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LE OPINIONI

IL COMMENTO Il dovere della condanna irrevocabile e della memoria

Di Luciano Venia

Chi, insieme allo scrivente, si riconosca integralmente nei valori e nei principi della Costituzione della Repubblica non può astenersi dal dovere della condanna assoluta, nettissima e irrevocabile delle leggi razziali e dalla intera legislazione antiebraica che a partire dal 1938 fece ingresso nell’ordinamento giuridico italiano. Una martellante e capillare campagna di stampa preparò ed accompagnò il varo delle cd leggi razziali promulgate dal Re e volute dal regime. Con piena ed assoluta convinzione occorre esprimere una aperta e completa condanna di quell’apparato normativo gravido di ingiustizia e di violenza e contrario allo spirito di fratellanza tra i popoli e mancante dello spirito di umanità. “Tutta la legislazione, fu approvata partendo dalla definizione di ‘ebreo’, fondata sul legame di sangue coerentemente con un’impostazione biologica dell’appartenenza al popolo e alla Nazione italiana. Da questa assunzione derivarono in rapida successione una serie di divieti per i cittadini italiani ebrei che andavano dall’impedimento ad insegnare o a frequentare scuole e università, con conseguente allontanamento degli studenti e dei docenti da tutti gli istituti, al divieto di contrarre matrimonio con cittadini non ebrei, di possedere aziende importanti per la difesa nazionale o di possedere aziende, terreni fabbricati che superassero certe dimensioni, di prestare servizio alle dipendenze di amministrazioni pubbliche, civili e militari, di iscrizione ai vari albi delle libere professioni. Furono vietate inoltre la macellazione rituale e la pubblicazione della stampa ebraica, fattori caratterizzanti il vivere secondo i dettami della religione ebraica.” Vi furono tentativi di resistenza come quella dell’Ordine degli Avvocati di Napoli che si rifiutò a lungo di trasmettere le liste degli avvocati ebrei. Le leggi razziali non sono soltanto un orrore ma una follia inaccettabile per chiunque mantenga una coscienza civile ed è convinto che gli uomini non solo nascano uguali ma in tale condizione di eguaglianza debbano restare in ogni ambito della vita associata.

Ecco una parte della legislazione antiebraica: MANIFESTO DEGLI SCIENZIATI RAZZISTI, Pubblicato sul “Giornale d’Italia” il 14 luglio 1938. DICHIARAZIONE SULLA RAZZA, approvata da Gran consiglio del fascismo il 6 ottobre 1938 e pubblicata sul “Foglio d’ordine” del Partito nazionale fascista il 26 ottobre 1938. REGIO DECRETO Legge 5 settembre 1938, n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (GU n. 209, 13 settembre 1938), convertito senza modifiche con L 5 gennaio 1939, n. 99, (GU n. 31, 7 febbraio 1939). REGIO DECRETO 5 settembre 1938, n. 1531, Trasformazione dell’Ufficio centrale demografico in Direzione generale per la demografia e la razza (GU n. 230, 7 ottobre 1938). REGIO DECRETO LEGGE 5 settembre 1938, n. 1539, Istituzione, presso il Ministero delI’interno, del Consiglio superiore per la demografia e la razza (GU n. 231, 8 ottobre 1938), convertito senza modifiche con L 26 gennaio 1039 (GU n. 24, 30 gennaio 1939). REGIO DECRETO LEGGE 7 settembre 1938, n. 1381, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri (GU n.208, 12 settembre 1938). Il REGIO DECRETO LEGGE non venne mai ‘convertito in legge’, ma le sue disposizioni vennero riprese nel REGIO DECRETO LEGGE 1728/1938. E ancora tra gli altri: REGIO DECRETO LEGGE 9 febbraio 1939, n. 126, Norme di attuazione ed integrazione delle disposizioni di cui all’art. 10 del R. decreto-legge 17 novembre 1938 XVII, n. 1728, relative ai limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini italiani di razza ebraica (GU n. 35, 11 febbraio 1939), convertito con modifiche dalla L 2 giugno 1939, n. 739 (GU n. 131, 5 giugno 1939). REGIO DECRETO 27 marzo 1939, n. 665, Approvazione dello statuto dell’Ente di gestione e liquidazione immobiliare (GU n. 110, 10 maggio 1939). LEGGE 29 giugno 1939, n. 1054, Disciplina dell’esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica (GU n. 179, 2 agosto 1939). LEGGE 13 luglio 1939, n. 1024, Norme integrative de LEGGER. decreto-legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, sulla difesa della razza italiana (GU n. 174, 27 luglio 1939). LEGGE 13 luglio 1939, n. 1055, Disposizioni in materia testamentaria nonché sulla disciplina dei cognomi, nei confronti degli appartenenti alla razza ebraica (GU n. 179, 2 agosto 1939).

