IL COMMENTO La notte prima degli esami

DI GIUSEPPE AMALFITANO
C’è un film che, puntualmente, torna a riaffacciarsi nei palinsesti televisivi ogni volta che si avvicina giugno: Notte prima degli esami. Ed è impossibile non lasciarsi coinvolgere ancora da quella storia fatta di paure, sogni, amicizie e interminabili ore insonni alla vigilia della maturità. I protagonisti, invece di concedersi il riposo necessario per affrontare lucidamente la commissione d’esame, vengono travolti da contrattempi, emozioni e piccole tragedie adolescenziali. Passano la notte senza chiudere occhio, sospesi fra ansia e speranza. Ma, come nelle storie più belle, alla fine tutto si ricompone e ciascuno trova la propria strada. Fra qualche mese, migliaia di ragazzi torneranno a vivere quella stessa attesa. Gli esami conclusivi del ciclo scolastico rappresentano da sempre una soglia simbolica: da una parte l’adolescenza che lentamente si allontana, dall’altra il futuro che comincia a prendere forma. C’è chi, ottenuto il diploma, entrerà subito nel mondo del lavoro e chi invece sceglierà l’università, inseguendo la vocazione che sente più vicina. Fra queste strade, continuo a pensare che Medicina resti una delle più nobili e affascinanti. È un percorso duro, fatto di sacrifici, rinunce e studio incessante, ma chi lo intraprende raramente se ne pente. Oggi più che mai i medici sono pochi, il lavoro non manca e le prospettive professionali sono solide. Ma c’è qualcosa che conta persino più della sicurezza economica: la consapevolezza, maturata col tempo, di aver scelto una professione che mette ogni giorno al centro la vita umana. E quasi tutti coloro che la esercitano finiscono per dirlo con convinzione: se potessero tornare indietro, rifarebbero quella scelta con la stessa passione.
Ed è proprio pensando ai ragazzi che presto affronteranno gli esami che mi torna alla mente la mia esperienza personale, una fotografia sbiadita ma ancora vivissima di oltre cinquant’anni fa. Alle scuole elementari ero uno studente brillante: i dieci erano frequenti e lo studio sembrava naturale. Poi arrivarono le scuole medie e con esse il Latino, materia che allora detestavo e che oggi, invece, considero preziosissima. Ogni anno arrivava puntuale il verdetto: rimandato a settembre. E così fu anche al liceo classico. A quei tempi i professori di Latino erano spesso sacerdoti; ricordo ancora con un misto di timore e rispetto il professor Caciolo, un monaco severissimo. Anche trovare ripetizioni non era semplice: molti docenti arrivavano da Napoli e tutto diventava più complicato. La rivincita, però, arrivò all’università. Mi laureai bene e in tempi rapidi e, dopo il servizio militare, iniziai una carriera professionale che mi ha regalato soddisfazioni immense. Arrivai ad avere circa 3.500 assistiti distribuiti in tutti i comuni dell’isola. Persino le suore dell’Ospedale Rizzoli erano iscritte con me. Ricordo ancora suor Giulietta, storica caposala del reparto uomini al primo piano: rigorosa come un sergente, ma capace di un affetto autentico. Quando ero di turno mi chiedeva spesso una visita o una ricetta per qualche consorella, e ogni Natale non mancava mai di regalarmi una bottiglia di liquore. Sono ricordi semplici, ma profondamente umani, che ancora oggi custodisco con gratitudine. E chissà se esiste, da qualche parte in Italia, un altro medico che abbia avuto la fortuna di costruire un rapporto tanto vasto e sincero con i propri pazienti.
Ai giovani che continueranno il loro percorso di studi mi permetto infine di lasciare un piccolo consiglio, nato dall’esperienza: affrontate gli esami più difficili nei giorni che precedono il Natale o la Pasqua. In quei periodi anche i professori sembrano più sereni, più indulgenti, quasi più umani. E forse non sarebbe nemmeno una cattiva idea spostare proprio gli esami di maturità a ridosso della Pasqua: avrebbero un’atmosfera diversa, meno pesante, e diventerebbero per molti un ricordo ancora più bello. E parlando di notti lunghe, cariche d’angoscia e di attesa, noi napoletani non possiamo non pensare alla celebre frase di Eduardo De Filippo in Napoli Milionaria!: “Ha da passà ’a nuttata”. In quella battuta c’era tutto il dolore e insieme tutta la speranza di chi lotta contro la sofferenza aspettando la luce del mattino. Perché, in fondo, dopo ogni notte arriva sempre una nuova alba. E il sole che tramonta salutando Ischia con il suo ultimo, meraviglioso raggio verde, torna ogni volta a illuminare il mondo, a riscaldare la terra e a ricordarci che nessuna paura, nessun esame e nessuna notte difficile possono durare per sempre.





