IL COMMENTO I cattivi maestri di Ischia

Da sempre la società s’interroga su un quesito: E’ meglio crescere sotto la guida di un maestro (o più maestri) oppure è preferibile l’auto-formazione, cioè una formazione senza dipendenze, senza debito simbolico? Anche a scuola, qual è il compito di un insegnante? Quello di limitarsi a instillare il seme del dubbio e a favorire nei ragazzi lo sviluppo di un’autonoma capacità di critica oppure di creare un riferimento, un battistrada, una persona di grande capacità intellettuale, morale e e di coerenza comportamentale, che illumini il cammino da farsi? Chi ha avuto a Ischia la fortuna di avere al Liceo, tanti anni fa, il prof. Edoardo Malagoli,come insegnate di Lettere (io l’ho avuto solo per brevi periodi ma l’ho frequentato anche fuori della scuola) sa che in quel caso aveva il sopravvento la figura del maestro-guida. Un faro, un simbolo, che, tuttavia, non praticava la discriminazione verso studenti che non apparivano convinti della sua visione liberale e crociana. Sapeva apprezzare chi, pur con idee diverse, era perfettamente in grado di argomentare i propri convincimenti. Non gli passava nemmeno per la testa di considerare “cretino collettivo” (come purtroppo fanno alcuni rabbiosi maestri isolani odierni) tutti coloro che avevano idee molto diverse dalle sue. Lui era liberale ma non ha mai indicato nei comunisti o nei socialisti il male assoluto. Lui era non credente ma gli è capitato di confrontarsi (nel tempo in cui nei circoli culturali ischitani si sviluppavano confronti e dibattiti di alto livello) con religiosi di una profonda preparazione e cultura ed era fiero e rispettoso di quel confronto. Lui era ambientalista, rappresentante di Italia Nostra, ma capiva, al di là della tutela del paesaggio marino e terrestre, le esigenze della modernità e delle infrastrutture e le ragioni del pescatore o contadino, sia quelle motivate dalla necessità, sia quelle mosse dalla voglia di hobby all’aria aperta. Erano semmai i suoi avversari a opporglisi per fanatismo di idee o di fede.
Oggi ci sono insegnanti o ex insegnanti che appaiono tifosi da curva, agit prop di una fede politica, religiosa (per non parlare dello sport), cerco di mettere ordine in questa confusione di idee e di ruoli aiutandomi con scritti di uomini che non hanno rinunciato a Ragione e Sentimento. Scrive lo psicanalista Massimo Recalcati: “L’illusione dell’auto-formazione, agli occhi della psicanalisi, risulta essere sempre, al suo fondo, perversa, perché afferma una autonomia del soggetto che vorrebbe prescindere completamente da ogni legame”. Poi cita lo psicanalista e psichiatra Lacan, secondo il quale ogni formazione si snoda passando necessariamente dalla mediazione dell’altro. Per affrancarsi dalla personalità forte del maestro, bisogna prima conoscere a fondo le sue idee per poi elaborarle, trasformarle e superarle. Il vero maestro sa di non trasmettere un sapere oggettivo, sa di indicare solo dei punti di partenza del pensiero, per poi arrivare individualmente ad elaborare e formare autonomi convincimenti. La teoria di coloro che invece s’illudono di una neutralità di pensiero, fin dall’inizio dell’insegnamento, è insostenibile. Mi fa venire in mente quando, parimenti, si disputa di giornali o TV indipendenti. Nessuno è neutro, ognuno, chi in maniera più esplicita, chi in maniera mascherata, scrive e giudica secondo una sua formazione e un suo retroterra politico-culturale. Il vero maestro deve non porgersi come ideale da imitare, non come mondo delle idee platoniche da copiare, ma come chi lascia un’impronta, una traccia, accende un desiderio di conoscenza. Nessuno si fa da solo, ognuno è, in qualche modo, erede di altri, intellettualmente parlando.
