LE OPINIONI

IL COMMENTO Giù le mani dalle spiagge libere

DI ANTIMO PUCA

Il mare e le spiagge sono un Bene Comune già fortemente a rischio per inquinamento, crisi climatica ed erosione delle coste. Esiste una direttiva europea, la Bolkestein, che chiede ai Paesi membri di mettere a bando le concessioni degli stabilimenti balneari periodicamente. I partiti che sono al governo del nostro Paese si sono opposti a questa impostazione e hanno continuato a rinviare ogni decisione o atto formale, nonostante le numerose sentenze che impongono all’Italia di mettere a gara tratti di litorale che non sono proprietà privata, ma sono dello Stato. Nel frattempo, dinanzi ad una situazione di incertezza, gli investimenti si sono bloccati. Il Governo vorrebbe addirittura mettere in concessione un numero ulteriore spiagge per dimostrare all’Unione europea uno spazio utile a garantire la concorrenza. Siamo di fronte a un fatto gravissimo, che porterebbe alla privatizzazione delle spiagge libere e comporterebbe seri danni di natura ambientale e sociale per i nostri territori. Le spiagge pubbliche vanno al contrario tutelate e aumentate quelle fruibili e attrezzate. Per le concessioni balneari vanno premiate la sostenibilità ambientale, l’innovazione e la qualità, con attenzione per le attività, con bandi che riconoscano le professionalità acquisite, evitino i monopoli e prevedano, quando è giusto, indennizzi ai concessionari esclusi.

Giù le mani dalle spiagge libere! Progressiva contrazione degli spazi pubblici a vantaggio di concessioni private. Crescita indiscriminata di ombrelloni e sdraio in un contesto di arenili già limitati. Il rischio è che il mare diventi un privilegio e non più un diritto. Non è accettabile che, in assenza di un piano pienamente operativo, si continui a concedere porzioni di arenile fino a privatizzare quasi l’intera costa. Gli ischitani hanno il diritto di vivere il mare liberamente. Scarsità di spiagge libere, discutibilmente calcolate come due terzi delle coste. Mancata attuazione della Direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione degli stabilimenti. La mappatura dei lidi dovrebbe tenere conto non solo della quantità di costa privatizzata, ma anche delle caratteristiche qualitative legate alla posizione geografica o alla morfologia territoriale delle spiagge sottoposte a concessione. Gli stabilimenti balneari devono essere rimessi a gara. Eppure, perché questo non accade? Semplicemente, gli interessi di pochi prevalgono su quelli dei molti.
Facciamo un po’ di ordine. Quante spiagge libere ci sono in Italia? E quanto incassa lo Stato dalle concessioni balneari? E infine, cosa si dovrebbe fare? Le spiagge libere sono meno della metà. Da un lato gli ischitani non sono più liberi di usufruire gratuitamente e agevolmente del proprio mare. Dall’altro vengono estratte rendite elevate con affitti di lettini e ombrelloni a cifre record (che spesso superano anche i 50 euro al giorno) a fronte di una modica tassazione fondiaria, nemmeno vagamente proporzionale alla rendita differenziale estratta dai lidi. I canoni rimangono bassi e la gestione degli stabilimenti balneari spesso si tramanda di padre in figlio, nonostante il bene in questione sia demaniale, della collettività appunto. Qui sta l’anomalia delle rendite immobiliari sottratte alla fiscalità generale e scarsamente soggette alla concorrenza del libero mercato. Un bene scarso come quello della spiaggia, è sempre più uno strumento di estrazione di rendita per pochi, con l’aggravante che le aree costiere in concessione, nonostante lo status demaniale, sono talvolta trattate in modo assolutamente privatistico con tanto di recinti che ne impediscono l’attraversamento. In parallelo, il governo sta cercando di tutelare questo interesse di pochi, spingendo l’economia a fondarsi sempre più sui ricavi del turismo, quando, al contrario, sarebbero necessari ingenti investimenti per uscire da una spirale negativa di produttività stagnante. È evidente che la variegata filiera economica rappresentata dal turismo accentuerà il consolidamento della piccola impresa che, spontaneamente, ricerca una dimensione di rendita legata appunto alla concessione a canone basso. Tuttavia, questa visione di Paese è assolutamente anacronistica rispetto alle sfide della transizione ecologica, digitale e tecnologica che lschia dovrebbe affrontare per scongiurare nuove recessioni. I Comuni si dovrebbero impegnare a redigere un Piano Comunale delle Coste (PCC), coordinato con la pianificazione regionale, che, in coerenza con gli obiettivi di contrastare gli impatti dei cambiamenti climatici e di garantire e ampliare la fruibilità pubblica per i cittadini residenti e i turisti. Il tutto garantendo il diritto prioritario alla libera e gratuita fruizione delle spiagge, premiando, anche per quanto attiene alle competenze comunali, la qualità dell’offerta nelle spiagge in concessione.
È fondamentale in primo luogo assicurare almeno il 50% di spiagge libere in ogni Comune costiero, specialmente nelle zone ad alto valore paesaggistico, nazionalizzando una parte degli stabilimenti e, in secondo luogo, rimettere a gara con criteri di equa concorrenza i lidi restanti, limitando eventuali diritti di prelazione dei concessionari uscenti e definendo canoni in media proporzionali al volume di affari delle attività turistico-ricreative in base alle località. Infine, si potrebbero valutare nuove condizionalità per i lidi, ad esempio distinguendo tra licenze per l’affitto di attrezzature da mare e concessioni per la gestione degli stabilimenti come in Portogallo. O istituendo ‘mini-concessioni’ di durata decennale come in Francia. Solo così sarà possibile arrestare la lenta e inesorabile privatizzazione delle spiagge italiane e tornare a garantire il diritto al mare a tutti i cittadini. Del resto, se il governo intende sviluppare il capitalismo, limitare le rendite e garantire la concorrenza sono strade possibili per farlo.

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Un commento

  1. Il diritto di usufruire delle spiagge locali, dovrebbe essere per il cittadino inviolato al 100% ma,
    interessi venali vietano tale percentuale, a scapito dei residenti e, degli eventuali ospiti paganti sul territorio, che andrebbe curato e sostenuto, a favore di tutti i suoi periodici frequentatori .
    E’ inammissibile l’attuale lucrosa attivita’ di quei privati che, attraverso connivenze illecite,
    sfruttano l’assenza di regole definite ed osservate nel contesto !
    Chi beneficia di tale orientamento burocratico sono le private imprese che, dettano impunemente il bello ed il cattivo tempo, su una regolamentazione degli spazi assolutamente iniqua!

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