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LE OPINIONI

IL COMMENTO La scuola riapre tra certezze, incertezze e problemi

DI MARIO SIRONI

Tra meno di dieci giorni riapriranno tutte le scuole in tutta Italia. Una data importante da sempre ma che in questa fase di pandemia planetaria assume un rilievo ed un significato particolare. Gli ultimi due anni di vita scolastica sono stai vissuti in una situazione inimmaginabile in precedenza: chiusura, confinamento di massa, distanziamento. Abbiamo imparato parole nuove e abbiamo contato i morti, assistendo impotenti a scene drammatiche. Sinora abbiamo avuto, nella sola Italia 129.000 decessi a causa del Covid-19. In alcuni territori, in particolar modo nelle fasi iniziali della pandemia, è scomparsa un’intera generazione di anziani. Nell’intero pianeta si sono contati oltre 4 milioni e mezzo di deceduti (ed il conteggio non è certo, considerando le difficoltà di raccolta dei dati in alcuni paesi). Non riusciamo, forse, ancora ad aver chiaro il quadro dei cambiamenti che questa crisi comporterà, una crisi che ha investito la totalità dell’esistenza individuale e collettiva, imponendo cambiamenti di abitudini e consuetudini le cui conseguenze non sono ancora facilmente individuabili.

La scuola, quindi, riapre con qualche certezza, molte incertezze ma, purtroppo, i problemi di sempre. La grande novità e certezza è l’introduzione, per il personale scolastico, del Certificato verde. Troppo se ne è discusso per tornarci sopra: nei fatti, ad oggi, non di è rilevato alcun caso di “diserzione” di massa da parte dei lavoratori della scuola dall’obbligo di presentazione del Certificato verde. Vedremo gli sviluppi successivi. Sicuramente l’intreccio perverso delle leggi per l’obbligo di possesso del Certificato verde e le indicazioni del Garante della privacy, hanno reso arduo l’opera di controllo demandata alle singole istituzioni scolastiche. Siamo ancora in attesa di nuove indicazioni che evitino lo strazio del controllo ad personam. L’aver trasformato le scuole in centri di controllo sanitario non sembra la soluzione più adatta, con un sovraccarico di lavoro per gli uffici, già oberati da incombenze improprie.

Se il Certificato verde è una certezza (al di là delle ancora persistenti ambiguità normative che si spera siano superate in sede di conversione del decreto come nel caso del personale che entra scuola ma senza un rapporto organico di dipendenza) su altre questioni non si possono negare le incertezze. L’ambigua formula sul mantenimento del distanziamento di un metro “la raccomandazione del rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro, “salvo che le condizioni strutturali-logistiche degli edifici non lo consentano” (comma 2, lettera b del Decreto legge 111/2021) sembrano voler superare la rigidità di gestione della numerosità delle classi in rapporto agli spazi, irrigidendo al contempo l’uso della mascherina ( l’obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, fatta eccezione per: – bambini di età inferiore a sei anni; – soggetti con patologie o disabilità incompatibili con il loro uso; – svolgimento delle attività sportive comma 2, lettera a del Decreto legge 111/2021). Insomma, nel tentativo di arginare il ricorso alla didattica distanza, si è proceduto ad un contemporaneo irrigidimento sul versante mascherine e Certificato Verde, alleggerendo la rigidità del parametro del distanziamento. Non resta che sperare che la strategia messa in campo funzioni e regga.

Resta altrettanto critico l’utilizzo di quello che è stato definito l’Organico Covid che ha consentito, in alcune situazioni, la riduzione del numero di alunni ed alunne nei gruppi di apprendimento e che oggi ha visto un sostanziale riduzione del finanziamento ed una restrizione delle condizioni possibili di utilizzo. Restano sostanzialmente inevase le domande strutturali che provengono da tempo dal mondo della scuola. In modo particolare possiamo evidenziare due questioni: 1. L’edilizia scolastica 2. La riforma del Decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 81. Sul primo punto basterebbe leggere il Dossier Ecosistema-scuola-2021 di Lega Ambiente. La XX edizione di Ecosistema Scuola rimarca alcuni dati che mostrano il costante divario tra Nord, Centro, Sud e Isole Un divario che in questi ultimi anni molte amministrazioni meridionali stanno cercando di colmare, ma che ha visto l’accumularsi di problematiche trascurate nel tempo come la manutenzione ordinaria e straordinaria, che oggi richiedono interventi più radicali e fondi più cospicui. Rispetto ad una media nazionale di interventi di manutenzione urgente del 29,2%, i capoluoghi di provincia del Sud dichiarano questa urgenza per il 31,5% degli edifici, con una spesa media per la manutenzione straordinaria per edificio ancora troppo bassa (circa 41mila euro) rispetto alla media nazionale (quasi 71mila). Nelle Isole con oltre il 63% degli edifici che necessitano di interventi urgenti diventa addirittura di 5.500 euro. La principale emergenza rimane per questi territori la messa in sicurezza degli edifici, che raggiunge un livello di allarme nelle Isole, che pur avendo più del 63% delle scuole in area sismica 1 e 2 (la media nazionale di scuole in area sismica è di circa il 41%), vede solo il 6,3% degli edifici progettati o adeguati alla normativa antisismica (la media nazionale ricordiamo è del 30,8%). Ma anche sul fronte dell’efficientamento energetico occorre accelerare, visto che mediamente solo il 15% degli edifici è stato oggetto di questo tipo di interventi, e ridurre la forbice fra i diversi territori, che va dal 19% di scuole efficientate al Centro Nord, ad appena il 2,4% al Sud e al 9,3% nelle Isole. Un altro punto di divario lo riscontriamo sugli spazi scolastici, così determinanti per la qualità della didattica e la possibilità di una maggiore apertura della scuola al territorio. Le strutture per lo sport, ad esempio, mentre sono presenti al Nord in più di 1 scuola su 2, sono assenti invece, in più del 60% delle scuole del Centro, in circa il 55% del Sud e quasi nel 64% delle scuole delle Isole. Così come i giardini e le aree verdi fruibili, che sono una realtà presente in più dell’80% delle scuole del Centro Nord e solo mediamente in una scuola su quattro del Sud e delle Isole.

