IL COMMENTO Il turismo e la verità dei luoghi

DI ANTIMO PUCA
I politici isolani che si occupano di turismo contemporaneo gestiscono cifre enormi e poteri straordinari. Ma essenzialmente si occupano di qualcosa che riguarda tutti noi in modo diretto e quotidiano: il modo in cui le persone si muovono, arrivano, consumano e a volte distruggono i luoghi in cui viviamo. Questi politici sanno cosa significa costruire una narrazione? Sanno cosa vuol dire gestire un’identità pubblica? Sanno che dietro un palcoscenico ci sono persone che lavorano e che quel lavoro ha un valore? Il turismo è un sistema di relazioni tra comunità ospitanti e visitatori temporanei, dove la qualità delle relazioni conta quanto la quantità dei flussi. Ischia governa il turismo principalmente come problema di numeri in crescita. Assistiamo a qualcosa di molto preciso. L’isola svuota i suoi centri storici di residenti. Le coste concentrano tutto il movimento in poche settimane lasciando il resto dell’anno in un silenzio innaturale. I Comuni perdono servizi essenziali per i cittadini perché ogni metro quadro sembra più utile ai turisti. Il diritto a viaggiare è una conquista sociale importante. Il diritto a vivere nei luoghi è una necessità vitale delle comunità. Quando i due entrano in conflitto senza una regia, vince quasi sempre chi porta soldi immediati. E chi resta paga il prezzo.
I nostri politici dovrebbero affrontare questo nodo con strumenti concreti. Significa parlare seriamente di capacità di carico, di redistribuzione dei flussi nel tempo e nello spazio, di governance locale che non sia pura enunciazione di principi. Significa anche mettere mano alla questione delle piattaforme digitali, che decidono quali destinazioni esistono e quali scompaiono dall’orizzonte delle scelte dei viaggiatori. Booking, Airbnb, Google Maps e gli ultimi arrivati LLM, i sistemi di raccomandazione costruiti su algoritmi che nessuna amministrazione locale controlla. Questi soggetti hanno più potere di un assessore regionale nell’orientare i flussi turistici. Una politica del turismo che non li nomina è una politica che sceglie di non governare la parte più rilevante del problema. Le comunità che dipendono dal turismo hanno bisogno di qualcosa che raramente viene loro offerto: la certezza che parte del valore generato dal loro territorio resti sul territorio. Le imposte di soggiorno sono uno strumento imperfetto e spesso mal gestito. I fondi che tornano nei Comuni sono poca cosa rispetto a quello che esce. I lavoratori stagionali continuano a ricevere contratti indegni, alloggi inaccessibili, retribuzioni che non compensano l’intensità del lavoro. Se i nostri politici vogliono che questo settore sia sano nel lungo periodo, dovrebbero occuparsi anche di loro. Non solo dei dati sulle presenze.
Siamo un’isola che concentra flussi imponenti in poche settimane e in poche zone. Mentre altre porzioni del territorio restano fuori da qualsiasi circuito. Abbiamo paesini straordinari che si spopolano, artigiani che non riescono a raggiungere i mercati, una cucina autentica che resiste nonostante la pressione verso la standardizzazione. La destagionalizzazione non è uno slogan. È una questione di sopravvivenza economica per intere comunità. La questione dei trasporti condiziona tutto il resto. Bisognerebbe evitare la trappola delle grandi campagne promozionali che portano tutti nello stesso posto negli stessi giorni. Il turismo isolano soffre di una comunicazione costruita sulla vetrina, sull’enfasi, sull’immagine patinata che spesso non corrisponde all’esperienza reale. I viaggiatori sono più informati di quanto molte campagne istituzionali suppongano. Una comunicazione onesta, che mostra anche le fragilità e le regole necessarie a tutelarle, costruisce fiducia molto più duratura di qualsiasi spot da dieci milioni. Una narrazione credibile si costruisce partendo dalla verità dei luoghi. Non dall’immagine che si vorrebbe proiettare.





