LE OPINIONI

IL COMMENTO Le cento porte dell’India

DI LELLO MONTUORI

Ferdinand Tugnot de Lanoye (1806 – 1870), scrittore francese dell’Ottocento dei viaggi leggendari scrisse che «Il y a cent portes pour entrer dans l’Hindoustan, pas une seule pour en sortir» (Trad. «Vi sono cento porte per entrare in India e nemmeno una per uscirne». La mia porta dell’India – in cui ho ho deciso di viaggiare dopo aver visitato, attratto come sono dall’Oriente, circa quindici anni anni fa, il vicino Nepal, Katmandù sul tetto del mondo e poi Pokhara che si specchia nelle acque gelide del lago Phewa sotto le cime innevate dell’Himalaya – doveva essere il Rajastan indiano, descritto come la terra dei Re o dei Marajà, fra le mete più conosciute e popolari di questo grande paese che con la sua estensione (il settimo paese al mondo per estensione) e più di un miliardo di abitanti, è quasi un continente, oltre che uno Stato federale indipendente dal 1947, quando finalmente se ne andarono gli inglesi con l’ultimo vicerè, quel Lord Mountbatten che fece quasi da padre e fu mentore del Principe Filippo di Edimburgo, marito niente meno che della Regina d’Inghilterra, ancora in carica, Elisabetta II.

Ma per arrivare in Rajastan e nella sua colorata capitale Jaipur, la città che porta le tracce della famiglia reale che un tempo governava la regione e che nel 1727 fondò la città rosa, per il caratteristico colore degli edifici, la mia prima porta sull’India si è aperta a Delhi, la capitale ampliata e trasformata dagli inglesi fin quasi a dar vita ad un’altra città, New Delhi con ampie strade alberate, edifici bianchi in stile coloniale, parchi, fontane e verdi prati, che sembra ti spingano all’oblio – senza riuscirci – della vecchia Delhi, un dedalo di viuzze strettissime ed edifici malconci e sovrapposti, attraversati da un tale groviglio di cavi elettrici che quasi non fanno più vedere il cielo, e ti spingono a guardare a terra per evitare il fango, le pozzanghere e gli escrementi delle mucche sacre rinsecchite che vagano indisturbate in questi vicoli attraversati da auto, risciò, carretti condotti da uomini e muli, senza che si riesca a distinguerne il passo e la fatica, tutto coperto da una coltre di caligine e vivificato dal rimbombare dei clacson che ti stordiscono fino a proiettarti, non con la fantasia ma nella realtà, in un girone dell’inferno dantesco dal quale vorresti venir fuori. Per riconciliarti subito con le meraviglie dell’India e i suoi tesori puoi allora visitare Il Qutb Minar il più alto minareto in mattoni del mondo situato nella città di Delhi. L’edificio è alto 72,5 metri ed è composto da cinque piani che si affacciano in altrettante balconate. Esso è il più famoso dei monumenti che compongono il Complesso di Qutb, che nel 1993 è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. La costruzione del minareto è stata commissionata, alla fine del XII secolo, dall’ imperatore afghano Qutb-u-din Aibak, dal quale prende il nome. Oppure puoi visitare la magnifica tomba di Humayun, un complesso di edifici dedicati alla sepoltura dell’imperatore moghul Humayun, commissionato dalla moglie Hamida Banu Begum nel 1562 d.C. e progettato dall’architetto persiano Mirak Mirza Ghiyath, tutto realizzato in marmo e arenaria rossa, una pietra che è quasi il colore emblema di questa parte dell’India, per essere tutti i suoi principali monumenti, realizzati con questo splendido materiale che di colore, al tramonto, colpito dagli ultimi raggi del sole, diventa di rosso vermiglio.

Lasci Delhi non prima di aver reso omaggio presso il Raj Ghat e il suo mausoleo giardino, alla Grande Anima dell’India Mahatma Gandhi quello che scrisse « Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia» contribuendo a liberare con il principio della non violenza, il suo paese dal giogo del colonialismo inglese, ma hai la certezza che ci siano ancora interi mondi da scoprire e che non sia bastato il lungo giro in risciò per la città vecchia, per avere un saggio dei misteri che nasconde. Il tempo è tiranno per un viaggiatore occidentale e sai già di doverti dirigere verso Mandawa e Nawalgarh per ammirare i magnifici Haveli, case private del XVIII secolo realizzate da ricchi commercianti e oramai abbandonate. Hai persino il tempo di scoprire un volto di Cristo che spunta fra le pitture che decorano un haveli in una ricca dimora ottocentesca di commercianti induisti a Nawalgarh, perché spesso le fedi uniscono anziché dividere. Almeno finché sono professate da uomini che cercano di costruire ponti anziché innalzare muri, prima o poi destinati a crollare davanti alla forza dell’amore che la vita ha per se stessa. Forse davvero dell’India si può dire ciò che si dice per le grandi religioni monoteiste che rendono ai miei occhi assai affascinante il Medio Oriente. Quei luoghi dove si respira il soffio dello spirito.