B) La notte tra il 15 e il 16 ottobre 1943 una compagnia di militari nazisti provenienti dalla Germania entra nel ghetto di Roma laddove vivevano molti ebrei romani e comincia un infame rastrellamento. In precedenza un ufficiale delle SS – Repubblica 16/10/2021 pg 24 – aveva richiesto il pagamento di 50 kg di oro da raccogliere e consegnare entro 36 ore altrimenti duecento ebrei sarebbero stati catturati e deportati in Germania. Oggetti di oro vengono consegnati ma “il mattino seguente reparti delle SS tedesche si presentano al ghetto e sequestrano archivi, registri, manoscritti rari e documenti appartenenti alla Comunità ebraica. Tutto inutile più tardi le SS FANNO UN RASTRELLAMENTO E RADUNANO BEN 1200 PERSONE COMPRESI I BAMBINI DAVANTI AL PORTICO DI OTTAVIA….poi al Collegio Militare di Trastevere vengono separati uomini e donne e dopo due giorni, tutti, anche i neonati vengono trasferiti alla stazione Tiburtina e per loro comincerà un viaggio senza ritorno. Un viaggio verso Auschwitz. Un viaggio verso le camere a gas. Solo 16 si salveranno.

C) Occorre condannare poi la rappresaglia delle Fosse Ardeatine, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, la Risiera di San Saba. L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema fu un crimine di guerra compiuto dai soldati tedeschi di tre compagnie delle SS con l’ausilio di alcuni collaborazionisti italiani. All’alba del 12 agosto 1944 i reparti circondarono l’abitato di Sant’Anna (una frazione di StazzemaLU), mentre un quarto si attestava più a valle, sopra il paese di Valdicastello, per bloccare ogni via di fuga. Nonostante agli inizi del mese Sant’Anna fosse stata dichiarata zona bianca dai tedeschi, in grado cioè di accogliere popolazione civile sfollata, in poco più di tre ore furono massacrate 560 persone, tra cui molti bambini.

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Come accertò la magistratura militare italiana non si trattò di rappresaglia in risposta a una determinata azione del nemico, ma – come è emerso dalle indagini – si trattò di un atto terroristico premeditato e curato in ogni dettaglio per annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie al terrore. L’obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona. (Wikipedia). Il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso – costruito nel 1898 nel periferico rione di San Sabba – venne dapprima utilizzato dall’occupatore nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 (Stalag 339). Verso la fine di ottobre, esso venne strutturato come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei.

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Nel sottopassaggio, il primo stanzone posto alla sinistra di chi entra era chiamato “cella della morte”. Qui venivano stipati i prigionieri tradotti dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore. Secondo testimonianze, spesso venivano a trovarsi assieme a cadaveri destinati alla cremazione. Proseguendo sempre sulla sinistra, si trovano, al pianterreno dell’edificio a tre piani in cui erano sistemati i laboratori di sartoria e calzoleria, dove venivano impiegati i prigionieri, nonché camerate per gli ufficiali e i militari delle SS, le 17 micro-celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri: tali celle erano riservate particolarmente ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all’esecuzione a distanza di giorni, talora settimane. Le due prime celle venivano usate a fini di tortura o di raccolta di materiale prelevato ai prigionieri: vi sono stati rinvenuti, fra l’altro, migliaia di documenti d’identità, sequestrati non solo ai detenuti e ai deportati, ma anche ai lavoratori inviati al lavoro coatto (tutti i documenti, prelevati dalle truppe jugoslave che per prime entrarono nella Risiera dopo la fuga dei tedeschi, furono trasferiti a Lubiana, dove sono attualmente conservati presso l’Archivio della Repubblica di Slovenia). Le porte e le pareti di queste anticamere della morte erano ricoperte di graffiti e scritte: l’occupazione dello stabilimento da parte delle truppe alleate, la successiva trasformazione in campo di raccolta di profughi, sia italiani che stranieri, l’umidità, la polvere, l’incuria – in definitiva – degli uomini hanno in gran parte fatto sparire graffiti e scritte. Ne restano a testimonianza i diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez (ora conservati dal Civico Museo di guerra per la pace a lui intitolato), ove se ne trova l’accurata trascrizione; alcune pagine sono riprodotte nel percorso della mostra storica.

