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LE OPINIONI

IL COMMENTO I giovani, il clientelismo e la fuga dall’isola

DI LUIGI DELLA MONICA

Mantengo una promessa al dott. Lello Pilato che ho conosciuto telefonicamente in occasione del mio ultimo articolo, che egli mi ha riferito di aver particolarmente gradito. Intendo approfondire il tema giovanile che ha giustamente introdotto Don Carlo Candido per mobilitare le coscienze della comunità isolana. Scrivere, come molti potrebbero equivocare, non è un privilegio. Comunicare pensieri, riflessioni ed opinioni è un ruolo di grande responsabilità che è il valore essenziale da comunicare ai giovani, di Ischia e di tutto il mondo. Ritengo molto umilmente che i ragazzi fuggano da Ischia, ripiegando nelle grigie metropoli europee, ormai scristianizzate, islamizzate e deoccindentalizzate, ospitali solo per il dio denaro, perché nessuno è in grado più di tramandare ad essi il senso della responsabilità. Questo concetto che sembra astratto di per se stesso è intriso di significato concreto e cogente.

Le società patriarcali, ormai superate, obsolete e degne soltanto di nota storica, insegnavano alla comunità, composta di tanti clan familiari, che dell’errore del singolo rispondeva – ne era responsabile – il singolo patriarca, ma al di fuori della stretta cerchia interna, la identità dell’autore del misfatto non veniva manifestata, quasi come se l’espiazione del capo-padre fosse satisfattiva di ogni trasgressione delle regole collettive. In tale contesto, era essenziale l’esempio, la condotta specchiata ed ineccepibile, ai limiti della ipocrisia, che doveva esternare il capo famiglia, il quale pagava per gli errori degli altri, ma allo stesso tempo disponeva di una autorevolezza, si badi bene non autoritarismo, che era il migliore sistema di equilibrio della pace interna ed esterna al c.d. clan. La famiglia si distingueva per suoi strumenti comunicativi, per fregi, per simboli… Mi dispiace sembrare ossessivo sul Prof. Jung, ma egli in maniera geniale e forse a tutt’oggi non superato in campo scientifico, teorizzò nel simbolismo un’altra forma di conoscenza. Jung, in altri termini, spiegò che non esiste soltanto la dimensione comunicativa razionale dello scritto e della parola, ma anche del non detto ma compreso, che non è istinto, o come direbbero i greci spirito dionisiaco.

Noi campani siamo maestri della gestualità e meglio di noi nessun popolo al mondo può capire meglio la teoria del simbolismo junghiano, ma, a parte le lusinghe, l’umanità si è sempre espressa non solo con le parole orali e\o scritte, ma con un codice genetico precostituito nella nostra mente che ci induce a comportamenti significativi. Ecco che i romani adottarono l’aquila come simbolo della potenza di Roma, gli egiziani amavano il gatto, oppure il serpente per significare sapienza, ma possiamo tranquillamente dire carabiniere o fiamma d’argento, così come una persona la quale ama definirsi orso, in realtà sta significando che è molto affettuosa ma non molto socievole. Tutti questi simboli condizionano le condotte di vita dell’uomo che li subisce e\o vive dalla sua nascita e per tutto il cammino della propria vita. Ecco che i simboli vengono adottati per testimoniare conquiste sociali, ideali di società future, messaggi di cambiamento, di rivoluzione oppure di reazione ad eventi sociali e naturali.

Nella cultura dei simboli si forma la coscienza di uomo e la personalità dei giovani. I giovani hanno un bisogno disperato di capire, dopo aver trapassato la fase infantile della fede in Babbo Natale, oppure che i supereroi sono solo dei pupazzi, che esistono simboli evocativi di idee di cambiamento. La prima avidità di conoscenza è quella di capire che i propri genitori siano essi stessi esempi di positività e di cambiamento per la società che vivono. I giovani non accettano, nel mentre stesso che la loro mente cresce e si evolve con la cultura scolastica, che la propria famiglia sia una delle tante, ovvero una priva di simboli, ovvero ancora priva di stimoli e di responsabilità. Il giovane ha prima di tutto necessità di essere compreso nelle sue aspirazioni, nella peculiarità delle sue idee che non devono mai essere derise dai genitori, dai fratelli o da altri parenti e men che meno dal contesto scolastico.