Almeno quattro grandi religioni del mondo, fra le quali la più diffusa è l’induismo, nacquero qui, mentre lo zoroastrismo, l’Islamismo, l’ebraismo e il cristianesimo vi arrivarono nel primo millennio d.c. Ció ha prodotto quella grandissima diversità di culture, costumi, lingue, usi e tradizioni, che hanno reso questa terra originalissima e assai piena di contrasti, le cui cause vanno ricercate forse anche prima degli anni d’oro del Sultanato di Delhi e dell’impero Moghul. Pare che sotto il regno dell’imperatore Aurangzeb (1658-1707) l’India sia stata l’economia più forte e produttiva del mondo, valendo un quarto del Pil mondiale con un’entrata annuale dieci volte di più dell’Impero francese. Quello che si visita oggi è un paese dove ricchezza e povertà si incrociano a ogni passo, e i fasti del passato riecheggiano nelle magnifiche decorazioni degli haveli di Mandawa lasciati al loro triste destino di abbandono da chi si è trasferito in città e non ha più interesse a restaurarli. La suggestione di questi luoghi ha pagato un prezzo molto alto alla cd. modernità. Ció nonostante gli abitanti di questo paese, che è quasi un continente, non ti negano mai un sorriso accompagnato dalle mani che si avvicinano sussurrando Namastè. Appena il tempo di visitare gli ultimi haveli della regione e sei già verso Pushkar in fila scalzo presso il tempio dedicato al dio Brahama. Una teoria religiosa sostiene che i quattro gruppi sociali (da cui ebbero luogo le caste), siano derivati dagli organi del corpo di Brahma: dalla sua testa i Brahmini (i sacerdoti, sacrificatori e conoscitori dei testi religiosi), dalle sue braccia gli Kshatria (i guerrieri e i prinicipi), dalle sue gambe i Vaisia (gli agricoltori, i commercianti e gli artigiani) e dai suoi piedi gli Shudra, i servitori. Nell’iconografia indu, Brahma è raffigurato vestito di bianco o rosso o rosa, con la barba, simbolo di vecchiaia e sapienza e quattro teste rivolte ai quattro punti cardinali ognuna delle quali recita i Veda, gli antichi testi sacri dell’Induismo che egli ha cantato con i Rishi, i cantori ispirati degli inni sacri. Con le sue teste può anche ammirare la sua timida e schiva sposa, Sarasvati, dea della conoscenza e delle arti. Le sue quattro braccia tengono in mano un rosario fatto con semi del frutto dell’albero di rudraksham (mala), un kamandalu (brocca che nell’iconografia indù accompagna spesso le divinità legate all’ascetismo o all’acqua), i Veda e un fiore di loro.

Pushkar è una delle città più sacre per gli indù e per chi non può recarsi a Varanasi, i riti di purificazione svolti con dedizione sulle rive del suo lago valgono almeno quanto quelli svolti sul grande fiume a Varanasi, la grande Madre, il Gange.

