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LE OPINIONI

IL COMMENTO I comuni e i giganti della montagna (di crediti inesigibili)

“I Giganti della montagna” è un dramma incompiuto di Luigi Pirandello. E’ una sorta di “Teatro nel teatro” ovvero di una rappresentazione teatrale che discetta di teatro. E ricorda, da vicino, quello che sta accadendo, nell’isola d’Ischia, nel rapporto Imprese-Comuni (soggetti debitori-soggetti creditori). Un vero e proprio dramma. Guarda caso, la trama dei “Giganti della montagna” si svolge in una casa che si chiama “La scalogna” e una Compagnia teatrale di nome “Compagnia della Contessa” viene sollecitata ad andare a rappresentare la loro piéce teatrale dinanzi ai Giganti della montagna, uomini di un potere immenso, rifugiatisi su una montagna. Veniamo all’attualità ischitana: il dramma che si sta rappresentando, vede – come coautori – i Comuni isolani e imprese potenti (politicamente più che economicamente) come i Giganti della montagna. Solo che, nel nostro caso, i Giganti si si sono rivelati un po’ “nani” e dai piedi di argilla e la Montagna è rappresentata da un accumulo enorme di debiti verso i Comuni, pressoché inesigibili. Fuori di metafora, non possiamo restare inerti, come cittadini, di fronte all’allarme lanciato giovedì da Gaetano Ferrandino sul “sistema” che è saltato. Ovvero la grave circostanza che alcune importanti catene alberghiere, o singole strutture ricettive, hanno ormai un’esposizione debitoria (prevalentemente per Tari non versata negli anni) che mette a repentaglio i bilanci dei Comuni e l’intero sistema economico dell’isola.

L’articolo metteva in risalto come ci sia ormai un “nesso” inscindibile tra i destini di questi alberghi e l’equilibrio finanziario degli enti locali, tanto da considerare i Comuni come una sorta di “soci”, di comproprietari di questi alberghi in crisi. Ma questo è soltanto una faccia della medaglia. L’altra faccia è costituita dal fatto che la “liaison”, il comune destino non riguarda solo il binomio Comuni-Imprese private, bensì trattasi di una pericolosa triangolazione Ente locale-Imprese-Banche. Il meccanismo è dunque più complesso di quello che ha immaginato l’ignoto consigliere comunale, dettosi preoccupato del fatto che un’azione di “recupero” forzato di crediti incagliati, da parte dei Comuni, possa provocare fallimenti a catena . E’ da anni,ormai, che Banche ed Enti Locali giocano a chi rimane col cerino acceso in mano. I Comuni sperano che le Banche aiutino le imprese in difficoltà, le banche osservano, a loro volta, le azioni dei Comuni nei riguardi dei loro clienti debitori, preoccupate anch’esse di non poter rientrare dei loro crediti, in caso di attivazione dell’azione di recupero dei Comuni. Ora, chiunque mastichi un po’ di elementare economia, sa che, a loro volta, gli istituti bancari, soprattutto quelli medi-piccoli, rischiano fortemente il default (di recente l’ABI e Bankitalia hanno lanciato l’allarme) . Sappiamo, ad esempio, tutta le delicatezza della situazione di un antico istituto bancario come il Monte dei Paschi di Siena, interessato a possibili aggregazioni per il salvataggio. Dunque, il ragionamento che Sindaci ed assessori comunali hanno da anni condotto sulla “prudenza” nell’esercitare il diritto di recupero forzato dei crediti maturati, onde evitare l’innesco di fallimenti, è stato un calcolo sbagliato. Col rinvio, si è soltanto aggravata una situazione già pesante. L’azione andava esercitata da tempo, per limitare i danni sociali ed economici. Si doveva transare molto prima con i morosi e con tutta l’elasticità che le norme consentono, per diluire la debitoria in un arco temporale ampio e,perché no, avviare un colloquio con le Banche locali, non per entrare nel merito delle singole posizioni, che restano, ovviamente, nell’orbita del segreto bancario, ma sulla problematica aggregata e generale. Questo fa un Ente Locale che voglia assicurare agli operatori un “quadro di riferimento” per il tessuto economico di competenza.

