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LE OPINIONI

IL COMMENTO Il ritorno dell’impresa corporativa

Arrivano brutti segnali dal mondo degli industriali, dagli intellettuali orbitanti nella cerchia del gotha imprenditoriale e dalla grande stampa nazionale. Segnali di chiusura a riccio intorno agli interessi corporativi delle imprese e di insofferenza verso Governo ed istituzioni e per ogni forma di solidarietà sociale e di assistenza ai ceti deboli. Si contrappone, ai redditi di emergenza, la richiesta di maggiori finanziamenti a fondo perduto a favore delle imprese, ritornando a proporci il mainstream dell’impresa “unica creatrice” e, nello stesso tempo, distributrice di ricchezza. A titolo di esempio, trascrivo alcuni passaggi di un editoriale dal Corriere della Sera di martedì 12 settembre. Il prof. Angelo Panebianco, nel pezzo dal titolo “Le scelte di un paese” scrive: “La coalizione che sostiene questo governo è in prevalenza anti-business, ostile all’impresa privata e, se non proprio fautrice della collettivizzazione dei mezzi di produzione come si diceva un tempo, per lo meno favorevole a ripercorrere la strada del duce ai tempi della Grande depressione; ricreare lo Stato padrone, con tanto di IRI e tutto il resto”. Confondendo l’idea, peraltro non inserita nel Decreto Rilancio, dell’eventuale rafforzamento – con quote di partecipazione statale- delle aziende strategiche nazionali ( tipo Alitalia), ferma restando la governance privata, con la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Panebianco equivoca fino al punto di aggiungere: “talché, dirigenti di prima fila… propongono il diritto dello Stato di sottrarre alle aziende, che riceveranno aiuti, la libertà di decidere in materia di livelli occupazionali, delocalizzazioni ecc.” E a fianco di questo articolo, ne compariva un altro, di Edoardo Segantini, dall’eloquente titolo: “Quell’ostilità per l’impresa che crea il profitto”. In esso c’è il seguente passaggio: “Nei giorni della pandemia riemerge un virus antico, l’ostilità per l’impresa. Dietro ai vaccini, alla ricerca sui nuovi farmaci si vede solo un demoniaco desiderio di profitto”. Poi c’è, in questo articolo, una strumentalizzazione di una frase di Papa Francesco: “Ci sono tanti buoni imprenditori che trattano i propri dipendenti come figli”. Che strano: chiamano a supporto Francesco proprio quegli stessi che vedono nel papa una minaccia del comunismo anticapitalista.

E qui ci metto un altro illustre professore, editorialista del Corriere della Sera: Ernesto Galli Della Loggia, autore di un velenoso attacco, domenica scorsa, al papa. E cito il seguente suo passaggio al vetriolo: “Il discorso (del Papa) privo di una significativa innervatura religiosa, resta solo un discorso ideologico, di una ideologia a sfondo populistico-comunitario-anticapitalistico, non dissimile da altri in circolazione specie nel Sud del mondo”. Aggiungiamo un altro durissimo attacco, sferrato al Papa, da Antonio Socci, Direttore della Scuola di Giornalismo di Perugia, che poi ha chiesto scusa e si è dimesso dalla direzione della Scuola. Aveva definito Francesco “traditore asservito al potere”. Noi, modesti commentatori ed analisti, dall’osservatorio di un’isola che, per vocazione turistica, è aperta al mondo e a tutte le espressioni della società, non commetteremo lo stesso errore e non impiegheremo la stessa violenza verbale che stanno utilizzando passatisti e sostenitori di un modello perverso dell’impresa. Sappiamo distinguere questi alfieri del corporativismo industriale dalla maggioranza di imprenditori che hanno una visione più aggiornata, più moderna e più solidale. E’ all’attenzione di questi ultimi che va posto il tema del “rischio d’impresa”, di cui poco si parla. Che cosa distingue il lavoro dipendente dall’impresa? Lo distinguono i “fattori della produzione” e il “rischio d’impresa”. I fattori della produzione sono: la natura, il lavoro, il capitale, la capacità organizzativa. In riferimento al quarto fattore, la capacità organizzativa, ogni imprenditore predispone un proprio “Piano”, un programma di azione con un quadro previsionale. Ovvio che tale piano può non verificarsi secondo le previsioni, per una serie di circostanze o per semplice errata valutazione. Perciò l’imprenditore corre un rischio, di natura economica.