Nel cuore del Rajastan hai modo di visitare il Gata Temple altrimenti detto tempio delle scimmie. Nonostante sia chiamato come il tempio delle scimmie, il complesso del tempio di Galtaji è dedicato al dio elefante noto come Lord Ganesha . ll tempio principale è il tempio di Galtaji, costruito in pietra rosa e presenta numerosi padiglioni con tetti arrotondati, pilastri scolpiti e pareti dipinte. Il complesso è circondato da una sorgente naturale e cascate che creano 7 piscine; le piscine superiore e inferiore sono utilizzate per fare il bagno dai pellegrini. Arrivi così nella magnifica Jaipur, la capitale del Rajastan e subito incontri la sagoma inconfondibile di Hawa Mahal, il Palazzo del vento di arenaria rossa e rosa, che consentiva alle donne della famiglia reale di osservare le feste in strada senza essere viste dalla folla. Scopri così che è chiamato Palazzo del vento o delle brezze perché un complicato sistema di areazione consentiva di resistere alle torride temperature estive. Guardi in alto e subito ti appare l’inconfondibile sagoma di Amber Fort. La città di Amer venne costruita dalla tribù dei Meena,e successivamente governata dal Raja Man Singh I (21 dicembre 1550 – 6 luglio 1614).Il forte è noto per i suoi artistici elementi in stile indù. Con le sue grandi mura e serie di porte e sentieri in ciottoli, domina il lago Maota, che è la principale riserva idrica del Palazzo di Amber. Appena in tempo a salire in groppa a un elefante che ti conduce per l’aspra salita fino al forte e ad ammirarne le possenti mura e già sei ridisceso per una sosta quasi obbligatoria di fronte a un palazzo che sembra venir fuori dall’acqua come un’isola che spunta in mezzo al mare. È il palazzo Jal Mahal una vetrina architettonica dello stile dell’architettura Rajput (comune nel Rajasthan) su grande scala. L’edificio ha una vista pittoresca sul lago stesso, ma a causa della sua solitudine dalla terra è ugualmente il fulcro di un punto di vista dalla diga di Man Sagar sul lato orientale del lago di fronte allo sfondo della Nahargarh circostante (“dimora tigre “) colline. Il palazzo, costruito in arenaria rossa , è un edificio a cinque piani, di cui quattro piani rimangono sott’acqua quando il lago è pieno e l’ultimo piano è esposto.

Arrivi così all’Osservatorio astronomico di Jaipur, una vera meraviglia della scienza, simbolo dell’incontro di culture e saperi dell’India del XVIII secolo. In sanscrito è conosciuto con il nome di Jantar Mantar, che significa strumento di calcolo. Si tratta del più importante osservatorio storico del subcontinente indiano e rappresenta uno degli esperimenti più innovativi per l’epoca. Il Jantar Mantar ospita al suo interno venti strumenti per l’osservazione astronomica a occhio nudo. Gli strumenti permettono di misurare il tempo, prevedere le eclissi, tracciare la posizione delle stelle principali e dell’orbita della terra intorno al sole. Il più grande è la Vrihat Samrat Yantra, una meridiana alta 27 metri la cui ombra misura il passaggio del tempo, con un angolo di 27 gradi che rappresenta la latitudine di Jaipur. Tutti gli strumenti sono costruiti in marmo e pietra locale e oggi l’osservatorio è Patrimonio dell’Umanità Unesco. Le meraviglie della capitale del Rajastan non sono tuttavia ancora finite e ti ritrovi a camminare per Il City Palace di Jaipur fondato contemporaneamente alla città di Jaipur, dal Maharaja Sawai Jai Singh II, che trasferì la sua corte a Jaipur da Amber, nel 1727. Jaipur è l’attuale capitale dello stato di Rajasthan e fino al 1949 il City Palace era la sede cerimoniale e amministrativa del Maharaja di Jaipur. Il palazzo fu anche sede di eventi religiosi e culturali, nonché mecenate delle arti, del commercio e dell’industria. Oggi ospita il Museo Maharaja Sawai Man Singh II e continua ad essere la casa della famiglia reale di Jaipur. Si dice che la famiglia reale di Jaipur sia la discendente di Lord Rama. Il complesso del palazzo ha diversi edifici, cortili, gallerie, ristoranti e uffici del Museum Trust.

È già tempo di dirigersi alla volta di Agra. Ma sulla strada che separa le due città ti attende una visita imperdibile ad Abhaneri, un villaggio nel distretto di Dausa, ancora nello stato del Rajasthan. Abhaneri è famoso per il pozzo Chand Baori e per il tempio Harshat Mata Abhaneri vuol dire anche Città della luminosità. Chand Baori è un profondo pozzo a quattro lati con un grande tempio sulla faccia posteriore dell’edificio. Gli aspetti architettonici di base di un pozzo monumentale consistono in un lungo corridoio di gradini che portano a cinque o sei piani sotto il livello del suolo che possono essere visti sul sito. Chand Baori è composto da 3.500 passaggi stretti su 13 piani. Si estende per circa 30 m (100 piedi) nel terreno, rendendolo uno dei passi più profondi e più grandi in India. Lo stato del Rajasthan è estremamente arido e la forma e la struttura finale di Chand Baori erano destinati a far conservare quanta più acqua possibile. Le antiche scritture indiane facevano riferimento alla costruzione di pozzi, canali, serbatoi e dighe e alla loro efficiente operazione e manutenzione. Questo sito ha combinato molte di queste operazioni per consentire un facile accesso all’acqua locale. Nella parte inferiore del pozzo, l’aria rimane 5-6 gradi più fredda rispetto alla superficie e Chand Baori è stato usato come luogo di ritrovo della comunità per i locali durante i periodi di caldo intenso. Un lato del pozzo ha un padiglione haveli e una sala di riposo per i reali.

