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LE OPINIONI

IL COMMENTO I giovani all’ombra degli alberi sbagliati

Lunedì il Golfo ha dato spazio (articolo di Francesca Pagano) ai giovani, raccogliendo in particolare le riflessioni di Davide Laezza, giovane di Forio, che cita un detto greco, secondo il quale “una società progredisce quando gli anziani piantano alberi alla cui ombra siederanno solo le generazioni successive “. Per essere più precisi, il detto chiarisce che “gli anziani sanno che a quell’ombra non si potranno mai sedere”. Al che Davide aggiunge che se saranno solo i giovani a sedersi all’ombra di quegli alberi, devono essere loro stessi a scegliere gli alberi da piantare e non gli anziani che non potranno goderne l’ombra. Fuori di metafora, al posto degli alberi, mettiamoci il Recovery Plan o qualsiasi programmazione economica, urbanistica, sociale da approntare nel presente e dedurremo che noi esponenti di generazioni anziane abbiamo sbagliato tutto, abbiamo – con presunzione – preteso di disegnare da soli un futuro che non ci riguarderà. I giovani come Laezza o come gli studenti Marco Trofa, Ivan Zavota, Valerio D’Ambra, che hanno accolto e rilanciato l’appello all’unità e alla mobilitazione giovanile, non intendono offendere le generazioni che li hanno preceduti; sanno distinguere tra giovani-vecchi e vecchi-giovani (quelli che hanno ancora una capacità visionaria della società a venire). Laezza precisa di avere grande rispetto per il valore dell’esperienza ma si trova a disagio in una riunione politica in cui, a decidere gli indirizzi del Recovery Plan e della coesione sociale, sia l’establishment, siano i soliti noti della politica e del mondo imprenditoriale. Spero sinceramente che questo piccolo nucleo di giovani possa ampliarsi e riuscire a scavare una breccia nell’impenetrabilità ed immutabilità dell’attuale politica. Una sola obiezione: perché chiamare l’Associazione “E poi ritorniamo” quando l’intento è quello di svecchiare la politica? E’ uno slogan che sa di antico, che toglie freschezza ad un movimento che potrebbe invece rappresentare un’assoluta novità. Ritorno da che cosa? Si vuole forse riconoscere che, per troppo tempo, i giovani si sono assentati?

Comunque, nello spirito di questo “ pacifico” ma, al tempo stesso “rivoluzionario” passaggio del testimone tra le staffette di generazioni diverse, vorrei suggerire di assegnare un ruolo di traino alla Scuola (nella sua totalità istituzionale, non solo nella componente studentesca) nel favorire un processo di maturazione nei giovani di una nuova consapevolezza, per la quale essi si rendano conto di muoversi ormai in una dimensione non più localistica, regionalistica o nazionalistica ma “europea” o addirittura “universale”. La metafora dell’ombra e dell’albero ha una doppia valenza; oltre che rappresentare la base e la premessa di quello che dovrà essere la società futura, ha anche un forte richiamo all’importanza che, nel futuro, avrà l’ambiente, l’ecologia, la sostenibilità. E a proposito di alberi e di giovani, c’è un altro detto che riassume molto bene la tematica: “Stiamo segando il ramo dell’albero su cui siamo seduti” per significare che la società degli egoismi, del presentismo e del consumismo sta andando verso una forma di suicidio collettivo. Ai ragazzi delle nostre scuole superiori, nella speranza che al più presto si possa ritornare definitivamente ad una didattica in presenza, dovremmo, dovrebbero Presidi ed insegnanti far conoscere i principi più nobili che l’Europa ha sancito o che rapporti internazionali hanno sancito. Nessuno disconosce le contraddizioni, le difficoltà, i freni nazionalistici che hanno minato fin qui il percorso di un’Europa tuttora balbettante ed incerta. Nessuno ignora l’abisso che intercorre tra le dichiarazioni di principio e la effettiva attuazione di tali principi. Tuttavia non è possibile che ai ragazzi venga trasmessa dell’Europa e del mondo solo la parte meno nobile, più retorica, più mortificatrice delle reali esigenze democratiche del popolo. Non possiamo lasciare il ruolo di “formatori” dei giovani, sull’Europa e sul mondo, solo ad un’informazione interessata ad esasperare contrasti e contraddizioni a fini di audience e di tirature di copie o ai partiti che sono interessati alla visibilità e differenziazione, a fini elettoralistici. E’ un problema di cultura e, in quanto tale, tocca alla scuola affrontarlo. Si torna a parlare di “educazione civica”. Ma oggi non basta più spiegare la nostra Costituzione, i cardini istituzionali e giuridici dell’Italia. Dobbiamo approfondire la tematica europea, l’importanza dei rapporti internazionali, per non rimanere prigionieri di luoghi comuni. Parliamo di Recovery Plan e litighiamo quando non sappiamo nemmeno che cosa sia effettivamente l’Europa o che valore abbiano le alleanze internazionali. Parliamo di rivoluzione ambientale ed ecologica, senza conoscere quello che gli Stati membri dell’Europa o di altri continenti nel frattempo hanno, almeno teoricamente, sancito.

