LE OPINIONI

IL COMMENTO Gli avvocati e le cause perse

In premessa voglio tranquillizzare i lettori, il titolo dell’articolo può dare l’impressione che mi voglia inoltrare in un sentiero per me improprio. Non ho intenzione di fare una valutazione degli aspetti tecnico strutturali del settore. Su questo il Golfo ci ha già aggiornati mercoledì, riferendo degli ultimi sviluppi sulla stabilizzazione della locale sede giudiziaria e sui movimenti di nuovo personale. Il ragionamento che voglio affrontare è di ordine più generale. Riguarda la difficoltà delle professioni in questo periodo di pandemia e, in particolare, le difficoltà in cui si dibattono le centinaia di avvocati che esercitano nell’isola d’Ischia. A livello nazionale, è recente uno studio dell’Associazione delle Casse di Previdenza Private, secondo il quale – per la recrudescenza del virus, 100mila professionisti cesseranno la propria attività. Nel frattempo, 2 professionisti su 5 hanno richiesto il bonus statale (in particolare lo hanno fatto geometri, ingegneri, architetti e avvocati). Per quanto riguarda in particolare Ischia, si sa che, ad eccezione di pochi avvocati che – per meriti loro – hanno consolidato la propria posizione e il portafogli clienti (una decina in tutto, una ventina?) gli altri si dibattono in un insufficiente numero di clienti e spesso per controversie di scarso rilievo.

Come spesso accade, più che le analisi sociologiche ed economiche, è la letteratura in grado di cogliere le sfaccettature della situazione di disagio in cui si dibatte la gran parte degli avvocati isolani. Domenica scorsa,Diego de Silva, scrittore napoletano, giornalista, sceneggiatore ed ex avvocato, ha scritto un illuminante articolo su il Corriere della Sera che ci aiuta a capire la situazione psicologica, umana e professionale in cui, oggi, si trovano gli avvocati. De Silva ha scritto ben 5 libri che trattano l’argomento e che hanno come personaggio centrale l’avvocato Vincenzo Malinconico (nomen omen). L’ultimo libro della serie si intitola “I valori che contano”. Nell’articolo De Silva dice: “In ogni famiglia italiana c’è un avvocato. La professione forense, per ragioni che non stiamo a spiegare, negli ultimi 25-30 anni, ha registrato una crescita spaventosa, producendo un esercito di professionisti semidisoccupati che arrancano per arrivare alla fine del mese, disponendo di contenziosi sufficienti sì e no ad assicurargli un minimo di vivacchio”.

Ovviamente De Silva conviene che lo smottamento delle libere professioni non riguarda solo la professione forense ma è generale (architetti, geometri, commercialisti e via dicendo), tant’è che da molti è stato accettato il sostegno di 700 euro mensili per le partite Iva. De Silva, prima di accingersi a scrivere romanzi, aveva attraversato questo cammino demotivante e a volte umiliante e molto lontano dall’immagine televisiva e cinematografica dell’avvocato in carriera. La maggior parte degli avvocati – sostiene lo scrittore – frequenta più gli uffici sinistri delle assicurazioni che le auto di tribunale e nessuno è disposto ad ammettere di guadagnare meno della badante della nonna. “Io ero uno di loro” confessa ed è per questo che riesce a descriverli in 5 libri. Usa una metafora perfetta per descriverli: “Vedevo questo disagio dissimulato in una frenetica quotidianità professionale che mi appariva come una gigantesca ruota per criceti”. Gli avvocati, come i criceti , girano follemente nella ruota che non porta da nessuna parte. L’avvocato Malinconico, personaggio da lui creato, è il prototipo dell’avvocato che lotta per vivere in un mercato soprannumerario. Però, l’avvocato Malinconico ha un pregio, una qualità: quella di non essersi mai venduto, anche di fronte ad offerte allettanti. Perde quasi tutte le cause, eppure trae da ognuna di esse degli insegnamenti. Insomma vince raramente, ma sa perdere.

Lo scrittore Diego de Silva

C’è da dire che gli avvocati sono anche disorientati e scoraggiati da un comportamento della Magistratura a dir poco sconcertante, da una legislazione italiana farraginosa, nella quale la burocrazia dei dirigenti ministeriali ha avuto un ruolo di paralisi ed ingarbugliamento inestricabili. Tanto da dare ragione a Bertolt Brecht che in L’Opera da tre soldi, scrisse: “La legge è fatta esclusivamente per lo sfruttamento di coloro che non la capiscono, o ai quali la brutale necessità non permette di rispettarla”. Conosco e sono amico di alcuni tra i migliori avvocati isolani ( sia del ramo amministrativo che del diritto privato o penale). E lo scoramento ha preso anche loro. Non è esagerato dire che siamo quasi alla resa. Perché quand’anche si sforzino di segnalare ai rappresentanti politici leggi necessarie, correzioni di legge, semplificazioni normative e anche lì dove arrivano ad avere udienza e comprensione dal mondo politico, addirittura vedendosi recepire proposte preparate da legali isolani, trovi poi sempre il burocrate di turno, il magistrato voglioso di protagonismo, il commissario straordinario inadeguato che ti vanifica tutto. Quindi sono del tutto comprensibili le “inquietudini” della locale classe forense.

Spero che gli avvocati isolani non se ne abbiano a male. Non c’è nessuna disistima nei loro confronti, anzi è un tentativo di “entrare dentro” il loro disagio attuale. Tra questi avvocati ci sono quelli “anziani” di servizio che, forse, sono ancora più mortificati degli avvocati giovani, perché, a differenza di questi ultimi, non possono nemmeno accampare la scusa del noviziato, del tempo che occorre “per farsi conoscere” dai potenziali clienti .Poi ci sono almeno altre due categorie di avvocati: quelli che, dopo aver compiuto gli studi e l’abilitazione, si trasferiscono al nord, dove hanno migliori occasioni di crescita e quelli che restano nell’isola ma fanno la scelta di legarsi a un qualche carro politico, per un incaricuccio legale, un posto di amministratore in ente partecipato, una presenza in qualche commissione. Questi ultimi non sono come l’avvocato Malinconico, che ha preservato sempre la libertà da ogni condizionamento. Il titolo dell’articolo citato di De Silva, per Il Corriere della Sera, era : “Credetemi, i perdenti non sono dei falliti”. Ed è così per chi mantiene una dignità e una linearità di comportamenti. Costoro possono perdere le cause, senza perdere la “propria causa” e il senso della propria esistenza. Perdere o vincere una causa non è sempre indicativo del valore di un avvocato. Per dirla con De Silva, bisogna badare a “I valori che contano”.

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