Aggiungo altri importanti risvolti della questione: 1) Il Governo sta elaborando un’ipotesi di Legge Salvataggio per i Comuni in difficoltà, tanto che il candidato Sindaco di Napoli, prof. Manfredi, ha preteso, prima di accettare la candidatura a Sindaco per il centro-sinistra, una rassicurazione politica, dai partiti che lo sostengono, che si andasse verso la direzione del “salvataggio”. Ma la legge che verrà, terrà conto delle difficoltà create dalla pandemia, delle difficoltà derivanti da fattori esterni al normale mercato economico. Non potrà certamente coprire la trascuratezza degli incassi di crediti ordinari. E di questo gli Enti locali, prima o poi, risponderanno anche alla Corte dei Conti 2) Ritornando al discorso “ Banche”, c’è da chiedersi come esse si giustificheranno, all’atto di possibili default delle imprese da loro amministrate finanziariamente, ai rilievi della Banca d’Italia. Quando hanno esaminato i bilanci delle singole imprese, non hanno letto e valutato i debiti verso gli Enti Locali? 3) Ogni anno vanno in prescrizione crediti per i quali non è stata esercitata energica e tempestiva azione risarcitoria, e questo è un danno enorme per la collettività; sono soldi sottratti a ciascun cittadino.

Allora il quesito che gli amministratori dovevano porsi da tempo è: “meglio affondare una collettività, rinviando le esazioni di crediti ad libitum, per salvare poche imprese “decotte” o è meglio accompagnare le imprese, che sono ai margini del mercato,in un processo lento di trasformazione, consolidamento ed eventuale riconversione industriale?” Questo avrebbero dovuto fare Amministrazioni pubbliche, consapevoli della gravità della situazione. E adesso? Adesso bisogna scoprire il vaso di Pandora, non è più il tempo di tenere nascosta la polvere sotto il tappeto. A quanto ammontano i crediti di difficile esazione? 29 milioni di euro? E quanti di questi sono diventati inesigibili? Perché si sono tollerate, in particolare, situazioni debitorie, per singola impresa contribuente, di milioni di euro? Perché le Associazioni di categoria, per anni, si sono “dilettate” su “quisquilie”, e ancora si dilettano, come la presunta concorrenza sleale di Case vacanza e B&B, o come la disparità di trattamento nell’applicazione di parametri di calcolo della Tari tra alberghi e privati cittadini, senza minimamente capire che i problemi veri erano ben altri? Senza capire che l’eccessivo carico della Tari è da addebitare ad un servizio parcellizzato territorialmente, “occupato” clientelarmente ed insufficiente per mancanza di competenza? No, cari cittadini, se numerosi albergatori hanno indebitamente trattenuto per sé i proventi della tassa di soggiorno versata da clienti, non è per far fronte alla crisi economica. Non è con poche migliaia di euro che si decidono le sorti delle imprese. La verità è che il “sistema” si è basato, per anni, su un concetto di impunità e di furbizia e su un intollerabile “scambio” di favori tra politica e mondo imprenditoriale. Ora, cari Enti locali, care imprese e care Banche, sedetevi a tavolino e riprendete una tessitura più seria e consapevole delle sorti collettive! Questa grave situazione locale s’inscrive in un quadro nazionale in parte non dissimile alla nostra. Ma, in questo caso, non vale il detto consolatorio: ”Mal comune, mezzo gaudio”.

Una recente inchiesta del Cerved, ripresa da Il Sole 24 ,evidenzia che è di circa 23 miliardi di euro il credito complessivo dei Comuni italiani, sorto da almeno 12 mesi e di natura contributiva, perequativa o mancate entrate extratributarie. Tali cifre compaiono alla voce di bilancio “ residui attivi esercizi precedenti” e sono somme accertate e non riscosse. Vi è un rapporto diretto tra crescita di crediti non riscossi e allungamento dei tempi di pagamento per le spese correnti degli Enti locali. Talché soffrono di crisi di liquidità tutti i fornitori di beni e servizi comunali. Conclude il Cerved: esistono servizi dedicati alla riscossione dei crediti in via bonaria e stragiudiziale, attraverso strumenti e procedure dedicate che permettono di recuperare tra il 30 e il 40% nell’arco di qualche mese, mentre la via delle cartelle esattoriali impiega in media 5 anni per arrivare a compimento e riscuotendo non più del 5% della creditoria . Insomma, la “montagna” di crediti rischia di diventare poco più di una “ mezza collina”, in barba agli interessi collettivi.

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