Su FB, si leggono considerazioni terribili, di odio verso chi la pensa diversamente, di rancore, di presunta superiorità intellettuale. Si arriva al punto di paragonare il comportamento di pur numerose persone che manifestano per un’idea, alle pecore o – peggio – al popolo inneggiante al nazismo. Avvelenatori di pozzi, che creano un deserto di sentimenti e di umanità. Imprecano contro il “buonismo”, contro l’accoglienza e la solidarietà. Un grande filosofo contemporaneo, scozzese-americano, scomparso da poco a 96 anni, Alasdair Macintyre, ha scritto nel suo ultimo libro “Dopo la virtù”: “Stiamo aspettando non Godot, ma un altro San Benedetto che ci aiuti a costruire forme di vita con le quali sopravvivere ai tempi bui che stanno per arrivare”. E, purtroppo, aggiungo io, quei tempi sono già arrivati. Scrive Macintyre: “Abbiamo perso per strada il senso di un percorso comune, il <telos>. E noi oggi abbiamo di fronte società frammentate e polarizzate , e una vita pubblica che si riaggrega, quando lo fa, intorno al rancore”. Viene contrapposto l’individualismo più spinto ed egoistico al comunitarismo.. Il filosofo e politologo Carlo Galli scrive che esistono “ due odi e due misure”. Odio e politica – egli dice – non appartengono al medesimo orizzonte: l’odio è un sentimento privato, la politica è un agire pubblico. Quando s’incontrano, nella politica dell’odio, il risultato è patologico, aberrante. La politica perde la capacità di costruire relazioni, di risolvere i problemi. Gli odiatori della destra culturale isolana (stranamente rappresentata da persone che negli anni giovanili e universitari tifavano per la sinistra radicale) appaiono manichei: tutto il male a sinistra ( tra l’altro senza sfumature, accomunati socialisti, riformisti, comunisti, anarchici) e tutto il bene a destra . Dovessi dire qual è il rimedio, la risposta giusta da dare a questi fautori di una presunta nuova egemonia culturale di destra, è una risposta simile a quella che dà Carlo Galli: “La vera risposta, non è parteggiare per questo o per quello, ed entrare così nella spirale dell’odio. La vera risposta umana, razionale, politica è scendere al di sotto dell’odio, scoprendone le radici, e trascenderlo, progettando una soluzione delle questioni che lo hanno generato. Cari intellettuali isolani di destra, che quotidianamente provocate sui social, non vi odiamo e non percorriamo la strada dell’odio da voi continuamente percorsa. Facciamo nostro il grido di Antigone rivolto a Creonte, nell’omonima tragedia di Sofocle: “Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore”. Se fosse vero, come voi sostenete, che tutto il male del mondo è storicamente addebitabile alla sinistra (qualunque sinistra) accetteremmo le vostre provocazioni e scenderemmo sullo stesso vostro terreno, per alimentare l’odio. Non lo faremo, regaliamo l’odio alle vostre elucubrazioni, vi daremo ragione quando dite che siamo “ buonisti”. Ebbene sì, non siamo capaci di rinunciare al comunitarismo, alla pace, alle relazioni tra uomini e tra popoli. Non siamo capaci di chiuderci in un individualismo becero e arido. Siamo umani, uomini fatti per stare in relazione con altri uomini. So anch’io che la storia ci ha dato e ci dà continuamente esempi del contrario delle nostre aspirazioni. So dell’innamoramento delle folle e piazze per questo o quel leader imbonitore di turno. So che Nassir Ghaemi, docente e psichiatra dell’Università di Harward ha scritto un libro dal titolo: “Una straordinaria follia” nel quale cerca di dimostrare che, per governare, un leader deve avere un pizzico di follia. Lincoln, Churchill, Ghandi, John Kennedy, a suo avviso, avevano tutti un disturbo dell’umore, un continuo alternarsi di depressione ed eccitazione, una sorta di bipolarismo. Tra queste figure, ci sarebbe anche Tony Blair, che dovrebbe, assieme a Trump, guidare un presunto Consiglio di Pace (Pace eterna, addirittura) per gestire la nuova Palestina. Con tutto il rispetto per l’eminente psichiatra, da comune cittadino non mi auguro e non punterei una fiche sulla follia dei leader come chiave di successo per governare il mondo. E questo mondo odierno è già pieno di leader folli. E i risultati si vedono.






