IL COMMENTO Il vigore dell’espresso napoletano e la debolezza dell’economia ischitana

Mentre a Napoli, per le prossime elezioni comunali, si è concluso il “Patto del caffè” (accordo politico tra PD e M5S) siglato in un bar di Posillipo, ad Ischia il “Patto del caffè” ha riguardato la conclusione dell’accordo economico-commerciale tra Emiddio Calise e i due gruppi associati di Raccioppoli e della Mauro Caffè Distribuzione. La cronaca imprenditoriale ha stillato un caffè forte, tosto, degno del miglior “espresso napoletano” ma, in questo caso, non amaro. Per parodiare la rubrica dell’amico Graziano Petrucci, si tratta di un “caffè corretto” nel senso opposto a “scorretto”. Siamo,infatti, di fronte ad un’operazione commerciale che risulta, dalle prime notizie, un investimento con tutti i crismi del progetto industriale serio. Abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo, ma vediamo qualche dato in più sui due gruppi acquirenti. La società principe di Raccioppoli è la Nuova Erreplast, fondata nel 1980 e proprietaria di uno stabilimento industriale di 55.000 mq in Marcianise (CE), il cui CEO è Domenico Raccioppoli, che ha manifestato il suo amore per Ischia nell’intervista rilasciata mercoledì a Francesca Pagano. La Nuova Erreplast produce indumenti protettivi individuali, con una capacità di 1,8 milioni al giorno di mascherine asettiche e antibatteriche, pannolini ed assorbenti, membrane trasparenti per tetti e muri, materiali per l’agricoltura come protezioni per serre e colture. Ma si occupa anche di Food Packaging (e qui intravediamo le prime sinergie con Mauro caffè, nel settore della pasticceria e gastronomia). Per quanto riguarda Mauro Distribuzione, è proprietaria del marchio “Espresso Napoletano” che punta all’export mondiale di una torrefazione eccellente che ha, al suo vertice, il maestro torrefattore Giuseppe Venieri e, nel settore gastronomico, lo chef Salvatore Tortora. Intento della Mauro è non solo esportare un prodotto, ma esportare con esso una cultura e un culto della tradizione napoletana. Non a caso, quest’inverno si è molto parlato del lancio del “caffè napoletano” come candidato al Patrimonio Unesco dei Beni immateriali. Visto in questa luce, incomincia a prendere corpo il disegno industriale che gli acquirenti vogliono portare avanti con il “cornetto all’ischitana” e le specialità di pasticceria e gastronomia del Bar Calise.

Diciamo la verità, fino al comunicato stampa ufficiale del Gruppo Raccioppoli, tutti noi abbiamo fortemente temuto per le sorti dello storico e prestigioso Bar di Emiddio e che tale struttura potesse andare a finire nelle mani di imprenditori dagli obiettivi oscuri o con scopi diversi dalla destinazione d’uso a bar, pasticceria, gelateria e gastronomia. Non che siano stati offerti dagli acquirenti tutti gli elementi di valutazione, tali da sgombrare ogni dubbio. Neanche Domenico Raccioppoli, nell’intervista al Golfo, svela i particolari della trattativa, ma i due gruppi sembrano in grado di offrire sufficienti garanzie a tutela dell’onorabilità del marchio storico e a tutela del personale. Avremo modo di capire, nei prossimi giorni (l’apertura del locale dovrebbe aversi entro giugno) tutti gli aspetti dell’operazione commerciale e potremo fare una valutazione più complessiva. In questa sede vorrei limitarmi a comprendere cosa ha spinto molti di noi isolani a temere gli effetti di un’alienazione d diel prestigioso complesso. Incominciamo col dire che da qualche decennio assistiamo ad infiltrazioni malavitose nella nostra isola, ma che si è trattato fin qui di acquisti di beni o attività non allo scopo di permeare il tessuto economico per trarne profitti illeciti o attività di riciclaggio del denaro. Si è trattato, più che altro, di assicurarsi un “posto al sole” e per usufruire delle bellezze e della godibilità dell’isola,di un “prestigio sociale” con belle ville ischitane o attività di facciata per darsi un tono da “imprenditori puliti”. Quindi il danno che questi soggetti hanno potuto provocare è stato al massimo quello di alterare (spingendoli in su) i prezzi di mercato immobiliare o di acquisto di rami d’azienda, Adesso, soprattutto a seguito della pandemia, che ha spinto molte aziende locali verso lo stato prefallimentare, la situazione è diversa. Si offre oggi, al mercato degli sciacalli dell’imprenditoria malavitosa, una molteplicità di occasioni che non si offrivano in passato. Basti dire che una recente indagine di Demoskopica ha evidenziato che sarebbero 540 le imprese campane a rischio di infiltrazioni mafiose, per proventi ammontanti a 256 milioni di euro. In Campania ci sarebbero 11.152 operazioni finanziarie sospette e direttamente imputabili alla criminalità organizzata, Al primo posto in Italia figura la ‘Ndrangheta con un giro di affari di 810 milioni di euro, seguita dalla Camorra con 730 milioni di euro, la Mafia con 440 milioni di euro, poi la malavita pugliese-lucana con 220 milioni di euro.

