IL COMMENTO Il selfie di fine anno

DI RAFFAELE MIRELLI
Immagino un selfie. Un’immagine da mettere in fondo a questo giornale, a chiusura di trecentosessantacinque giorni che pesano più di quanto vorremmo ammettere. E forse ancor di più per il comune che “intitola” l’isola. Immagino la febbre lieve che precede la sera del 31 dicembre, quell’agitazione strana che ci prende come se il tempo avesse davvero un potere oggettivo, quasi magico. Ci sediamo a tavola, magari in famiglia, e insieme al cibo arrivano i pensieri: le assenze, le persone care che non ci sono più, le presenze che restano sotto forma di mancanza. Il cuore fa i conti con ciò che il tempo ha tolto, oltre a ciò che promette. Il 31 dicembre è forse il giorno più ambiguo dell’anno: carico di speranze, di propositi, di buoni inizi. E insieme attraversato da una sottile malinconia. La vita, spesso, si incarica di smentire le nostre fantasie, brucia energie, trasforma l’entusiasmo in attesa, l’attesa in paura. Scrivere in questo giorno è difficile, perché si vorrebbe parlare a una comunità intera, provare a farla riconoscere in uno specchio comune, capire cosa sta accadendo — davvero — a questo piccolo comune straordinario che è parte della mia casa, è isola.
Accade poco, o forse troppo poco nel modo giusto. Anni di speranze affidate alla routine, al già visto, al “si è sempre fatto così”. Anni di prassi consolidate, di porte chiuse, di dinieghi. E intanto un luogo che meriterebbe apertura, visione, coraggio viene lasciato nelle mani sbagliate o, peggio, nell’inerzia collettiva. Da qui nasce una sensazione diffusa: lo spaesamento. Ci si sente stranieri a casa propria. Si parla una lingua che sembra non essere più ascoltata. Ci si sente lontani, pur restando. E non è una sensazione individuale, è un sentimento condiviso, sommerso. A Ischia non stiamo bene da tempo. Questa è una delle poche certezze di questo momento buio. Dobbiamo iniziare a dirlo! Sì, è buio. Inutile girarci intorno. L’Italia attraversa una fase difficile, poco ospitale per i giovani, per chi crea, per chi prova a pensare in modo libero. E la nostra isola non fa eccezione. Un tempo laboratorio, vanto di un termalismo autentico, oggi sembra aver smarrito la capacità di immaginare il proprio futuro. Abbiamo delegato troppo. Abbiamo affidato il destino collettivo a interessi privati, scambiando il governo del bene comune con la gestione del consenso. E i social ne sono lo specchio più naturale. La politica si è ridotta spesso a una vetrina di eventi, a una vetrina che espone l’avviso “affittasi”. Ma forse nessuno ha ancora capito che manca il coraggio. Manca il coraggio di dire dove vogliamo andare. E allora la domanda, quella vera, dovrebbe essere una sola: che cosa possiamo fare adesso per il nostro comune? Che cosa possiamo fare per il futuro di chi abbiamo messo al mondo? Perché oggi tutto appare arido. La stasi produce i suoi frutti amari: strade buie, spazi svuotati, luoghi che non generano più comunità. L’inverno, che dovrebbe essere il tempo della vita condivisa per chi abita qui, diventa invece una stagione di sospensione e amarezza. Non bastano concerti o slogan a invertire la rotta. La responsabilità — diciamolo con onestà — è anche nostra. Dove sono finite le donne e gli uomini capaci di esporsi, di parlare, di costruire alternative? Sono emigrati? Si sono stancati? O siamo diventati tutti spettatori, pronti a commentare ma riluttanti a partecipare? Le intelligenze che d’estate ammiriamo, luminose e creative, perché restano mute quando servirebbe il loro peso reale? Siamo davvero disposti ad apparecchiare ancora una volta la tavola per l’ennesima abbuffata del passato?
Qui serve uno scarto. Una discontinuità. Un atto di parola. Qualcuno scriveva: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere». Aggiungeva che in questo interregno nascono i mostri. Sta a noi decidere se restare spettatori o diventare levatrici di qualcosa di diverso. E allora serve qualcuno che alzi la testa, che parli, che dica come la pensa. Che rivendichi il diritto al dissenso e alla complessità. Non possiamo lasciare la politica al passato, né ai “giovani vecchi” portatori di idee logore. Abbiamo bisogno di futuro, non di nostalgia travestita da modernità. Noi ischitani sappiamo leggere nel cuore: il mare ce lo insegna ogni giorno, scavandoci dentro. Ma proprio per questo dobbiamo diventare cittadini consapevoli. Non sudditi, non comparse. Forze vive che reagiscono a decenni di superficialità e approssimazione. Dobbiamo cambiare la narrazione politica, il linguaggio stesso con cui pensiamo la cosa pubblica. Qualcuno ricordava che «prendere la vita con leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto». Serve immaginazione concreta, non slogan. Rinunciare al favore per entrare nella responsabilità. Rinunciare alla scorciatoia per costruire un percorso. Avere il coraggio di dire: eccoci, siamo diversi. Siamo cresciuti. Vogliamo civiltà, educazione, senso civico. Vogliamo bellezza, natura, cura. Quelle stesse cose che un tempo ci hanno resi ricchi — non solo economicamente, ma umanamente. Oggi siamo poveri, sì! Poveri di visione, affaticati, disillusi. Ma non condannati. La povertà più pericolosa non è quella materiale, è l’abitudine a lamentarsi senza agire. Dobbiamo disimparare il cinismo e rimboccarci le maniche. Dimostrare, con i fatti, che siamo maturati.
Essere ischitani, oggi, dovrebbe voler dire questo: parlare con il cuore al cuore della nostra comunità. Essere precisi, esigenti, autentici. Non perfetti, ma responsabili. Perché il cambiamento nasce come una decisione condivisa. Siamo ischitani, e dobbiamo avere il coraggio di dirlo fino in fondo. Il coraggio di non nasconderci più dietro l’abitudine, dietro il “si è sempre fatto così”, dietro la paura di disturbare. Il coraggio di perdere qualche comodità pur di riconquistare dignità. Il coraggio di parlare quando conviene tacere, di restare quando sarebbe più facile andare via, di costruire invece di commentare. Dobbiamo avere il coraggio di prenderci cura della nostra terra come si fa con una persona amata: con attenzione, con rigore, con presenza. Il coraggio di studiare, di informarci, di pretendere competenza. Di non delegare tutto, di non vendere il futuro per un favore. Di dire no quando serve, e sì solo a ciò che ha senso. Siamo ischitani e dobbiamo avere il coraggio di diventare cittadini, non spettatori. Di trasformare il malcontento in progetto, la rabbia in visione, la nostalgia in responsabilità. Di tornare a parlare tra noi, guardandoci negli occhi, senza paura del conflitto quando è onesto, senza paura del cambiamento quando è necessario. Siamo ischitani. E se davvero il mare ci ha insegnato qualcosa, è che non si attraversa restando fermi. È tempo di alzare la testa, di riaprire il cuore, di rimettere in movimento il pensiero. Il coraggio, oggi, è cominciare. Dal 31 e non dal 32 dicembre! Il selfie da palco è pronto, ma qualcuno potrebbe anche avere il coraggio e chiedere di essere fotografato insieme agli altri.







Raffaele, molto bello il tuo appello.
Accorato e profondo.
Ci ho provato anch’io a scuotere le coscienze.
Al momento sembra che tutti siamo semplicemente spettatori rassegnati e silenti.
Del nostro futuro ma soprattutto di quello dei nostri figli.