LE OPINIONI

IL COMMENTO Il dibattito sulla nuova educazione sessuo-affettiva nelle scuole

DI GIUSEPPE AMALFITANO

Tra le novità che si affacciano nel mondo della scuola c’è l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva, una materia che sta già suscitando riflessioni, consensi e perplessità. Al di là delle posizioni ideologiche, il tema merita una discussione serena, perché riguarda direttamente la formazione delle nuove generazioni e il ruolo che la scuola è chiamata a svolgere in una società sempre più complessa. Il termine “educare” deriva dal latino educere, che significa letteralmente “tirare fuori”, “far emergere”, “portare alla luce”. In ambito pedagogico educare non significa semplicemente trasmettere nozioni, ma accompagnare una persona nella scoperta delle proprie capacità, delle proprie inclinazioni e della propria identità. È una definizione nobile e condivisibile, che però porta inevitabilmente a interrogarsi su quale debba essere il confine tra il compito educativo della famiglia, quello della scuola e quello della società. Proprio da questa riflessione nasce qualche dubbio sull’espressione “educazione sessuo-affettiva”. L’affettività, infatti, appartiene alla sfera più intima della persona. L’affetto verso i genitori, gli amici, il partner o i figli è un sentimento che si sviluppa naturalmente attraverso le esperienze di vita, gli esempi ricevuti e le relazioni costruite nel tempo. È legittimo chiedersi fino a che punto tali dinamiche possano essere oggetto di insegnamento scolastico.

Anche sul versante della sessualità esistono interrogativi. La crescita biologica dell’essere umano segue percorsi che la natura ha disegnato da sempre. I cambiamenti fisici e psicologici dell’adolescenza accompagnano ogni generazione verso la maturità, così come accade da millenni. Del resto, l’umanità è arrivata fino ai nostri giorni senza che nelle scuole esistessero corsi specificamente dedicati a questi argomenti. Naturalmente nessuno mette in discussione la professionalità di psicologi e psicoterapeuti, figure che vengono indicate tra i possibili protagonisti di questi percorsi formativi. Si tratta di professionisti preparati e competenti, capaci certamente di affrontare temi delicati con sensibilità e rigore. Tuttavia, qualcuno osserva che i ragazzi di oggi vivono immersi in una realtà digitale nella quale internet e i social network rappresentano già, nel bene e nel male, una fonte pressoché inesauribile di informazioni. Il problema, forse, non è tanto la mancanza di conoscenze quanto la capacità di distinguere quelle corrette da quelle fuorvianti. Proprio per questo potrebbe essere utile orientare l’attenzione verso una disciplina dal carattere maggiormente pratico e sanitario. Più che “educazione sessuo-affettiva”, si potrebbe immaginare un percorso di “educazione sanitaria”, capace di fornire ai giovani strumenti concreti per la tutela della propria salute. Un insegnamento che affronti la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, l’igiene personale, il rispetto del proprio corpo e di quello altrui, ma anche le nozioni fondamentali di primo soccorso.

Sapere come intervenire davanti a un’emergenza, come affrontare una perdita di sangue dal naso, come effettuare correttamente una manovra di rianimazione cardiopolmonare o come comportarsi in attesa dei soccorsi potrebbe rappresentare un patrimonio di conoscenze prezioso per qualsiasi cittadino. In questo ambito, medici in pensione o operatori sanitari con una lunga esperienza professionale potrebbero offrire un contributo significativo, mettendo a disposizione competenze maturate in anni di attività. Il dibattito resta aperto e probabilmente continuerà ad animare il confronto pubblico nei prossimi mesi. La questione non è essere favorevoli o contrari a priori, ma comprendere quale sia il modo migliore per accompagnare i giovani verso l’età adulta. Perché educare significa certamente trasmettere conoscenze, ma soprattutto fornire gli strumenti per affrontare con consapevolezza le sfide della vita. E su questo obiettivo, probabilmente, tutti possono trovarsi d’accordo.

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Un commento

  1. Le principali malattie veneree sono contratte durante l’adolescenza, cioè contemporaneamente alla frequentazione di corsi scolastici che, potrebbero mediante opportuni spazi integrativi, colmare la cattiva o inopportuna informazione ricevuta a casa o, tra locali conoscenze ma scarsamente competenti.
    Nell’età dello sviluppo, per efficacia e attinenza alla cura richiesta, timidezza, timore, ritegno andrebbero a favorire comportamenti inadeguati ed intempestivi, contrastando ogni rimedio psico-fisico compatibile .
    Adeguare ed integrare gli insegnamenti in merito non è solo terapeutico ma, rappresenta l’unico mezzo idoneo a prevenire tali ed a volte incresciose situazioni adolescenziali!

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