Lasciato il Rajastan ed entrati oramai nello Staro di Uttar Pradesh si arriva a Fatehpur Sikri, il più tipico esempio di città murata moghul, con aree private e pubbliche ben delimitate e porte di accesso imponenti. La architettura è un misto di stile indù ed islamico e riflette la visione politica e filosofica degli imperatori moghul ed il loro stile di governo. Dopo l’abbandono forzato della città, molti dei palazzi e delle moschee furono saccheggiate; l’attuale stato di conservazione, molto buono, si deve ai lavori di consolidamento iniziati dal viceré Lord Curzon. Quello che oggi rimane della capitale di Akbar è l’area del palazzo, costituita da numerosi edifici separati, che si affacciano su una piazza molto ampia, e da una vasta moschea, collegata al palazzo. Al contrario di altri palazzi precedenti, non si trova all’interno di una cittadella. Non sono rimaste tracce delle abitazioni private della gente comune che vi abitava. L’area del palazzo, come in altri successivi palazzi moghul, non è caratterizzata da strade, ma da terrazze con edifici individuali, ognuno con la sua funzione specifica. Il complesso reale contiene gli spazi pubblici e privati della corte di Akbar, ivi compreso l’harem e l’edificio contenente il tesoro reale. È il momento della visita poi il Forte di Agra patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO. Il forte è conosciuto anche come Lal Qila, Fort Rouge e Forte rosso di Agra. Si trova a circa 2,5 km a nord-ovest dall’altro famosissimo monumento della città, il Taj Mahal. La fortezza deve il suo nome al materiale utilizzato per la costruzione: l’arenaria rossa, menzionata per la prima volta nel 1080 e il primo sultano che si trasferì da Delhi alla volta della fortezza fu Sikandar Lodi (1487-1517). In seguito Akbar il Grande (1542-1605) voleva rendere Agra la capitale dell’impero moghul ma arrivò nella fortezza solo poco prima della sua morte. Shah Jahan, il cui regnò durò dal 1628 al 1658 effettuò molti lavori all’interno erigendo palazzi e moschee di marmo bianco intarsiato con pietre preziose. Durante il regno del nipote di Akbar -che trasferì la Capitale ad Agra (1558)- Shah Jahan, il sito raggiunse l’attuale struttura. A differenza di suo nonno Akbar, Shah Jahan tendeva a costruire edifici in marmo bianco. Egli distrusse alcuni degli edifici precedenti all’interno del forte per costruire il suo. Alla fine della sua vita, Shah Jahan venne deposto da suo figlio Aurangzeb. Si dice che Shah Jahan morì nella Muasamman Burj, una torre in marmo bianco con un balcone che dava sul Taj Mahal: la vista era proprio sul bellissimo mausoleo che la leggenda vuole che Shah Jahan abbia costruito in memoria della moglie, Mumtaz Mahal. Nel forte si possono ammirare elementi architettonici e decorativi nati dalla commistione tra arte indù e moghul. Segno che dalle commistioni di stili, culture, religioni, identità, conoscenze, imitazioni, rielaborazioni, nascono meravigliose opere originali che sopravvivono al corso dei secoli ed ai conflitti dei popoli.

È siamo così arrivati ad uno dei motivi più comuni per chi decide di intraprendere un viaggio in India: la visita al monumento che rappresenta una delle sette meraviglie del mondo ancora visitabili. La storia del Taj Mahal forse merita una prosa che non sia rubata a Wikipedia per i miei quattro lettori. Perché è uno di quei racconti che, per quanto romanzati o affidati alla leggenda, ricorda nei secoli, o forse per sempre, la storia di un amore e di una morte. Di un amore. Quello dell’imperatore moghul Shah Jahan che costruì l’edificio nel 1642 in memoria della moglie preferita Arjumand Banu Begum, quella che aveva scelto come sposa fin da quando era un fanciullo attendendo cinque anni, secondo il desideri di suo padre, per poterlo coronare, con la promessa fatta alla sposa di amarsi per sempre, fino all’ultimo giorno ed anche dopo, di amare tutti i figli in modo uguale maschi o femmine che fossero, di vivere ogni giorno insieme, in salute e in malattia, appartenendosi per sempre. E della morte. Di quella donna amata che aveva dato al suo imperatore quattordici figli. Sopraggiunta in battaglia la notizia della grave malattia della sua sposa prediletta, l’imperatore si precipitó nell’accampamento dove lei lo aveva seguito con uno stuolo di ancelle e servitori e sentendo approssimarsi la fine, la regina ottenne il rinnovo di tutte le promesse d’amore giovanili, proiettando la loro storia nell’occhio dell’eternità.