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Ricordo con amarezza che al mio quarto anno di scuola superiore il professore di filosofia mi bollò come ignorante per una mia opinione politica diversa dalla sua: sono trascorsi trent’anni ed ancora mi fa male quell’episodio. Care mamme e nonne che invocate la giusta, per la mia personale idea di credente, intercessione di Don Carlo Candido, quale ministro di culto, al fine di aiutare i vostri figli lontani, ma vi siete mai chieste quali sono stati i bisogni primari dei vostri amati figli\nipoti prima di partire dalla isola natìa? Esiste solo il culto del mattone, della casa sulla testa, della stagione che porta il denaro dei turisti, che speriamo agosto passi presto, del non inimicarsi questo o quello perché potrebbe domani servire a quel piacere o favore: il clientelismo di cui parlava il dott. Lello Pilato ed anche Don Carlo. A tal proposito, purtroppo devo constatare che non esiste un clientelismo di matrice cattolica o socialista, esiste un fenomeno imprescindibile nelle società euro-americane di sopraffazione del diverso da sé mediante una affiliazione ad un clan, ad una lobby, ad uno strumento consortile super individuale. Ecco spiegato il perché, per qualche tempo, persone anche serie e ragionevoli, si siano fatte affabulare del concetto teorizzato dell’”uno vale uno”.

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Purtroppo i giovani ischitani, come quelli di tutte le comunità occidentali, sono ormai consapevoli che non riescono più ad essere protagonisti del proprio futuro per quelle dinamiche che vado descrivendo; ma si sentono ancora più inadeguati, qualora percepiscano che le loro famiglie per reagire a questo stato di cose involuto non hanno mosso un dito. Nell’ultimo Festival di Sanremo, l’ospite Ibrahimovic che non è un campione di buone maniere ha però sancito un principio agonistico importantissimo: i giovani che non si sentono compresi dalle loro famiglie, oppure dal contesto locale isolano, evidentemente non sono riusciti a trovare un maestro che insegnasse loro che l’errore è parte della vita e del divenire del cambiamento. La sconfitta è parte della vittoria. Il vecchio Premier Conte amava paragonarsi a Wiston Churchill, a cui non assomigliava nemmeno lontanamente, ma questo Grande della storia ha dimostrato che quando tutto è perduto, quando di fronte ci sta solo il buio, prima o poi vi sarà la luce. Non ci dimentichiamo che il mondo anglofono era contrapposto alla violenza del nazismo, il quale si nutriva di simbolismi e di fregi evocativi.

Tale pensiero non è una parafrasi dello sterile adagio della pandemia “andrà tutto bene”: non è vero niente, sta andando tutto male! I giovani sono consapevoli di questo degrado generale, ma se nella società e nelle famiglie di provenienza non trovano comprensione, purtroppo essi stessi si nutrono di rassegnazione e scappano. Molto spesso i ragazzi reagiscono alla politica con sdegno e presa di distanza. Siamo lontani secoli luce dai giovani classe 1899 che nel primo conflitto mondiale ad appena 17 anni lasciarono casa ed agiatezze per morire su un campo di battaglia che essi ritenevano unico strumento di conquista della libertà e della democrazia. Nel mondo contemporaneo si contesta, si portano i cappelli al contrario, si reppa, si rokka, si fanno tatuaggi ed i ragazzi si narcotizzano con simboli comunicativi che li conducono solo all’incorporamento in greggi di pecore non pensanti; i pochi pensanti si tenta di emarginarli come insani di mente. Mi permetto di dissentire dalla Collega ed abile politica Avv. Maria Grazia Di Scala che il progetto del comune unico isolano sia un’utopia, perché se Ella vi crede fermamente potrà riuscirci, magari fra vent’anni, ma ci riuscirà, così come il Pres. Assoforense Giampaolo Buono ed il suo predecessore F.co Cellammare per la stabilizzazione del Tribunale di Ischia. Ma non bisogna trasferire ai giovani idee di rassegnazione, perché i giovani per definizione credono nei sogni impossibili; nello stesso tempo, le famiglie devono ricordare loro che i cambiamenti passano per le sconfitte, non esiste l’uomo vincente dalla nascita.

Pur tuttavia, le famiglie dei giovani emigranti isolani devono interrogarsi quando e se si sono fatti carico delle aspirazioni dei loro cari prima di allontanarsi: in caso positivo, nessuna critica è ascrivibile alle signore mamme e nonne, perché trattasi di scelta individuale non sindacabile e da accettare di buon grado come espressione di libertà individuale del singolo ragazzo\a; in caso negativo, in caso di indifferenza verso le emozioni dei figli e\o dei nipoti e di trasmissione di messaggi diseducativi di clientelismo, allora dovranno continuare a pregare, non lo dico ironicamente, per evocare il loro ritorno a Ischia. Ricordo alla comunità isolana che è arrivato seriamente il momento di promuovere, terminata la tremenda pandemia, incontri culturali di politiche giovanili, perché l’episodio dei sette ragazzi contro uno di qualche settimana fa per futili motivi è un campanello d’allarme gravissimo di questo processo degenerativo delle coscienze dei ragazzi ISCHITANI, perché non si tratta di un fenomeno vacanziero, ma di un dolore endogeno dell’isola.

* AVVOCATO

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