Davide Laezza ha indicato, a titolo di esempio, alcune soluzioni possibili, come la creazione di una Zona Franca Urbana (ZFU) per l’isola d’Ischia, ovvero un ambito territoriale da rilanciare attraverso defiscalizzazione e decontribuzione. E precisa, egli stesso, che tale istituto fu sperimentato per primi dai francesi nel 1966. In Italia sono state istituite dalla L. 296 del 2006, che individuava un Obiettivo Convergenza (per le Regioni Campania, Calabria, Sicilia e Puglia). Ora, a prescindere dalla realizzabilità e applicabilità di questo istituto all’isola d’Ischia che, se da un lato presenta ampie zone di sofferenza e sottosviluppo, dall’altro è un’economia matura e ipersviluppata, c’è da apprezzare lo sforzo di elaborazione che finalmente arriva da giovani desiderosi di prendersi lo spazio che meritano. A me, l’esempio della ZFU serve soprattutto per dimostrare come i destini (dei francesi come degli italiani e come di tutti gli altri Stati europei) sono interdipendenti, simili, con gli stessi squilibri e le stesse necessità di ricucire una coesione sociale ed economica.

Farò due esempi per far capire cosa vuole dire “Europa” e cosa vuole dire “cultura europea ed internazionale”. Primo esempio: il 27 ottobre del 2005, a Faro, in Portogallo, fu stipulata una Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, ratificata poi dall’Italia il 27 febbraio 2013. Scopo principale di tale Convenzione è la promozione di un processo di valorizzazione partecipativo, fondato sulla sinergia fra pubbliche istituzioni, cittadini privati e associazioni. Si va verso il criterio di un “patrimonio culturale europeo”. Proprio ispirandosi a questi principi, in questi giorni, è stato stretto un patto di collaborazione tra i Parchi Archeologici di Pompei ed Ercolano con gli Istituti scolastici dell’area vesuviana, per la valorizzazione culturale, una Heritage Community, un Laboratorio del Paesaggio vesuviano .Lo spazio culturale tra Pompei ed Ercolano è stato definito “ Buffer Zone” ( zona cuscinetto) tra due realtà culturali omogenee e di respiro internazionale, per meglio offrire ad una platea europea il godimento di un bene di tutti. Ecco cosa ci vorrebbe anche per l’isola d’Ischia, per i giovani che reclamano giustamente un ruolo da protagonisti, una triplice saldatura: una che leghi Scuola ed Istituzioni pubbliche, una seconda che crei “buffer zone” tra i 6 Comuni isolani, una terza che accosti i giovani al sentire europeo. Ma non bastano più nemmeno i confini europei; la pandemia ci ha insegnato che tutto ciò che accade nel mondo, in qualunque latitudine, si riverbera nel resto del pianeta. E allora la scuola deve saper trasmettere ai giovani il senso dell’universalità. Citerò, a tal riguardo, la Convenzione di Aarhus (città danese), dove fu stipulato un Trattato internazionale in data 25 giugno del 1998, entrata in vigore il 30 ottobre del 2001, che prevede l’accesso alla informazione, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale. Hanno aderito a questa Convenzione una cinquantina di Stati del mondo. L’Italia la ratificò con L. 108 del 16 marzo 2001. In altre parole, secondo questo Trattato, non dovrebbe più accadere che uno Stato metta in cantiere un’importante opera che possa modificare significativamente l’assetto ambientale dei luoghi, senza aver coinvolto le popolazioni interessate. D’accordo, è un principio, una semplice manifestazione di buone intenzioni, ma spetterà proprio ai giovani pretenderne la reale applicazione. E toccherà alla scuola far conoscere queste opportunità e la via maestra per renderle concrete. Due esempi, due alberi solidi piantati in Europa e nel mondo. Spetterà ai giovani sapersi adagiare alla loro ombra o permettere alle vecchie classi dirigenti di continuare a “ fare ombra” sulla loro crescita e sulla loro presa di possesso delle leve di comando.

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