LE OPINIONI

Il Commento – La povertà e il nichisismo che impoverisce anche l’anima.

Parto da una constatazione: nella pochezza del dibattito civile e culturale che riusciamo ad esprimere nell’isola d’Ischia, l’aspetto più spiacevole è che anche i soggetti più qualificati e le analisi più approfondite tendono al soliloquio e all’autocompiacimento. In altre parole, ci parliamo addosso, rinunciando ad incrociare, confrontare, sintetizzare pareri ed esperienze diverse. Raramente vedo citare ciò che altri dicono o scrivono. Citare altri, magari mettendone in discussione il punto di vista, sembra essere considerato un modo di sminuire la propria immagine.

E’ per questo che, per quanto mi riguarda, leggo sempre con attenzione quello che dicono e scrivono i soggetti che mi sembrano competenti e qualificati per gli argomenti che affrontano, anche quando sono pareri che mi vedono in disaccordo. L’importante è che le tesi sostenute siano suffragate da sufficienti letture, studi e approfondimenti. Per esempio, in questi giorni si è molto discusso della morte, probabilmente per il freddo, nella struttura fatiscente del Pio Monte della Misericordia, di una clochard polacca, ancora abbastanza giovane. La reazione della maggior parte dei cittadini e degli osservatori sociali è stata di sconcerto, a partire anche dai rappresentanti della Caritas locale che pure aveva assistito, in certi periodi, la clochard, l’aveva ospitata e rifocillata nel Centro di accoglienza. La notizia di questa morte ha preso di contropiede anche il bravo Lello Montuori che ha sentito, sulle sue spalle, un certo grado di responsabilità, essendo il coordinatore dell’Ambito  sociale n.13. Anche il vice Sindaco Luigi Di Vaia ha avvertito su di sé un senso di colpa. Mentre altri, soprattutto sui social, hanno preferito puntare l’indice accusatore su quanti ( potere pubblico o privati possidenti) non hanno ritenuto di mettere a disposizione almeno una struttura per il riparo dei clochard ( per esempio Antonietta Manzi).

La morte della clochard Renata Hamara ha disvelato una tragica condizione di miseria ma, come ha osservato Lello Montuori, dobbiamo farci carico di una miseria spirituale oltre che materiale. Il filosofo Galimberti, a Ischia, ha spiegato la condizione di nichilismo che inaridisce l’anima dei giovani e meno giovani

Mizar, sul Golfo, ha indicato 3-4 soluzioni concrete per l’accoglienza dei soggetti in difficoltà. Ma non tutti hanno tenuto conto che, come ha sottolineato Lello Montuori, in molti casi queste persone rifiutano di vivere in comunità protette. E’ stato proprio Lello Montuori, con un editoriale sul Golfo, che denota una sensibilità e una capacità di scrittura che lasciano il segno, a richiamare l’attenzione di noi isolani su un aspetto che ai più è sfuggito: la povertà spirituale, che – in alcuni casi – sovrasta quella materiale e il cui unico rimedio è un “ reddito di relazione” ( lo chiamo così per contrapporlo al “ reddito di cittadinanza” che vorrebbe porre rimedio monetario alla povertà materiale ). Perché Renata Hamara, di 48 anni, non ha seguito il flusso migratorio di ritorno in Polonia, come hanno fatto molti suoi connazionali? Ricorderete certamente l’invasione di polacchi in Italia fino ad alcuni anni fa, che poi hanno deciso di rientrare in patria, essendo notevolmente migliorata la condizione economica del loro Paese ( grazie soprattutto al sostegno di quell’Europa che ora viene contestata dallo stesso governo polacco). Qualche anno fa ho visitato  Cracovia, città stupenda, dove si notava facilmente, dagli abiti, dallo stile di vita, da un evidente stato di ottimismo e una ritrovata gioia di vivere, l’inversione di marcia – in positivo – dell’economia locale, con un’ottima partecipazione del turismo. Eppure Renata è rimasta a Ischia ed è rimasta a Ischia anche la figlia ( perché non erano insieme?) nella miseria, nell’assenza intermittente di lavoro ( a volte faceva la badante), al freddo di una struttura diroccata. Ma, probabilmente, ha sacrificato il possibile recupero di una condizione materiale accettabile al rischio di perdere l’unica cosa che le restava: la libertà. Però non si può avere una vita degna di questo nome, in assenza di un “senso”, di un significato, di un orizzonte che vogliamo dare alla nostra esistenza.

