IL COMMENTO Le due verità di Casamicciola

C’è un aspetto che più di ogni altro colpisce nella vicenda giudiziaria legata alla frana di Casamicciola del 26 novembre 2022. Non riguarda soltanto il merito delle indagini o la sorte processuale dei quattordici indagati. Riguarda piuttosto la distanza enorme che separa due letture della stessa tragedia. Da una parte ci sono i pubblici ministeri, che per la seconda volta chiedono l’archiviazione sostenendo che non esistono elementi sufficienti per affermare che le morti di quella notte potessero essere evitate attraverso comportamenti diversi da parte degli amministratori, dei tecnici e dei funzionari coinvolti. Dall’altra parte c’è il gip Nicola Marrone che, respingendo la prima richiesta di archiviazione, aveva invece indicato una strada completamente diversa. Una strada fatta di possibili negligenze, di approfondimenti mancati, di verifiche da compiere sul piano di protezione civile, sugli scenari di rischio e perfino sulle conseguenze prodotte negli anni dalla gestione del territorio e delle pratiche edilizie. Due visioni che sembrano appartenere a mondi diversi. Per la Procura, quella del Celario appare come una tragedia che nessuno avrebbe potuto impedire. Per il gip, al contrario, esistevano interrogativi troppo importanti per essere liquidati senza ulteriori accertamenti.
Ora queste due impostazioni rischiano di scontrarsi nuovamente. E lo faranno ancora una volta nelle aule giudiziarie, tra memorie, opposizioni e decisioni che potrebbero segnare definitivamente il destino dell’inchiesta. Nel mezzo, però, restano loro: i familiari delle vittime. Restano le madri, i padri, i figli, i fratelli: persone che da oltre tre anni vivono sospese tra il dolore della perdita e la necessità di comprendere. Perché quando una tragedia provoca dodici morti, la ricerca della verità diventa inevitabilmente qualcosa di più di una questione processuale. Diventa un bisogno umano. Ed è forse questo il punto più delicato dell’intera vicenda. Perché mentre magistrati e giudici discutono di nessi causali, posizioni di garanzia e regole cautelari, c’è chi continua a porsi una domanda molto più semplice e al tempo stesso molto più difficile: quelle vite potevano essere salvate? La giustizia dovrà dare una risposta. Qualunque essa sia, dovrà essere una risposta capace di reggere non solo sul piano giuridico ma anche su quello della credibilità e della chiarezza. Perché tra chi sostiene che nulla avrebbe potuto evitare quella tragedia e chi ritiene che vi fossero ancora responsabilità da approfondire esiste una distanza enorme. Una distanza che merita di essere colmata fino in fondo. Per rispetto delle vittime. E per rispetto di una comunità che, da quella notte, aspetta ancora di conoscere tutta la verità.





