LE OPINIONI

IL COMMENTO Ischia come specchio: il calo alle urne e la sfida della comunità

DI RAFFAELE MIRELLI

Ischia, nel suo essere isola-laboratorio, è spesso il luogo privilegiato per leggere in piccolo i fenomeni che attraversano l’Italia intera. Anche qui, come nel resto della Campania e del Paese, le ultime elezioni regionali di novembre 2025 hanno registrato un calo di affluenza consistente: circa undici punti percentuali in meno rispetto alla tornata precedente. Uno scarto che non parla soltanto di numeri, ma di un cambiamento più profondo nel rapporto tra cittadini e sfera pubblica. Ischia riflette ciò che accade ovunque: un lento ma costante ripiegamento sul privato, l’impressione che la vita pubblica non incida più realmente sulla vita concreta delle persone. La politica viene percepita come lontana, inefficace o – peggio – ridotta a scambi personali. Così, mentre cresce l’esaltazione dell’individualismo, la partecipazione collettiva arretra, e con essa l’idea stessa di comunità. Per capire questo movimento occorre guardare indietro. Dagli anni Ottanta a oggi, studi come quelli del PISA mostrano un trend chiaro: la scuola italiana, un tempo centrata su una cultura generale ampia e sull’esercizio del pensiero critico, si è progressivamente spostata verso una maggiore specializzazione. Meno storia, meno filosofia, meno educazione al confronto; più competenze tecniche, più settori chiusi, più preparazioni “funzionali” ma meno capaci di costruire cittadinanza. Ne emerge una generazione formata a risolvere problemi specifici, ma meno attrezzata a leggere le vicende umane, a comprendere i fenomeni sociali, a riconoscersi parte di un destino collettivo. Ed è proprio qui che l’interesse per lo spazio pubblico comincia a svanire: senza strumenti culturali che aiutino a legare esperienza personale e storia comune, il privato diventa l’unico orizzonte possibile.

A questo si aggiunge un’altra dinamica: la polarizzazione del discorso pubblico. Da un lato la voce del governo che sostiene che tutto stia migliorando; dall’altro quella dell’opposizione che afferma l’esatto contrario. Nel mezzo, i cittadini, confusi da narrazioni che non coincidono mai, bombardati da interpretazioni opposte degli stessi dati. Si parla di disoccupazione che scende o che sale, del costo della vita che migliora o peggiora, di servizi che funzionano o collassano. Il risultato è un relativismo che logora ogni fiducia: se tutto è opinabile, se ogni dato è contestato, se ogni realtà ha due versioni incompatibili, allora la realtà stessa perde di consistenza. E in questo vuoto, molti – soprattutto giovani – si ritirano, rinunciano, smettono di credere che la partecipazione serva davvero. La responsabilità non è solo della politica: è anche di una stampa incapace, a volte, di assumere una postura autenticamente oggettiva, e di una società che ha progressivamente smesso di valorizzare l’educazione civica come fondamento del vivere comune. Così, mentre gli anziani continuano a votare, i più giovani sono i primi a mancare all’appello.

Il dato dell’affluenza non va dunque letto come un semplice termometro elettorale, ma come un indicatore dello stato di salute della nostra comunità. Non interessa, qui, chi abbia vinto o perso: interessa comprendere il legame che si sta indebolendo tra il cittadino e lo spazio pubblico, tra il vivere insieme e l’idea stessa di futuro condiviso.

Ma la riflessione più urgente è forse questa: una comunità non si dissolve all’improvviso, si spegne lentamente, ogni volta che ciascuno di noi si ritira di un passo. Un voto non espresso, una discussione evitata, uno sguardo distolto dalla cosa pubblica. La partecipazione non è un dovere astratto: è il modo concreto in cui riconosciamo che la nostra vita è intrecciata a quella degli altri. E quando questo intreccio si indebolisce, non perdiamo solo un pezzo di democrazia: perdiamo la possibilità di essere più grandi di noi stessi. Riscoprire la vita pubblica significa allora tornare a chiedersi non soltanto cosa ci riguarda, ma chi vogliamo diventare insieme. Significa ricordare che nessuna isola – nemmeno la nostra – è davvero tale, se non come luogo in cui imparare ogni giorno l’arte difficile della comunità. E la comunità non nasce dalla somma degli individui, ma da un gesto più raro e fragile: il sentirsi responsabili gli uni degli altri. E forse dovremmo ricordare, una volta per tutte, che la politica va ben oltre i selfie, le vittorie di bandiera, i salti anticomunisti in un Paese dove il comunismo non esiste più, le dichiarazioni televisive e i post sui social. La politica non è spettacolo né schermaglia, ma l’arte concreta di farci vivere meglio, di potenziare gli individui dentro la comunità, non contro di essa. Chi vuole farla oggi deve avere il coraggio di riformare davvero tutto: il linguaggio, le priorità, gli strumenti, la visione. Deve tornare a mettere al centro le persone, e non la propria immagine. Perché solo così, davvero, si può ricostruire una comunità degna di questo nome.

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