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LE OPINIONI

IL COMMENTO La sconfitta del lavoro sicuro

DI LUIGI DELLA MONICA

Un recente editoriale a firma dell’illustre Prof. Borgogna, inseriva l’anno che se ne è andato, fra quelli orribili, per le dipartite di cari ed insostituibili amici. A parte l’onore di aver conosciuto indirettamente l’ing. Italiano e solo telefonicamente il grande Lello Pilato, non ho mai avuto il privilegio di conoscere il pungente Mizar… Voglio aggiungere una nota di profonda tristezza, sulla falsa riga del richiamo alla norma costituzionale, che caratterizza la forma dello Stato Italiano in una Repubblica democratica fondata sul lavoro – art.1. Un principio elementare, che fa rabbrividire il lettore per la conquista socio-istituzionale postuma alla abiura del nazi-fascismo, ma che è diventato una manciata di granelli di sabbia al vento. L’isola ha dovuto piangere qualche tempo fa un caduto sul lavoro, uomo innocente che quel mattino si era svegliato con l’intento di portare il pane a casa, ma che l’indomani non è più tornato nel suo letto, nella sua casa basata sulle fondamenta dell’onestà e del sacrificio. Un operaio cinquantasettenne caduto dall’impalcatura di un cantiere adiacente ad un edificio nel comune di Forio, che non è riuscito a sopravvivere. Siamo la cartina tornasole della terraferma: Torino piange tre uomini, colleghi del nostro concittadino, fra cui uno appena ventenne, precipitati da una gru per decine di metri in terra, durante le lavorazioni di un cantiere edile.

Sempre nello stesso arco temporale, si è pianto un anno dalla morte della giovane Luana, di cui scrissi un articolo commemorativo, per significare che il colore bianco, se pur riferito convenzionalmente agli incidenti sul lavoro, non ha nulla a che vedere con la morte. La fine della vita è buia, tetra ed oscura, quando proviene dall’adempimento di un dovere. In proposito, mi sovviene la veemenza delle parole del Segretario della CGL Landini, il quale tuonava contro i vili devastatori della loro sede di Roma, appartenenti a frange dell’estrema destra, di essere il portatore dei valori sacri ed inviolabili dell’antifascismo, quasi facendo eco alle parole, qualche anno prima, dell’ex Sindaco di Roma dott. Marino: “Fascisti tornate nelle fogne”. Sono parole che riecheggiano anche nelle canzoni dei rappers e dei cantanti radical, come Vasco, Lorenzo Cherubini, Guccini, Pelù, Modena City Ramblers, 99 Posse… L’antifascismo ricorda una certezza assoluta, per cui il sindacalismo rosso è il bene contro il male fascismo. Negli ambienti culturali sei ammesso e lodato se spari la frase, anche a sproposito, contro il ventennio e contro i padroni, ma nessuno si sofferma a pensare che forse, in tutto questo cicaleggio, ci rimettono la pelle gli onesti lavoratori. Non esiste un datore di lavoro fascista, comunista, capitalista e\o liberale democratico: quando si verifica una morte sul lavoro vi è sempre equazione fra la superficialità del prestatore, il quale ritiene che a lui non possa succedere, e quella del datore di lavoro, il quale a sua volta ritiene parimenti che a lui non possa accadere. La dura realtà sconfessa questa presunta visione del futuro.

Vedevo con piacere il film “32 dicembre”, terzo della trilogia di Luciano De Crescenzo, non adeguatamente compreso dal pubblico, come i primi due, ma altrettanto geniale, nella parte in cui lo psichiatra, interpretato dal grande autore regista, spiegava la convenzione del tempo, che per Socrate era un’astrazione mentale. Il presente è la linea di confine fra il passato ed il futuro: in altri termini, dice De Crescenzo, spesso viviamo nella felicità di ciò che deve avvenire e nel dispiacere di ciò che non accade più; ovvero nella nostalgia del dolce passato e nell’angoscia del futuro che verrà. Possiamo vivere, secondo la teoria della bidimensionalità del tempo, una esistenza orizzontale, piatta, monotona in larghezza ed arrivare a 60 anni senza emozioni; oppure possiamo vivere in lunghezza, con alti e bassi, occupando una dimensione di larghezza più breve, ma abbiamo vissuto come se avvertissimo di avere 30 anni. Il saggio beve perché ha sete ed esclama: o quanto è bello bere adesso, in questo momento. I sindacati devono continuare a vivere nella nostalgia della sconfitta del nazifascismo e negare il presente che ci regala queste orrende morti su lavoro, oppure dovranno ancora vivere nell’angoscia di assistere a queste barbarie? Il lavoratore deve arrivare alla condizione del saggio, potendo esclamare o quanto è bello andare a lavoro, guadagnare e vivere serenamente, godendo del salario per sé e per la sua famiglia. E’ ora di finirla con stereotipi o frasi preconfezionate. Gli Ispettorati del Lavoro, i sindacati confederali, federali ed i colleghi stessi dal basso devono attivarsi e vivere nel presente. Il presente ci ha elargito questi mali assoluti che sono un cancro della società del pari del periodo liberticida che è stato superato dall’Italia repubblicana 75 anni or sono.

Il 2022 deve essere l’anno del lavoro sicuro e uguale per tutti, ma le parti sociali dovranno all’unisono cooperare per salvaguardare la vita umana: i datori di lavoro, i rappresentanti sindacali e gli stessi prestatori dovranno equamente attivarsi. I primi dovranno agire nella massima diligenza, i secondi essere meno ideologi e più vicini ai bisogni dei loro rappresentati, ma questi ultimi dovranno essi stessi a credere nelle Istituzioni. Non è possibile udire fenomeni sociali striscianti, del tipo se non voto chi mi suggerisce il datore di lavoro sarò bruciato e non troverò altre occasioni; se non faccio rilevare un vizio nella sicurezza del luogo di lavoro, se mi faccio i fatti miei è meglio. Onore e condoglianze al 57enne caduto su lavoro a Forio, pace alla sua anima ed ai suoi cari: che non accada mai più, ma non per concessione dal cielo, ma per sconvolgimento delle coscienze degli esseri umani vivi e pensanti. Il culto della prevenzione degli infortuni su lavoro deve essere una costante pungente ed asfissiante sulle nostre coscienze; non bisogna mai più piangere morti in servizio. Questo è il mio auspicio per il 2022.

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