LE OPINIONI

IL COMMENTO I numeri a sorte della Democrazia

DI ANNA DI MEGLIO

Il vivere democratico è un sistema complesso sottoposto continuamente a forze di natura diversa e multipla. Non si tratta semplicemente di distinguere fra Paesi in cui una forma di democrazia sia ufficialmente in vigore e altri in cui, altrettanto ufficialmente, viga un sistema autocratico. Verifichiamo ogni giorno come all’interno degli Stati democratici la effettiva democraticità di norme, delle loro applicazioni e consuetudini sia ben lontana dal lasciare soddisfatti. Le scelte del “demos”- come ancora, con termine dall’antica radice, ci si riferisce a una comunità libera di esprimersi e di godere di pari opportunità entro limiti di rispetto dell’altro – si affermano a suon di numeri ossia di maggioranza, e ciò potrebbe non garantire affatto o a sufficienza le minoranze e nemmeno la giustizia o la veridicità di quanto con tal criterio disposto. Ciò che davvero dovrebbe preoccupare in tali ambiti non è la vivacità di dibattito su temi di interesse collettivo, quanto piuttosto l’assenza di esso o il suo vanificarsi tramite strumentalizzazione e distorsione operate dall’establishment anche tramite i media, come i talk show, una sorta di arene, questi, spesso dalla marcata e ricercata e ostentata violenza verbale – concetto diverso da quello di una passione onesta nutrita per determinati princìpi – in cui l’attenzione delle masse viene pilotata, distratta, estenuata ed esaurita.

A causa dell’impasse registrato dall’agire politico e dalla insufficiente o inadeguata partecipazione attiva delle masse alla vita pubblica, negli ultimi anni – in tutto il mondo – sta prendendo piede il fenomeno di assemblee rappresentative della cittadinanza, formate da gruppi scelti a caso, a sorte dunque, e incaricati di pronunciarsi circa temi di interesse comune: in Irlanda, tra il 2016 e il ‘17, circa l’aborto; in Paesi come Francia, Germania, Regno Unito, lo Stato di Washington e altrove, circa modalità atte a ridurre emissioni di anidride carbonica; in Canada, contro violenza verbale dilagante e fake news; in Australia, circa uso “etico” di editing genomico sugli esseri umani; in Oregon, circa politiche post pandemia per consentire ripresa economico-sociale …

Tali organismi, sorteggiati, come si diceva, a rappresentare le popolazioni di appartenenza in base a criteri quali età, genere, distribuzione geografica e simili, si sarebbero di fatto dimostrati in grado di far emergere il consenso popolare e, a differenza di quelli elettivi, meno soggetti a interessi di parte. Altro elemento positivo è quello che gli esperti chiamano “rappresentanza descrittiva”; ad esempio, essi contano un numero pressoché uguale di uomini e donne, mentre “ nel 2021 la media mondiale di seggi occupati da donne nei parlamenti nazionali si è attestata al 26%”. L’osservazione appena riportata, come anche il fenomeno descritto di rappresentanza, compare in un articolo intitolato “Un algoritmo per la democrazia”, di Ariel Procaccia, titolare della cattedra di informatica Gordon McKay presso la Harvard University. Lo studioso ha seguìto con interesse l’affermarsi di tale metodologia di intervento, individuandone il limite nella ricchezza di sfumature e variabili di cui si dovrebbe tener conto affinché il sorteggio risulti quanto più possibile equo e rappresentativo AI NOSTRI GIORNI, quando cioè la complessità della realtà sociale non è più nemmeno lontanamente paragonabile a quella della società ateniese del V secolo a.C., che tale metodologia adottò, scegliendo, appunto, con la dinamica del sorteggio, la stragrande maggioranza dei funzionari pubblici.

L’uso del computer fornisce oggi la possibilità di elaborare effettivamente algoritmi sofisticati, come quello messo a punto dallo stesso Procaccia insieme ai suoi collaboratori.

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L’articolo illustra una serie di variabili e di esempi significativi. Talune considerazioni a margine sarebbero da approfondire: l’identicità, tutto sommato, della logica alla base della scelta sopra illustrata presso più civiltà a vocazione democratica, nel corso dei secoli; l’incidenza di fattori geopolitici sulla vocazione stessa alla democrazia, come l’apertura all’esterno, verso mondi e visioni altri da sé, con l’affermarsi di interessi economico-commerciali; la necessaria osmosi fra tali interessi e processi, evidentemente non scontati, di consapevolezza civile, in termini di crescita etico-culturale. Dubbio: se un algoritmo estremamente sofisticato, elaborato grazie a un precipitato culturale “TEORICO” di tutto quanto concepito in termini di uguaglianza di diritti, potrà arrivare a individuare in modo democratico gruppi di cittadini davvero rappresentativi della intera congerie di appartenenza, quale ragionevole dispositivo potrebbe assicurare che quanto democraticamente emerga, possa dirsi in sé eticamente e civilmente democratico?

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