LE OPINIONI

IL COMMENTO Essere sindaco a Procida

Di Giorgio Di Dio

Con il rumore lieve delle barche che urtano i parabordi e il respiro irregolare del porto nelle ore incerte dell’alba, Procida appare come un organismo minuto e vigile, sospeso fra la grazia e la resistenza. L’isola ha la misura delle cose preziose e vulnerabili: appena 4,26 chilometri quadrati abitati da poco meno di diecimila persone, una costa frastagliata, una trama di vicoli, gradoni, approdi e terrazze che fanno pensare a una civiltà costruita con pazienza, quasi in difesa di sé stessa. Governarla significa abitare una frontiera sottile, dove il mare non è mai soltanto orizzonte, ma anche vincolo, misura, giudizio.

Essere sindaco qui non equivale a reggere un’amministrazione come in un comune qualsiasi. Significa piuttosto misurarsi ogni giorno con la densità di un luogo che vive in stretta prossimità con i suoi limiti. A Procida tutto si amplifica: un guasto alla rete idrica, un disservizio nei collegamenti, una mareggiata fuori stagione, una pressione turistica mal distribuita. Ogni evento, anche il più ordinario, assume un’eco più ampia, perché in un’isola la distanza tra la cosa e la sua conseguenza è breve, a volte brevissima. E il potere, qui, non ha mai il lusso dell’astrazione.

La struttura stessa dell’isola racconta questa complessità. Marina Grande, Corricella, Chiaiolella, Terra Murata,e le altre contrade non sono soltanto nomi geografici: sono temperamenti, memorie, funzioni, piccole patrie interne che convivono in un equilibrio delicato. Il borgo dei pescatori, con le sue case colorate affacciate sul mare, custodisce un’immagine di Procida che ha attraversato il tempo e il desiderio dei visitatori; Terra Murata, con la sua altezza severa e la sua antica difesa, il suo costone fragile, ricorda invece che l’isola è stata anche rifugio, presidio, barriera contro l’instabilità del mondo esterno. Vivara, separata e insieme vicinissima, aggiunge a questo paesaggio la sensazione di una soglia, di un frammento ulteriore di natura e silenzio.

Amministrare un luogo simile significa tenere insieme bisogni che spesso si contraddicono. Da una parte la tutela del paesaggio, dell’identità marinaresca, della vita lenta e riconoscibile che rende Procida unica nel golfo di Napoli; dall’altra la necessità di garantire servizi, mobilità, sicurezza, manutenzione, accoglienza, gestione dei flussi, sostegno all’economia locale: la tenuta di una rete idrica alimentata da due condotte sottomarine, la regolarità dei collegamenti via mare con Napoli, Pozzuoli e Ischia, il sostegno alla piccola pesca locale che resiste nel tempo. Il sindaco si trova così a mediare fra il tempo lungo dell’isola e il tempo breve delle urgenze, fra la memoria di una comunità che si riconosce nei propri luoghi e la pressione continua di un presente che chiede risposte immediate. E ogni risposta, in un contesto così ristretto, non è mai neutra: modifica l’equilibrio generale, incide sugli umori collettivi, lascia una traccia visibile.

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A rendere ancora più delicato questo equilibrio è il ritmo stagionale che scandisce la vita dell’isola. D’inverno Procida si raccoglie su sé stessa: le strade si svuotano, alcuni negozi abbassano le saracinesche, la popolazione residentetorna a misurare la propria reale consistenza. D’estate, al contrario, l’isola si dilata: i traghetti scaricano ogni giorno migliaia di visitatori, molte case si riempiono di affitti brevi e la pressione su acqua, rifiuti, viabilità e ordine pubblico cresce in poche settimane fino a un punto quasi insostenibile. Amministrare Procida significa dunque governare due isole diverse cucite nello stesso corpo: quella silenziosa e reale dell’inverno, fatta di famiglie, pescatori e classi scolastiche sempre più esigue; e quella affollata e temporanea dell’estate, fatta di turisti, di reddito stagionale e di un’economia che rischia di snaturare, se lasciata a sé stessa.

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Procida ha inoltre una qualità che la rende insieme forte e esposta: la sua autenticità. È un’isola che non ha mai rinunciato del tutto al proprio carattere, alla propria misura umana, alla dimensione concreta della pesca, della vita di porto, della relazione quotidiana con il mare. Ma proprio questa autenticità, oggi, diventa una risorsa fragile da proteggere. La notorietà culturale raggiunta negli ultimi anni, consacrata dal titolo di Capitale Italiana della Cultura nel 2022, con lo slogan «la cultura non isola» , e il prestigio conquistato come luogo capace di parlare a un pubblico più ampio, hanno accresciuto l’attenzione sul suo destino, moltiplicando gli sguardi esterni su un territorio che non aveva mai conosciuto una simile esposizione. E allora il governo locale non deve solo amministrare: deve interpretare, contenere, orientare, evitare che l’eccesso di visibilità consumi ciò che rende l’isola riconoscibile.

C’è, nel mestiere del sindaco di Procida, una solitudine particolare. Non è la solitudine del comando in senso eroico, ma quella più concreta di chi sa che ogni scelta sarà osservata da vicino, discussa al porto, commentata in piazza, soppesata nei bar, verificata nella pratica quotidiana. In un’isola, il primo cittadino non si nasconde dietro la distanza delle istituzioni: la sua figura è esposta, personale, continuamente chiamata a rispondere. Ed è proprio questa esposizione a rendere più fragile, ma anche più vero, il suo ruolo. Perché governare Procida significa accettare che la politica, qui, non sia mai un esercizio remoto: è una forma di prossimità estrema, quasi domestica, e insieme un atto di responsabilità verso un bene comune che coincide, in larga parte, con il volto stesso dell’isola.

Forse è per questo che a Procida il sindaco deve ascoltare prima ancora che di decidere, deve custodire prima ancora che trasformare, deve immaginare il futuro senza recidere il filo sottile che lega il presente alla memoria. In un luogo così piccolo e così intenso, il compito più difficile non è cambiare tutto, ma evitare che il cambiamento cancelli la verità profonda del posto. E questa verità, a Procida, ha il colore del mare, la pazienza delle scale, la voce dei pescatori, il profilo di Corricella al tramonto e la severa dolcezza di un’isola che deve continuarte a restare sé stessa proprio mentre il mondo intorno le chiede di diventare altro.

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Un commento

  1. Meravigliosa “piccola” isola che offre serenità bellezze ed umanità, sia nell’affollato periodo estivo che in tutti gli altri mesi dell’anno. Un grazie alla natura , alla ospitale popolazione ed alle istituzioni.

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