IL COMMENTO Esposti: Ischia annega nella massa

DI RAFFAELE MIRELLI
Ischia è esposta. Troppo, priva di riparo. Ad agosto l’esposizione geografica diventa esposizione economica, mediatica e perfino morale. L’isola viene mostrata, venduta, attraversata, occupata. E noi, invece di proteggerla, sembriamo impegnati a offrirne ogni centimetro al mercato. Quando Ischia finisce sui media nazionali per un abuso edilizio, una rissa, una spiaggia occupata o una festa organizzata senza regole, ci indigniamo per l’immagine che viene restituita. Ce la prendiamo con chi denuncia, con chi racconta, con chi «fa fare brutta figura all’isola». Ma la domanda dovrebbe essere un’altra: è colpevole chi espone il male o chi lo compie? Questi fatti non nascono oggi. Sono il risultato di un territorio caricato per anni di un peso che non può sopportare. Abbiamo trasformato agosto in una prova di resistenza: per le strade, per le spiagge, per i servizi pubblici, per il mare e per chi qui continua ad abitare. Vogliamo dare il massimo in tre mesi, qualche volta in due settimane, come l’orso che si abbuffa prima del letargo. Mettiamo soldi in cassa per sopravvivere all’inverno, non per costruire una comunità capace di vivere tutto l’anno.
La parola “turismo” non basta più a descrivere ciò che accade. Nel suo significato più autentico, il viaggio presuppone curiosità, attraversamento, rispetto: il movimento di chi desidera conoscere e abitare temporaneamente un luogo. Quella di agosto assomiglia invece, troppo spesso, a un’occupazione prodotta dagli egoismi individuali. Ognuno reclama il proprio spazio: l’ombrellone lasciato abusivamente sulla spiaggia libera, lo yacht dentro la baia, l’automobile ovunque, la musica oltre ogni limite durante la notte, il tavolo, il parcheggio, la fotografia da mostrare. Ma sarebbe troppo comodo attribuire ogni responsabilità a chi arriva. Un territorio viene invaso soprattutto quando prima è stato svenduto. Ischia è diventata una meta ambita ma malvestita: desiderata dal mercato, eppure priva dell’ordine politico necessario a sostenerne il successo. Per anni abbiamo chiamato amministrazione una gestione approssimativa fondata sulle appartenenze, sulle amicizie, sul seguito personale. Quel modello ha esaurito perfino la propria capacità di nascondere i danni. Il voto di scambio, il clientelismo, i consigli comunali privi di un’opposizione reale, il personalismo scambiato per consenso non producono più neppure stabilità: lasciano soltanto un’acqua torbida nella quale ormai siamo immersi tutti.
Alle prossime elezioni non basterà cambiare qualche nome né affidarsi a chi si presenta come salvatore. Servono persone solide, competenza tecnica e struttura culturale; soprattutto serve una visione condivisa tra i sei Comuni. Un Comune non è la proprietà di chi lo amministra: è fatto dalle persone che lo abitano. Occorrono limiti riconoscibili per uno spazio fragile e un’idea di sviluppo che non confonda il numero con il valore, l’affollamento con la prosperità, l’esposizione mediatica con il bene comune. La domanda resta aperta: dov’è la politica che dovrebbe governare tutto questo? E dove sono gli ischitani che amano la propria terra senza trasformarla in uno strumento di guadagno, celebrità ed esposizione personale? Ci entusiasmiamo per uno yacht, una serata affollata o una festa di paese proclamata successo politico. Poi arrivano le risse, gli abusi, il traffico, le spiagge sottratte e il collasso dei servizi. Ogni episodio viene raccontato come un fatto isolato, mentre appartiene alla medesima disarticolazione. Mi chiedo, in modo forse puerile, perché chi si ostenta nelle fotografie dei presunti successi non compaia mai nei luoghi della disfatta sociale, del degrado e della svendita.
Come si fa ad ascoltare senza rammarico una persona anziana che racconta di non poter uscire la mattina presto perché viene presa di mira e minacciata da giovani delinquenti che razziano le strade durante la notte? Come si sente un genitore quando deve far uscire un figlio o una figlia in questi giorni? E come ci sentiamo noi tutti quando abbiamo ormai assorbito l’abitudine di dire: «Ad agosto non esco. Meglio restare a casa»? Faccio allora una domanda semplice a chi è arrivato fin qui senza trovare risposte, come me, mentre prova a leggere la nostra realtà: sono l’unico a pensare che non sia giusto vivere la propria terra in questo modo? Soltanto perché non possiedo un albergo, un ristorante o un’attività di noleggio, devo considerare inevitabile che in agosto la mia isola non appartenga più a chi la abita?
I problemi nei quali da sempre annaspiamo hanno una radice comune: abbiamo lasciato la politica nelle mani di chi ritiene di saperla fare soltanto perché riesce a raccogliere voti. Ma il consenso non è ancora governo, così come l’incasso non è ancora sviluppo. Difendere Ischia non significa aggredire chi ne racconta le ferite. Quella non è difesa: è l’esasperazione di un’incuranza diventata parola sgrammaticata. Difendere significa stabilire che cosa non è in vendita, quale peso il territorio può sostenere e quale forma di ospitalità sia compatibile con la vita dei residenti. Ischia non sta fallendo perché gli altri la desiderano. Sta fallendo perché noi non sappiamo ancora decidere come debba essere desiderata. Abbiamo lasciato agli altri il compito di raccontarla, perché abbiamo progressivamente smesso di guardarla. Accettiamo lo sguardo esterno quando ci celebra e lo respingiamo quando mostra ciò che abbiamo tollerato. Ma difendere un’isola non significa salvarne l’immagine: significa impedire che la realtà venga distrutta mentre l’immagine continua a essere venduta. La responsabilità è di tutti, ma soprattutto di chi crede che le cose possano cambiare e decide ugualmente di restare seduto. Le persone dotate di visione e competenza sono molte. Ciò che manca è il coraggio di dire no, di alzarsi dalla sedia e di mettersi in gioco senza esaltare il proprio ego e senza immaginarsi salvatore. Un’isola non è una merce esposta in vetrina. È una responsabilità comune. È tempo di scegliere se continuare a esporla o, finalmente, prendercene cura.
* FILOSOFO E PSICOLOGO





Ha perfettamente ragione: non si può delegare tutto alla politica, occorre che ognuno faccia la sua parte.
Altrimenti è meglio tacere!