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Ma quante risorse servono per affrontare un quadro così complesso e un problema infrastrutturale così diffuso? La Fondazione Agnelli nell’analisi fatta a partire dai dati presenti nell’anagrafe dell’edilizia scolastica, ha quantificato in circa 200 miliardi i fondi necessari per ristrutturare e rinnovare le scuole italiane. Una cifra importante che ci può fare da punto di riferimento per andare a comporre un quadro di risorse che saranno sempre parzialmente sufficienti se non gestite con un cambio di passo della governance dell’edilizia scolastica. Gli stessi 6,8 miliardi previsti per l’edilizia scolastica nell’ultima stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) vanno letti quindi in un’ottica di priorità di interventi e senza una effettiva capacità di governo delle somme si corre il rischio di disperdere in mille rivoli una quantità ancora insufficiente di risorse. Nonostante la polemica sulle “classi pollaio” non si è deciso di mettere mano alla riforma del Decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 81. Il decreto stabilisce i parametri per la formazione delle classi e che prevede che: a. le sezioni della scuola dell’infanzia sono costituite con un numero minimo di 18 e un massimo di 26 alunni b. le sezioni della scuola primaria sono costituite con un numero minimo di 15 e un massimo di 26 alunni. Eventuali iscritti in eccedenza dovranno essere ridistribuiti tra le diverse sezioni della stessa scuola, senza superare il numero di 27 alunni per sezione c. le sezioni di scuola secondaria di I grado sono costituite con un numero minimo di 18 e un massimo di 27 alunni. Eventuali iscritti in eccedenza dovranno essere ridistribuiti tra le diverse sezioni della stessa scuola, senza superare il numero di 28 alunni per classe d) le sezioni di scuola secondaria di II grado sono costituite con un numero minimo 27 alunni. Eventuali iscritti in eccedenza dovranno essere ridistribuiti nelle classi dello stesso istituto sede coordinata e sezione staccata, senza superare il numero di 30 alunni per classe.

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Come si vede il problema non è quello delle “classi pollaio” ma nei criteri stessi di formazione delle classi. Insomma si tratta di andare ad una generale riduzione del gruppo classe, in direzione della possibilità di sviluppare quella individualizzazione del percorso di apprendimento che, a parole, si vuole perseguire. Ma la crisi avrebbe dovuto essere anche una grande occasione di ripensamento del ruolo e della missione affidata all’istruzione pubblica. La crisi della scuola sembra poter imputata alla crisi della scuola ‘democratica’, orientata sulla ‘centralità dello studente’, sulle esigenze di una alfabetizzazione e della costruzione di una cultura di base, attenta a forme culturali ‘popolari’ e alternative. Si propongono invece modelli di alleggerimento del sapere, di inserimento in contesti sociali cosiddetti ‘aperti’, proponendo un modello semplicistico di integrazione di saperi e conoscenze , che appaiono del tutto incongruenti con la durezza della vita sociale, con il vario crescere di discriminazioni, di disuguaglianza, e con il degenerare in populismo di ciò che un tempo era ‘popolare’.

All’irenismo del pensiero che esalta il virtuale e la apparente non conflittualità del mondo del consumo, si contrappone la durezza di una società che nell’esaltazione del merito e della competizione stritola nei propri ingranaggi di selezione chi ritiene siano condannati, in quanto non meritevoli, ad una condizione di subalternità e marginalizzazione. La degenerazione del popolare in “populismo” ha privato la cultura popolare del suo valore di critica delle gerarchie di saperi e di poteri storicamente determinate, la sua carica di alternativa ma allo stesso tempo la sua capacità di porsi all’altezza delle punte più avanzate della cultura “alta”.

L’esplosione della pedagogia della digitalità e multimedialità sembra inoltre affidarsi con acritica adesione a tutte le possibili novità tecnologiche, concependo il mondo come proiettato in una turbinosa accelerazione e in una esaltante competizione. Si prospetta un ancora più marcato alleggerimento della relazione con realtà, sostenuto da strumenti di conoscenza virtuali, sempre permutabili e flessibili, lasciando sullo sfondo la solidità, tuttora persistente, delle discipline e delle loro istituzioni.

Già oggi, nella drammatica emergenza della disoccupazione giovanile, appare evidente che le giovani generazioni non potranno godere delle sicurezze di cui hanno goduto quelle immediatamente precedenti, che si sono trovate in un momento di espansione e di benessere senza precedenti nel corso della storia.

Gli adulti del futuro non avranno bisogno di illusoria leggerezza, di identità evanescenti e flessibili, di forme culturali permutabili e indifferenti. Forse più che nel passato ci sarà bisogno di un’educazione forte e rigorosa, capace di rispondere alla forza della realtà, intervenendo su di essa con razionalità, responsabilità, capace di abitare il conflitto, senza false illusioni su una inverosimile pacificazione. Sarebbe necessario, quindi, procedere ad una dettagliata analisi di quanto previsto nel PNRR (Piano nazionale di resistenza e resilienza ) approvato dal governo Draghi, in sostanziale continuità con quanto previsto dal precedente governo. Ma forse è il caso di affidare questa analisi e riflessione ad un secondo momento.

* DIRIGENTE ISTITUTO ALBERGHIERO “V. TELESE”

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