Aggiungiamo, a questo tipo di preoccupazione della nostra comunità, l’altro timore e cioè quello di un possibile drastico cambio di destinazione che potesse cancellare uno storico gioiello turistico di Ischia. C’era chi tifava (in queste trattative riservate) per imprenditori locali ma, nello stesso tempo, temeva che proprio imprenditori locali potessero propendere per un cambio di destinazione. Ebbene, l’ipotesi “imprenditoria locale” appariva abbastanza inconsistente, per un motivo semplicissimo: la scarsa consistenza finanziaria delle imprese locali. Al quale problema ne andrebbe aggiunto un altro: l’idiosincrasia a creare sinergie e gruppi societari, data l’atavica propensione degli ischitani all’individualismo societario. Ma un isola che ambisce ad elevare il suo tasso di internazionalità turistica non può chiudersi a capitali extraisolani, L’importante è che si tratti di imprenditori veri, senza opacità, solidi e con un progetto all’altezza del target turistico cui l’isola ambisce, come sembra potersi dire di Mauro e Caccioppoli. Tornando alla fragilità finanziaria del nostro tessuto imprenditoriale, appare paradossale che mentre Ischia, come il resto d’Italia, continua ad accumulare risparmi privati ( Banche, Posta) di queste risorse non debba arrivare nulla al circuito imprenditoriale. In Italia registriamo un accumulo di circa 1700 miliardi di liquidità ( indagine statistica Livolsi & Partenrs). La soluzione ideale sarebbe quella di favorire ( con incentivi statali) gli investimenti nel capitale delle imprese PMI (medio-piccole) e meglio ancora se non quotate in Borsa e presenti nel territorio ( regionale, locale).

Certo esistono già strumenti come i PIR (Piani Individuali di Risparmio) ma questi vanno ad alimentare per lo più società quotate. Insomma, ci sono, nel Mezzogiorno in generale e nella nostra isola in particolare, due ostacoli allo sviluppo: il diffuso abusivismo edilizio e la sottocapitalizzazione delle imprese che fanno sì che queste rimangano sistematicamente escluse da una serie di incentivi e fondi .Ischia non sfrutta nemmeno la possibilità di creare delle partnership pubblico-private con Invitalia, come ha saputo, per esempio, fare Sorrento. E qui va aperta un’altra parentesi: c’è una tendenza dei nostri amministratori comunali a schermare il loro mancato attivismo dietro l’alibi che il potere pubblico non deve immischiarsi negli affari privati. Inaccettabile: un’amministrazione comunale deve “accompagnare”, sollecitare e conciliare interessi privati e interessi pubblici, in tutte le operazioni economiche private che abbiano una rilevanza pubblica. Non è pensabile stare lì, rinchiusi nella casa comunale, come spettatori passivi. Dunque, occorre innanzi tutto un ruolo attivo degli Enti locali, dopo di che necessita la creazione di un organismo (Banca del Sud, Nuova Cassa per il Mezzogiorno) che faccia da “cuscinetto“ finanziario tra il momento della richiesta di fondi regionali o europei, con la conseguente anticipazione di capitali privati e il successivo incasso dei fondi. Poche sono le imprese in grado di anticipare somme ingenti. Infine lo Stato dovrebbe prevedere forti incentivi fiscali per risparmiatori propensi ad investire i propri risparmi in imprese medio-piccole locali ( attualmente ricade- su tali risparmi – il 26% di tassazione al pari delle operazioni di pura speculazione) Insomma, se devo investire 10.000 euro risparmiati, preferirei investirli, con una minima tassazione statale, in imprese ischitane, con buoni progetti, perché mi assicurerebbe, oltre che un buon rendimento, un miglioramento globale del tessuto sociale ed economico in cui vivo. E credo che molti ischitani la penserebbero come me. Tutte queste riflessioni mi sono state sollecitate dall’operazione Calise, proprio perché non può considerarsi una normale transazione, ma un passaggio epocale per la storia economica della nostra isola.

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