Altra cosa è il rischio tecnico: ad esempio l’errato utilizzo di una macchina o, per stare all’attualità, un’errata procedura per la sicurezza sul lavoro o sulla tutela della salute .Il lavoratore subordinato non concorre al rischio economico e ha sempre e comunque il diritto ad essere retribuito secondo il lavoro e le mansioni prestate. Ora, che cosa sta succedendo all’epoca del Covid 19? Che per il rischio economico, essendo quello pandemico imprevedibile ed incalcolabile, gli imprenditori reclamano risarcimento dallo Stato. Interventi statali per assicurare liquidità al sistema, a cui è stato momentaneamente interrotto il flusso, sono indiscutibili. Come sono indiscutibili alcuni alleggerimenti fiscali. Più complesso invece si fa il discorso quando le imprese reclamano finanziamenti a fondo perduto, che pure in parte sono stati previsti dal Decreto Rilancio e che saranno previsti anche dal Recovery Fund. Cerchiamo di spiegare i motivi di queste perplessità e della limitatezza dell’erogazione di finanziamenti a fondo perduto. L’impiego di ingenti risorse per risarcire le aziende con finanziamenti a fondo perduto sono comunque risorse i cui oneri, in un modo o in un altro, ricadranno sulla collettività dei cittadini. Allora si pone il problema, non secondario, e l’interrogativo: “ quale differenza esiste più tra il lavoratore dipendente, garantito nello stipendio e l’imprenditore garantito dallo Stato? Non si stravolge il ruolo dell’imprenditore e non lo si assimila al lavoro dipendente tutelato? Non si rischia, in tal modo, di “privatizzare i profitti e socializzare le perdite“ ? Come si vede, non sono questioni di lana caprina. E nemmeno sono, le nostre, considerazioni da “socialismo collettivistico”, come sostiene il prof. Panebianco.

E adesso veniamo al “rischio tecnico”. Ci si è lamentati, in questi giorni, del pericolo di sanzioni amministrative e penali a cui vanno incontro gli imprenditori per eventuali contagi di clienti o dipendenti da coronavirus e per cui chiedono l’istituzione di uno scudo deresponsabilizzante. Effettivamente, il D.Lgs 8 giugno 2001 n.231 prevede la responsabilità amministrativa per reati di cui l’omicidio colposo (art. 589 c.p) e lesioni presunte colpose (di cui art. 590 c.p.), commessi in violazione delle normative a tutela dell’igiene e della sicurezza sul lavoro. Ma la soluzione c’è: allo stesso modo che, per la sicurezza sul lavoro, l’impresa si certifica, stabilisce le procedure e nomina un Responsabile, ugualmente dovrà funzionare la sicurezza sanitaria (che può risolversi anche con una semplice integrazione del Documento di valutazione dei rischi). Così, anche se si dovessero verificare, malauguratamente, casi di contagio da coronavirus, nel momento in cui si dimostrerà di aver applicato le giuste procedure, non gli verrà contestato nulla. Altra lamentela che si registra in questi giorni è la questione della sanificazione degli ambienti di lavoro (con ozono o con altre soluzioni). Si dice: è un notevole costo in più, come lo sono e lo saranno le forniture di determinati dispositivi di protezione per clienti e dipendenti. Certo, ma anche per questi sono previsti, a copertura, appositi fondi dal Decreto Rilancio. La Regione Campania potrebbe però dettare una linea di semplificazione (e giro la proposta a chi di dovere) che dia la possibilità ai titolari di mini imprese di acquistare prodotti igienizzanti e sanificare in proprio i locali, redigendo autodichiarazione di avvenuto intervento. In tal modo si abbatterebbero i costi di servizio delle ditte specializzate. D’altronde le imprese più accorsate dovrebbero ben conoscere il risk management (gestione del rischio) inteso come rischio globale: economico, tecnico, finanziario e patrimoniale. E le imprese di una certa dimensione dovrebbero avere, nel proprio organico, il risk manager che ha, come obiettivo, quello di bilanciare al meglio il rapporto tra rischi ed opportunità, non quello di eliminare tutti i rischi.

Oggi bisognerebbe rivedere una serie di figure aziendali e sostituirle con figure più rispondenti alle esigenze del momento storico. Questo non è aggravio burocratico, ma serietà di lavoro e i costi da affrontare sono compensati ampiamente dai risultati che si possono raggiungere in ordine all’affidabilità verso i clienti. Un’ultima annotazione: si rende necessario che le imprese smettano di affidare tutte queste delicate mansioni a “soggetti tuttofare”; il tempo dei tuttologi è finito! Meglio se le imprese più strutturate si organizzano con giovani quadri, in grado di implementare moderne tecniche di valutazione, come il brainstorming (raccolta di idee- letteralmente “assalto mentale”, tecnica creativa di gruppo) oppure la più semplice “analisi swot” (pianificazione strategica per identificare i punti di forza e i punti di debolezza del mercato potenziale di riferimento). Utopie? No, modernità. Cambiamenti impossibili in tempo di pandemia e di grave emergenza economica? No, per dirla con il filosofo e mistico indiano Paramhansa Yogaranda, vissuto in America e morto a Los Angeles nel 1952: “La stagione del fallimento è il momento migliore per piantare i semi del successo”.

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