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LE OPINIONI

IL COMMENTO Il troppo storpia

DI RAFFAELE MIRELLI

Una delle conseguenze della nostra andatura lavorativa, quella di luglio e agosto, consiste sicuramente nello stressare i lavoratori stagionali che, a causa dell’enorme sforzo profuso durante questi mesi, non fanno altro che sognare la fine di settembre per riposarsi. Quest’anno la mole di lavoro è stata impressionante e di certo la causa è da ricercare nella condensazione del movimento turistico, complice la pandemia. Siamo cambiati, ma sempre e solo nella direzione del consumismo. Questa fatica, questa stanchezza è inoltre frutto di un impegno disorganizzato, sia a livello mondiale sia locale: se in questi giorni vi recate a prendere un caffè in un bar o a pranzo in un ristorante, avrete l’impressione di vedere tantissimi vecchietti che hanno abusato di sé stessi per soddisfare il piacere di una partner troppo vorace, che ha preteso da loro l’uso del Viagra. I nostri lavoratori sono affranti e a buon diritto.

Mi chiedo allora: forse noi isolani nonsiamo tagliati – geneticamente – per lavorare dodici mesi all’anno? Il nostro corpo si è ormai abituato a rendere bene per soli tre mesi e in maniera smisurata. Non oso immaginare uno di noi in una grande metropoli del nostro pianeta.Come si sentirebbe se sottoposto allo stress lavorativo di un anno intero? Ma cambiamo prospettiva. Guardiamo adesso agli imprenditori: avrete tutti notato che verso giugno c’è stata una lamentela generale perché non si trovava personale. Bene, ma perché? Molti hanno visto la causa nel famoso “reddito di cittadinanza”, affermando che questa mancanza sul mercato derivava dal fatto che le persone – “tutte” – non volevano lavorare perché ricevevano soldi a casa, senza dover lavorare. Questa cosa è inesatta, il reddito di cittadinanza – che trova le sue radici anche in un modello tedesco – non funziona in questo modo. Il meccanismo di gestione è molto accurato e complesso e non consente – come invece fanno le diverse forme“disoccupazione” in Italia – di percepire reddito alcuno senza nessun tipo di impegno da parte del cittadino.

Da tutto ciò, però, la voce del popolo – che trova spesso casa nella mentalità comune dell’approssimazione – ne ha tratto una conclusione giusta e fiera: forse gli imprenditori isolani non trovano personale perché questo nuovo sistema di assistenza sociale mette le persone in condizione tale da poter scegliere come lavorare? Ossia di poter contrattare sul tavolo delle trattative con chi li assume, con un peso specifico differente? Mi spiego meglio e in prima persona: “Non vengo a lavorare per te, se devo piegarmi a orari assurdi per l’intera stagione, senza un giorno di ferie e con una paga che non rispetta minimante i canoni europei, equiparando le ore di lavoro e i salari per tutti i suoi cittadini”. Ovviamente ho omesso i dettagli, ma credo che il concetto sia chiaro. Così si è creata magicamente una percezione del proprio tempo di lavoro, del proprio sforzo, di commisurare queste due “varianti” nell’arco della propria esistenza e di avere una reale alternativa. E nel frattempo? Continuiamo a lamentarci o diamo valore al nostro tempo, al lavoro che facciamo ogni giorno, cercando di “misurare” gli sforzi da un lato e dall’altro di dare valore a noi stessi? Al tempo – di nuovo – che trascorriamo nel tentativo di portare avanti le nostre vite? I nostri disegni di vita?

Da qui ancora una riflessione. Prima che tutti inizino a chiudere selvaggiamente le proprie attività durante i mesi autunnali e invernali;prima che inizi – come ogni anno – la solita lamentela sull’inversione di rotta per un turismo invernale che – ahimè – resta, allo stato attuale, una mera utopia, non possiamo adoperarci ad “accogliere” tutto l’anno. Certo che sì! Possiamo investire nelle nostre abitazioni private – quelle che fittiamo spessissimo – e creare un nuovo segmento di mercato. Bisognerebbe solo“mettersi insieme” e creare un nuovo modo di vendita. Poi, da un punto di vista amministrativo, potremmo designare un gruppo di strutture ricettive che vogliono cimentarsi in questo nuovo segmento, cercando di mettere in campo agevolazioni fiscali sulle imposte e addirittura dei contributi a titolo di previdenza. Sarebbe davvero impossibile muoversi in queste direzioni? Dobbiamo iniziare di nuovo tutto da capo? Dobbiamo lamentarci del Natale, delle luci, dell’albero e della sua programmazione frettolosa? Prendendo di mira poi le persone che ci lavorano? Dobbiamo chiudere in modo scoordinato tutte le attività, lasciando poi noi ischitani soli e sconsolati? Sì, perché poi a febbraio diventa difficile trovare anche un bar aperto, specie il martedì. Non parliamo poi dei ristoranti.

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La risposta di chi chiude è poi sempre la stessa: “Ma non ci conviene”. Bene, allora che ricominci la giostra, per favore però,evitiamo almeno di dire sempre le stesse cose. Siamo noi gli autori di questo romanzo. Restiamo vittime del sistema o possiamo essere in grado di “governare” la nostra barca e diventare i capitani di una nuova era del turismo? Ricordiamoci, intanto, che “il troppo storpia”.

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* FILOSOFO

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Lamentarsi è diventato lo sport nazionale, ma provate a leggere questo articolo pubblicato lo scorso giugno su IlFattoQuotidiano, con testimonianze firmate e poi capirete i perché del reddito di cittadinanza, dell’esodo all’estero dei nostri giovani, del calo delle nascite, della rinuncia alla politica ecc.
Il titolo dell’ articolo è: “Dalle 7 di mattina alle 19 per 30 euro al giorno: ecco perché ho deciso di emigrare”. Le storie di lavoro sfruttato dei lettori del fatto.it

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