamente apprezzabile perché rende felice e soddisfatto chi la pratica. Ma c’è anche un ritorno dei giovani all’agricoltura come attività imprenditoriale, in particolare con l’utilizzo di moderne tecniche di coltivazione, che è un importantissimo corollario per un turismo sostenibile e di qualità. Ultimamente sono molti i terreni che, da abbandonati o incolti, sono stati ripresi e ricondotti all’agricoltura. Manca ancora il sostegno delle amministrazioni locali, che dovrebbero implementare una vera e propria operazione di conciliazione tra domanda ed offerta di terreni attualmente incolti o abbandonati. I Comuni dovrebbero, con un’operazione di “moral suasion” intermediare la cessione temporanea dei terreni non coltivati, al Comune (che se ne fa garante verso i proprietari) per assegnarli a cooperative di giovani, disposti a curarli, compensando in natura il cedente. Tutto bene dunque per l’artigianato e per l’agricoltura? Sì, a patto però che l’agricoltura soddisfi un requisito che, in passato, non ha avuto e cioè la “coesione sociale”.

I vecchi agricoltori, ad Ischia, ma anche altrove, hanno avuto sempre la tendenza all’isolamento, alla difesa egoistica del pezzo di terra, che li ha spesso portati ad una litigiosità con confinanti, molto spesso pretestuosa. Oggi l’agricoltura, soprattutto nella forma di cooperazione, deve svolgere un ruolo di “aggregatore sociale”. L’artigianato deve sfuggire da un altro tipo di limite: la tendenza a “gabbare” il fisco che, conseguenzialmente, finisce con “gabbare” anche artigiani che invece versano allo Stato il dovuto e che perciò risultano vittime di concorrenza sleale.. Ecco, se agricoltori e artigiani sapranno sfuggire ai rispettivi limiti, potranno davvero contribuire ad un nuovo sviluppo (e questa volta accompagnato da effettivo progresso) dell’isola d’Ischia. Mi piace chiudere quest’articolo con alcuni versi del più grande poeta arabo: Gubran Khalil Gubran (meglio conosciuto come Gibran ), di origine libanese. La poesia è intitolata Amo il lavoro: “Tra tutti amo l’artigiano. Amo chi sfida il pensiero/ e dall’utile argilla dà vita a nuova forma./ Amo chi l’albero nuovo accanto al melo avito pone in giardino/ Amo l’uomo che coglie legna secca e abbandonata, per farne una culla o una chitarra melodiosa/ Amo il fabbro che sull’incudine, al colpo del martello, versa sangue/ Amo il sarto che cuce vesti con fili di luce intrecciati dagli occhi/ Amo il falegname, che ad ogni chiodo sotterra un frammento della sua volontà/”. La poesia continua con l’elogio di altri artigiani e conclude: “Amo lo sguardo fiero e libero”.

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