Nel successivo edificio a quattro piani venivano rinchiusi, in ampie camerate, gli ebrei e i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania: uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finivano a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare. A favore di cittadini imprigionati nella Risiera – ed in particolare dei cosiddetti “misti” (ebrei coniugati con cattolici) – intervenne direttamente presso le autorità germaniche il vescovo di Trieste, mons. Santin, in alcuni casi con successo (liberazione di Giani Stuparich e famiglia), ma in altri senza alcun esito (Pia Rimini).

Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, sull’area oggi contrassegnata dalla piastra metallica, c’era l’edificio destinato alle eliminazioni – la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale – con il forno crematorio. L’impianto, al quale si accedeva scendendo una scala, era interrato. Un canale sotterraneo, il cui percorso è pure segnato dalla piastra d’acciaio, univa il forno alla ciminiera. Sull’impronta metallica della ciminiera sorge oggi una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.

Dopo essersi serviti, nel periodo gennaio – marzo 1944, dell’impianto del preesistente essicatoio, i nazisti lo trasformarono in forno crematorio, in grado di incenerire un numero maggiore di cadaveri, secondo il progetto dell’”esperto” Erwin Lambert, che già aveva costruito forni crematori in alcuni campi di sterminio nazisti in Polonia. Questa nuova struttura venne collaudata il 4 aprile 1944, con la cremazione di settanta cadaveri di ostaggi fucilati il giorno prima nel poligono di tiro di Opicina.

L’edificio del forno crematorio e la connessa ciminiera vennero distrutti con la dinamite dai nazisti in fuga, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, per eliminare le prove dei loro crimini, secondo la prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento. Tra le macerie, fu inoltre rivenuta la mazza la cui copia, realizzata e donata da Giuseppe Novelli nel 2000, è ora esposta nel Museo (l’originale è stato purtroppo trafugato nel 1981). Sul tipo di esecuzione in uso, le ipotesi sono diverse e probabilmente tutte fondate: gassazione in automezzi appositamente attrezzati, colpo di mazza alla nuca o fucilazione. Non sempre la mazzata uccideva subito, per cui il forno ingoiò anche persone ancora vive. Fragore di motori, latrati di cani appositamente aizzati, musiche, coprivano le grida ed i rumori delle esecuzioni.

Il fabbricato centrale, di sei piani, fungeva da caserma: camerate per i militari SS germanici, ucraini e italiani (questi ultimi impiegati in Risiera per funzioni di sorveglianza) nei piani superiori, cucine e mensa al piano inferiore, ora adattato a Museo. L’edificio oggi adibito al culto, senza differenziazione di credo religioso, al tempo dell’occupazione serviva da autorimessa per i mezzi delle SS colà di stanza. Qui stazionavano anche i neri furgoni, con lo scarico collegato all’interno, usati probabilmente per la gassazione delle vittime.

All’esterno, a sinistra, il piccolo edificio – ora adibito ad abitazione del custode – costituiva il corpo di guardia e abitazione del comandante. A destra, nella zona attualmente sistemata a verde, esisteva un edificio a tre piani con uffici, alloggi per sottufficiali e per le donne ucraine. Quante sono state le vittime? Calcoli effettuati sulla scorta delle testimonianze danno una cifra tra le tre e le cinquemila persone soppresse in Risiera. Ma in numero ben maggiore sono stati i prigionieri e i ”rastrellati” passati dalla Risiera e da lì smistati nei lager o al lavoro obbligatorio.

(cfr risieradisansabba.it). Infine la rappresaglia nazista a seguito di un attentato a via Rasella contro i soldati tedeschi che portò alla decisione dei nazisti di rastrellare ed uccidere tanti innocenti nella strage delle Fosse Ardeatine con il pretesto delle leggi di rappresaglia contemplate nei codici militari di guerra ed in realtà superando anche i rapporti numerici ivi contemplati. Orrore. Un dovere ricordare tutto questo come ha chiesto Primo Levi nel suo celebre “Se questo è un uomo”. Un libro che tutti devono leggere. Perchè non si ripetano fenomeni così drammatici e si resista sempre a ogni genere di totalitarismo nazifascista, comunista, religioso, settario, razziale, finanziario od economico. La Libertà è il valore più alto ed indispensabile di ogni essere umano. Abbiamo non solo il dovere della condanna senza nessuna giustificazione della persecuzione degli ebrei e delle stragi naziste ma anche il dovere della memoria.

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