IL COMMENTO La Pasqua, l’isola e i suoi paradossi

DI LUGI DELLA MONICA
La Pasqua ischitana 2026 è stata una vera delusione, quanto meno per l’area del comune di Ischia, non essendomi spostato sul versante foriano. Una vitalità sporadica e determinata dal bel tempo, ma nulla di massivo e\o di qualitativo. Un gruppo di napoletani e casertani di mia conoscenza alloggiava per 1000 euro pensione completa con tre persone sui cinque giorni delle trascorse festività, in un albergo zona Lido, che mi riferivano essere mezzo vuoto e che se avesse attirato altri amici, secondo il meccanismo del “last minute”, avrebbe praticato ai nuovi ospiti anche uno sconto del 15, 20%. Un panorama spettrale, che ormai ha trasformato l’isola dalla veste di motore economico turistico della Campania, nell’ombra di se stessa, vivendo nell’oblio dei tempi gloriosi andati. Se analizziamo la cittadinanza e la geografia isolana, scopriamo che circa 20\25mila residenti sono molto motili per ragioni di lavoro, sul territorio nazionale, internazionale ed extraeuropeo; oltre 10mila si stima essere gli addetti alla pubblica amministrazione locale e circondariale; la restante parte fra pensionati e stanziali in età da lavoro sono addetti al comparto turistico alberghiero, divisi fra giovani e meno giovani, ischitani ed extracomunitari. In altri termini, l’isola fotografa tutti i vizi e le virtù della terraferma, essendosi trasformata da paese o conglomerato di piccoli paeselli e contrade in vera e propria metropoli, quasi come l’isola di Hong Kong.
Abbiamo da circa 25 anni una comunità ucraina, polacca e negli ultimi dieci anni veri e propri mini quartieri di dominicani, tra Ischia e Forio. Ciò è stato possibile grazie alla grande distribuzione che ha allineato i prezzi dei beni di prima necessità a quelli nazionali, poiché fino a circa 20 anni fa ci si approvvigionava presso le piccole botteghe locali, con evidenti costi maggiori al dettaglio. Tutti questi fenomeni micro e macroeconomici non sono stati nefasti, ma inevitabilmente ne ha pagato la qualità del servizio. Il sogno ischitano, per creare una analogia con il cosiddetto sogno americano, è stato per alcuni rimanere sull’isola 11 mesi all’anno, spostandosi per le inderogabili necessità di cure mediche o per acquisti di beni di lusso, lavorare 5 mesi come gli asini, ma in compenso guadagnare al giorno migliaia di euro, con il beneficio del perdono “politico” del forestiero sulla scadente qualità del servizio, poiché tutto è concesso nell’isola più bella del Mondo. Per carità, io fino all’agosto 2017 questo meccanismo lo ho visto funzionare fin troppo bene e non critico chi ci sia riuscito, salvo condannare soltanto chi non ha cambiato la sua progettualità imprenditoriale, non volendo riconoscere il mutamento del web system, della net economy: la tendenza online è più veemente di qualsiasi pubblicità dedicata e strutturata. In tal senso, superando campanilismi disomogenei e diseconomici, finalmente nelle ultime settimane una qualche mente illuminata, che non intendo conoscere non per albagia, ma semplicemente perché il sottoscritto con Franco Borgogna e Graziano Petrucci da sempre hanno teorizzato una simile iniziativa, ha attuato la DMO unica per tutta l’isola.
I balneari sotto l’ombra oscura della Bolkestain stanno cercando di spuntare proroghe delle concessioni su litorali devastati dalla furia del mare invernale ed i cittadini vittime della scure delle ruspe della Procura di Napoli si accingono a pagare lo Stato per gli abbattimenti ed a sradicare le loro anime dai luoghi natìi o dalle residenze tanto amate. Tutto questo sfascio che i giovani avvertono prima degli anziani li induce a sognare l’emigrazione verso meta da destinarsi, a ciò si sta riducendo il c.d. sogno ischitano. Non ho elementi per confermare che le assunzioni negli Enti locali avvengano trasversalmente per favoritismi clientelari: sono dichiarazioni apparse sui giornali gravi che vanno analizzate caso per caso e che possono debordare nelle solite perniciose chiacchere da bar, mentre qui si cerca umilmente di fare giornalismo. La colpa tutta nostrana è quello di aver tirato a campare, come sul dirsi portare il carro per la scesa e gloriarsi dell’overbooking del 2022. Un mio collega avvocato ed amministratore immobiliare, Gennaro Arcamone, mi faceva notare che l’occasione di intercettare i flussi turistici del Mar Rosso e della penisola arabica sarebbe stata preziosissima, senza scadere nello sterile qualunquismo del lucrare sulla guerra nel Medio Oriente. Molto spesso, si osserva presso alcuni una ipocrisia che condanna Trump come criminale, ma non disdegna di desiderare come l’aria l’ospitalità proprio dei turisti made in U.S.A. che sono i più assidui e generosi frequentatori dell’intera costa della Campania Felix, da Gaeta fino a Palinuro. Ischia per la sua ostinazione a non volersi adeguare al mercato della qualità e della destagionalizzazione dell’offerta si è costruita un’immagine di territorio caotico da giugno a settembre e di termalismo a scartamento ridotto, con ciò disilludendo e disincentivando molti visitatori nazionali ed extraeuropei a farvi ingresso nei periodi di bassa stagione.
Non è un caso che il turismo dagli occhi a mandorla sia praticamente assente: in primo luogo, i cinesi, i coreani ed i giapponesi hanno periodi limitatissimi di ferie, non come noi euroamericani, si parla di circa 5-7 giorni appena all’anno; in secondo luogo, come status symbol questi ospiti cercano le grandi griffe italiane; in terzo luogo, i poli museali dell’isola sono poco pubblicizzati.
Sfido chiunque ad investigare se un giapponese o un indiano sappiano più dell’esistenza di Pompei che della coppa di Nestore! Per questi motivi, città termali su scala nazionale ed europea aumentano di valore intrinseco economico della proprietà immobiliare ed Ischia scende vertiginosamente nei parametri OMI, senza contare che vi è una sommersa lotta ideologica all’implementazione dei pannelli fotovoltaici. Potrei continuare, ma fermo qui il mio ardore, dettato dalla rabbia che il nostro territorio è un paradiso fra cielo e mare, ma si trova ingabbiato in una cuspide di crisi strutturale, che è dipesa soltanto da colpe endogene di non aver voluto guardare al di là del proprio naso, al di là del benessere del proprio orticello, che ormai sta diventando infertile.