È da questa promessa, da un amore e da una morte, che nasce il più bel monumento dell’India e forse dell’intero Oriente per custodire le tombe dei due che in vita si amarono di un sentimento così intimo -eppure così intenso- che è celebrato ancora dopo secoli. Dopo il Taj Mahal c’è ancora tempo per La visita più bella della giornata ad Agra, l’incontro con le Suore di Madre Teresa e ha il volto allegro di un bimbo, Nermal, ospite delle Suore Missionarie, un bimbo senza i genitori, come tanti bambini in India, ma che sorride alla vita, speranza di storia futura. Su un cartello nella stanza delle offerte è indicato il numero degli ospiti delle Missionarie della Carità in questo istituto: 83 donne, 35 uomini, 39 bambini, 30 collaboratori, 9 Suore Missionarie della Carità. Anche questa è l’India. Ma il viaggio nel cuore più profondo dell’India non è finito e ci attende Varanasi. All’alba sul Gange a Varanasi, la Città Sacra degli indù, per assistere ai riti che ogni induista farà almeno una volta nella vita, compiendo la visita da ogni parte dell’India. Il rituale del Ganga Aarti si tiene ogni giorno all’alba e al tramonto. Alcuni sacerdoti svolgono il rituale brandendo dei deepam e muovendoli su e giù al ritmo del bhajan. Rituali particolari si tengono anche durante le festività. Decine di pire di legna e fiori attendono sulle rive del sacro fiume i corpi da cremare. Le ceneri affidate alla grande madre, il Gange, segnano il ritorno dell’uomo al mondo della natura cui appartiene e consentono all’anima di elevarsi al cielo. Il lutto per il defunto dura 13 giorni. Chi ha dato fuoco alla pira è impuro e resta tale per dieci giorni. Mangia da solo per sopravvivere in segno di lutto. Dal decimo giorno ha l’obbligo di dar da mangiare ai poveri, tanti quanti può sfamarne, secondo il livello sociale. È dall’idea di condivisione che riprende il ciclo della vita. Perché secondo gli induisti ogni fine ha senso se permette un nuovo inizio.

Un aereo della compagnia indiana ci riporta da Varanasi a Nuova Delhi in tempo per una vista al Tempio Bangla Sahib Guradawara. La prima volta che avevo sentito parlare dei Sikh era il 1984 avevo 10 anni e il film che me li fece scoprire e temere era Indiana Jones e il tempio maledetto. Poi ho scoperto che i Sikh sono una comunità religiosa e politico-militare dell’India. Manco a dirlo una delle quattro religioni nate direttamente in questo straordinario paese ricco di spiritualità. Fu fondata nel Punjab da Nanak (1469-1538) nell’intento di unire indù e musulmani nella fede in un Dio unico, che non doveva essere rappresentato con figurazioni materiali, e nel rifiuto di ogni distinzione castale. Ciò che più mi ha impressionato è che a fianco al Tempio Bangla Sahib Guradawara che si visita a piedi nudi e con la testa coperta, vi sono enormi cucine dove lavorano esclusivamente volontari che preparano migliaia di pasti ogni giorno per chiunque voglia condividere momenti di comunità. Non importa se povero o ricco, appartenente alla comunità dei Sikh o ad altra fede religiosa. Al Bangla Sahib Gurdwara trovano posto tutti. Proprio tutti. E chiunque è ben accolto. È stata questa la mia ultima porta sull’India. Una porta che non ho chiuso, perché intendo ritornare. Come in tutti quei luoghi in cui si avverte la voce dello Spirito. E non importa con quale lingua parli o verso dove soffi. Perché aleggia in ciò che c’è di più sacro e di più autentico in ogni uomo che leva, in un momento della vita il suo sguardo verso il cielo, confidando anche solo per un momento nell’eternità. Namastè.

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