Ha scritto Lello Montuori, nel suo editoriale sul Golfo, che chi si trova a vivere e a morire al freddo non ha bisogno di un’assistenza coatta e forse nemmeno di un assistente sociale  .“ Avrebbe bisogno, scrive Lello, di un < senso >. Per ricominciare a vivere. Lontani o vicinissimi alle persone, amici e familiari, che un giorno all’altro si sono girati all’altra parte facendo a meno di loro. Per tornare a sentirsi parte di una comunità che invece li ha respinti”. E’ per questo che la Lectio Magistralis del prof. Umberto Galimberti, tenutasi venerdì al Polifunzionale, organizzata dall’Istituto Comprensivo di Barano “ Anna Baldino”, diretto da Maria Rosaria Mazzella, sembra essere giunta a proposito. L’attenzione degli italiani è stata diretta, in questo frangente storico-politico oltre che sulla sicurezza ( cavallo di battaglia della Lega) sulla povertà ( oltre 5 milioni di italiani poveri). Ma in questa Italia nella quale molti, troppi si danno a scrivere libri e pochi leggono libri, non si è posta abbastanza attenzione all’aspetto dell’impoverimento spirituale, della disidratazione culturale, della crescente anaffettività soprattutto dei giovani, nella incapacità della scuola e delle istituzioni pubbliche di trasmettere un’educazione sentimentale. E’ questo, invece, il pezzo forte del prof. Galimberti.  “L’ospite inquietante” , titolo di un suo libro, è il nichilismo, ovvero “ l’inaridimento dell’anima”, il “ vuoto assoluto di senso” che si sta impadronendo dei giovani, ma anche dei meno giovani, almeno fin quando non si ripartirà dalla scuola, con classi formate da pochi alunni ( 10-12) e professori selezionati e formati secondo la loro capacità relazionale e  capacità di trasmettere una educazione sentimentale e fin quando non riusciremo ad invertire lo scivolamento verso l’analfabetizzazione spirituale. Precisa il filosofo: il disorientamento giovanile non è un problema psicologico ( è normale, ad una certa età, lo scombussolamento e la tempesta psico-fisica) ma lo smarrimento totale è di natura culturale. Allora, non abbiamo speranza? Sì che ce l’abbiamo, dice in un altro suo libro Galimberti ( “ La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo”), perché non esiste soltanto il nichilismo passivo ovvero l’arrendevolezza rispetto alla constatazione che, purtroppo, la vita quasi mai ha un senso e che tutto sembra in balìa della casualità, del potere della tecnica, della potenza finanziaria mondiale, dell’economia che prevale su ogni filosofia di vita. Esiste, per il professore, laureatosi con Emanuele Severino, allievo di Karl Jaspers, intriso di psicoanalisi freudiana, junghiana e di filosofia nitzschiana, heideggeriana, esiste anche un “ nichilismo attivo” sia pure sporadico e a macchia di leopardo. Ci sono giovani, volontari, comunità, gruppi che, pur consapevoli di essere “ navicelle fragili” in un universo mosso da forze ignote e imprevedibili, pur navigando a vista nel mare procelloso della vita, decidono di vivere la vita dandole uno scopo, l’unico possibile: quello di collegare l’uomo all’uomo, di anteporre , a qualsiasi altra forza, quella dell’amore, della solidarietà, della fratellanza, della condivisione di beni, affetti, piaceri e dolori.

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Abbiano bisogno di un nuovo umanesimo, che si avvalga della tecnica, della scienza e dei suoi progressi, senza rimanerne però imprigionati e condizionati. E’ l’uomo che deve asservire la macchina, non viceversa. Dobbiamo lasciare aperta, per quanto possiamo, la porta alla luce della libertà. Da circa 20 anni, oltre ad avere letto alcuni suoi libri, ritaglio e conservo tutti gli editoriali pubblicati su Repubblica e Ddonna del prof. Galimberti. Ne citerò uno solo, anche abbastanza recente ( è del 19 gennaio 2019) dal titolo “ Quel sano realismo che tanto sano non è”, il sottotitolo è: “ Ecco che cosa ha cancellato il desiderio e dunque la forza delle nuove generazioni private del futuro”. Il desiderio delle nuove generazioni viene spento dal richiamo continuo che viene fatto dalla famiglia, dalle istituzioni, da molti settori della scuola, al “sano realismo”. E’ l’eterno invito a “ mettere i piedi sulla terra”, senza puntare alle nuvole, alle utopie. Questo significa vivere un eterno presente, ignari del passato e disinteressati al futuro. Scrive Galimberti: “ Senza futuro e con un passato dove nessuno vi ha allenato a conquistare qualcosa con le vostre mani, qualcosa che avevate davvero desiderato, ora vivete un assoluto presente, senza limitarvi troppo nell’assunzione di alcool, di qualche droga di cui neanche conoscete gli effetti, perché la trasgressione per voi ormai non è più un < andare oltre> ma semplicemente un < andare fuori di testa>. Il “ freddo” che uccide, come è accaduto a Renata, non è solo quello di un inverno particolarmente rigido e inclemente ; il freddo che uccide è anche ( direi “soprattutto”) quello che invade la nostra anima, svuotandola di ogni significato, di ogni aspirazione, di ogni ambizione, di ogni tensione. E’ quel freddo che impedisce all’anima di “ volare” e desiderare di varcare la soglia del  “sano realismo “.

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