LE OPINIONI

IL COMMENTO La strage sulle strade e il paradosso della modernità

DI GIUSEPPE AMALFITANO

Ogni mattina giornali, televisioni e siti d’informazione ci aggiornano con un bollettino che sembra non avere mai fine: incidenti stradali, morti, feriti gravi, vite spezzate in pochi secondi. Accade a Milano, a Roma, a Napoli, ma anche nei piccoli centri. Accade in Italia e nel resto del mondo. È una tragedia silenziosa che si consuma ogni giorno e che, proprio per la sua frequenza, rischia quasi di diventare normale agli occhi dell’opinione pubblica. Purtroppo anche l’isola d’Ischia non è estranea a questa realtà. Anzi, negli anni ha pagato un tributo pesante a questa drammatica statistica. Gli incidenti continuano a verificarsi con una frequenza che preoccupa e che sembra smentire ogni speranza di miglioramento. Nonostante le campagne di sensibilizzazione, l’inasprimento delle sanzioni e una maggiore attenzione da parte delle istituzioni, il numero delle vittime e dei feriti continua a rappresentare una ferita aperta per la comunità. La velocità resta uno dei principali fattori di rischio. È certamente affascinante l’idea di percorrere centinaia di chilometri in poche ore, a bordo di automobili sempre più potenti e tecnologicamente avanzate. Ma insieme alla velocità cresce anche il pericolo. Il confine tra il piacere della guida e la tragedia può diventare sottilissimo. Si parte per raggiungere una destinazione e, in un attimo, si rischia di non arrivare mai.

Ischia, inoltre, presenta caratteristiche particolari. L’isola è ormai congestionata da un numero impressionante di veicoli, a fronte di una rete stradale storicamente limitata, fatta di carreggiate strette, curve, incroci complessi e spazi spesso insufficienti a sostenere il traffico quotidiano. Nei mesi estivi la situazione diventa ancora più critica, con l’aumento esponenziale delle presenze turistiche. Viene allora spontaneo porsi una domanda: siamo davvero più felici con tutte queste automobili? Fino a qualche decennio fa possedere una macchina rappresentava un traguardo importante. Era un simbolo di benessere, un obiettivo raggiungibile solo da chi disponeva di risorse economiche significative. Successivamente il credito al consumo e le vendite rateali hanno reso l’automobile accessibile a una platea sempre più vasta di cittadini. Attorno all’industria automobilistica sono cresciute infrastrutture, autostrade, parcheggi, officine, concessionarie e migliaia di posti di lavoro. Per molti anni il sistema ha funzionato, accompagnando lo sviluppo economico e migliorando la mobilità delle persone. Oggi, però, emergono con sempre maggiore evidenza anche le sue contraddizioni: traffico, inquinamento, consumo del territorio e, soprattutto, un numero impressionante di incidenti. Il problema è che non esistono soluzioni semplici. L’automobile continua a rappresentare una componente fondamentale dell’economia e della vita quotidiana. Dietro ogni veicolo ci sono lavoratori, famiglie, imprese e interi settori produttivi. Pensare di eliminare tutto sarebbe impossibile e irrealistico.

Resta però una riflessione amara. Il progresso che avrebbe dovuto renderci più liberi e sicuri produce ancora oggi un tributo altissimo in termini di vite umane. Ogni incidente racconta una storia interrotta, una famiglia distrutta, un dolore che nessuna statistica potrà mai descrivere fino in fondo. Forse la vera sfida non è rinunciare alle automobili, ma imparare finalmente a usarle con maggiore responsabilità, consapevoli che la strada non è una pista e che nessuna fretta vale il prezzo di una vita umana. Perché ogni volta che si spegne un motore a causa di una tragedia, a fermarsi non è soltanto un veicolo, ma un intero futuro.

Ads

Ads

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio