IL COMMENTO I “figli dei fiori” sono fiori appassiti

Di Giorgio Di Dio
“Fate l’amore, non fate la guerra”. Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Erano gli slogan iconici che esprimevano il rifiuto della guerra, la filosofia della non violenza la bellezza naturale contro le armi di distruzione. E poi “C’era un ragazzo che come me” storia del ragazzo che cantava: “Viva la libertà, ma ricevette una lettera, la sua chitarra mi regalò, fu richiamato in America” altra iconica canzone contro la guerra del Vietnam. Era l’epoca dei “ Figli dei fiori”. I “figli dei fiori” erano gli aderenti al movimento hippie, nato negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta e diffuso in tutto il mondo. Questo movimento giovanile si caratterizzava per uno stile di vita alternativo e una filosofia basata su ideali di pace, amore, libertà personale e rifiuto delle convenzioni sociali e politiche dominanti. Cercavano una società libera dalle restrizioni imposte dal capitalismo, dal consumismo e dalle istituzioni autoritarie. Promuovevano la non violenza, l’antimilitarismo, la difesa delle minoranze etniche e il rispetto per la natura. Il loro obiettivo era costruire un mondo basato su valori spirituali ed esistenziali, spesso ispirati alle filosofie orientali e al misticismo. Sostenevano il pacifismo e si opponevano attivamente alla guerra del Vietnam, organizzando manifestazioni simboliche come bruciare le lettere di chiamata alle armi o inserire fiori nei cannoni.
C’era il folk rock e i raduni spettacolari come Woodstock. E c’era la contestazione. Il 68 fu l’anno simbolo per la contestazione giovanile, una stagione di ribellione che ha lasciato un segno indelebile nella storia contemporanea. Ha coinvolto studenti, operai e intellettuali in una lotta contro l’autoritarismo, il consumismo e le disuguaglianze sociali. Come dimenticare il maggio francese “con l’occupazione della Sorbona e gli scontri degli studenti con la polizia. In Italia tutti occupavano le scuole che puntualmente venivano liberate dalla polizia con scontri spesso feroci. Io ho visto un mio amico con la testa spaccata e il sangue che scorreva. Ma erano anche momenti di crescita civile, di impegno sociale. I giovani discutevano di cose profonde e si scontravano con i genitori che li consideravano dei perditempo. Io vivevo con mia zia e a mia madre andavano a riportare che mi avevano visto per la strada a tarda notte. Come facevo spiegarle che sì’, era vero che restavamo fuori fino alle due di notte, ma stavamo su una panchina a parlare di poesia, di canzoni, di politica e di impegno sociale. Il ’68 ha lasciato una sua eredità che si vede ancora oggi nella trasformazione dei costumi sociali che è avvenuta nella famiglia, nel ruolo della donna, nell’affermazione di diritti individuali, nella partecipazione politica e sociale.
Cosa ne è stato di quei giovani in continuo fermento? Se non sono più “ i figli dei fiori “ cosa sono i giovani di oggi? Dove è finito quel cambiamento culturale e sociale senza precedenti? Si è perso nella tecnologia, nella globalizzazione, tra i meandri di Facebook, Instagram e TikTok? Allora la comunicazione avveniva attraverso lettere, telefonate e incontri faccia a faccia. Ci vedevamo nei bar, nei parchi e nei concerti per discutere di esperienze e di ideali. Oggi i social media permettono di connettersi istantaneamente con persone in tutto il mondo, ma questo ha anche portato a una diminuzione delle interazioni faccia a faccia a una comunicazione molto più superficiale. Anche l’amore è diverso e sono diversi i rapporti tra le coppie giovani. Quando racconto ai miei figli che noi “ facevamo la corte alle ragazze” restano stupiti. Non ne conoscono il significato. O quando dico che noi “ fermavamo le ragazze” si mettono a ridere. Certo la concezione dell’amore dei ragazzi di oggi spesso si discosta dalla visione più tradizionale che noi adulti abbiamo interiorizzato durante la nostra adolescenza. Mentre noi magari sognavamo il “per sempre” e ci basavamo su interazioni faccia a faccia, i giovani sono immersi in un mondo di connessioni virtuali, relazioni fluide e una costante pressione a conformarsi a ideali spesso irrealistici. Per noi il fidanzamento con una ragazza era un’ardua conquista. Non ne parliamo poi per farci l’amore. Oggi i ragazzi si vedono e si mettono subito insieme. E da lì ad avere rapporti è un passo.
Ma quanto tutto resta nella normalità non ci sono problemi. Anche se con modelli diversi anche i nostri giovani si amano, si sposano mettono su una famiglia. Il problema è quando c’è anormalità, quando c’è violenza. Il problema è nelle bande di adolescenti che assalgono e uccidono. Giovani che prendono parte a atti di violenza di gruppo, spesso rivolti contro sconosciuti o conoscenti. La violenza degli adolescenti di oggi può avere diverse origini e cause. Spesso è il risultato di una combinazione di fattori sociali, familiari e individuali. Ad esempio, l’ambiente familiare gioca un ruolo cruciale: adolescenti che crescono in contesti di conflitto, abuso o trascuratezza possono sviluppare comportamenti violenti. Anche l’influenza dei coetanei e la pressione sociale possono contribuire, così come l’esposizione a contenuti violenti nei media e nei videogiochi. Inoltre, fattori come la mancanza di opportunità, la disoccupazione giovanile e l’assenza di modelli positivi possono alimentare sentimenti di frustrazione e rabbia. È importante considerare che ogni adolescente è unico e che la violenza non è mai giustificata, ma può essere un segnale di disagio o di difficoltà che merita attenzione e supporto. Promuovere un dialogo aperto e fornire risorse adeguate può aiutare a prevenire comportamenti violenti e a favorire un ambiente più sano per tutti.
Qualcuno storcerà il naso a queste mie affermazioni che possono sembrare tropo deboli. Ma non è così. Io non penso che dobbiamo essere teneri. Penso che arrestare e punire i giovani che commettono reati gravi è giusto per garantire la giustizia e la sicurezza pubblica. Tuttavia, è fondamentale affiancare a queste misure un forte intervento educativo per affrontare le radici del problema. Solo combinando prevenzione, educazione e rigore legale si potrà arginare la crescente violenza giovanile in Italia. Se vogliamo tentare di proporre una conclusione possiamo dire che negli anni Sessanta, i giovani erano spesso in prima linea nelle battaglie per i diritti civili, la pace e l’uguaglianza. Le manifestazioni e le proteste erano strumenti chiave per esprimere il dissenso e chiedere cambiamenti. Oggi, i giovani continuano a essere attivi nel sociale, ma le modalità di impegno sono cambiate e sono molto più deboli. E a farci rimpiangere il passato si aggiunge questa escalation di violenza giovanile gratuita e senza alcuna giustificazione.






