LE OPINIONI

IL COMMENTO Le metamorfosi di politici e amministratori

Trovandoci in pieno lockdown da Regione rossa, non ci rimane che prendere in mano un buon libro per riconciliarci con la bellezza della letteratura e la profondità della riflessione. Per questo, non sono andato a pescare, dalla biblioteca privata, un libro a caso. Ho mirato dritto ai libri che parlano del mito della “metamorfosi”, per capire le ragioni che spingono certuni a “cambiare pelle”, a mutare opinione, atteggiamento, pubbliche dichiarazioni. In ispecie i politici e gli amministratori. E, alla fine, cercheremo di capire se la metamorfosi è un dato negativo o positivo. Fin dall’antica storia greca e latina, dall’Asino d’oro di Apuleio alle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone, al mito di Zeus ed Europa, è tutto un girare delle vicende del mondo intorno alle metamorfosi. Si trasformano gli uomini e si trasformano gli Dei. Il protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio è Lucio che, per uno scambio di filtri magici, diventa asino e ritrova il suo aspetto umano solo grazie all’intervento del dio Iside. La morale del mito è che chi, per la sua “curiositas” (voglia di sapere) varca i confini dell’umano, viene trasformato nel più stupido degli animali. Ma c’è il risvolto della medaglia: trasformandosi in bestia, Lucio vive e nuota nella realtà vera della vita, fa un bagno di “realismo”. Ed ecco il collegamento con la realtà politica odierna: “Senza curiositas l’uomo non è uomo è non in grado nemmeno di far politica (ovvero guidare altri uomini) ma, nel contempo, col sapere ma senza. bagno nella realtà, rimane sterile. E poi c’è il mito di Europa, che molti sostenitori o detrattori dell’istituzione sovranazionale non conoscono. Zeus, invaghitosi della donna Europa, la insidia mentre ella passeggia con le amiche sulla riva del mare di Tiro e lo fa, trasformandosi in toro bianco e confondendosi in una mandria che pascolava nei dintorni della comitiva di donne. Zeus-Toro si presenta a lei come animale mansueto, si lascia accarezzare, si lascia cavalcare e poi si tuffa in mare portando via la donna. Poi la violenta, dopo essersi ulteriormente trasformato in aquila. Morale del mito: quando un uomo potente vuol raggiungere un obiettivo, si trasforma continuamente per meglio ottenere i risultati sperati.

Ed ecco, dunque, l’analogia con la realtà politica attuale. I cambiamenti in corsa dei politici tendono a far adattare l’uomo alle circostanze, per perpetuare il proprio potere e ingannare le proprie vittime (nel caso attuale: l’elettorato, i cittadini). E venendo ad una letteratura più vicina ai giorni nostri, arriviamo a La Metamorfosi di Franz Kafka. Qui, addirittura, ci sono analogie impressionanti con l’attuale momento politico, condizionato dalla pandemia. Infatti, il protagonista Gregor Samsa, commesso viaggiatore, un bel giorno si sveglia e s’accorge di essersi trasformato in uno scarafaggio. A questo punto rimane isolato e relegato nella sua stanza, “distanziato” da tutto e da tutti. E’ scansato e rigettato perfino dal padre, oltre che dalla madre e dalla sorella. Il padre gli lancia con violenza una mela che si conficca nell’orribile corpo, uccidendolo. E’ una chiara parafrasi della mela del peccato originale di Adamo ed Eva. Il corpo orripilante viene gettato nella spazzatura e la famiglia, liberatasi del fardello, riprende a vivere. A ben vedere il grido di Kafka contro l’oppressione della famiglia, somiglia tanto all’odierno grido di libertà che si alza da vari settori della società rispetto ai limiti imposti dalla “famiglia allargata” ovvero lo Stato e le sue espressioni (scienziati, mezzi di comunicazione, sentire comune). Come in Kafka, l’imponderabile, l’imprevedibile fa scoppiare tutte le contraddizioni della società, s’instaura una lotta tra il singolo individuo e l’organizzazione sociale. A volte, quest’ultima sacrifica gli individui (li butta in una teorica spazzatura) per preservare l’intero corpo sociale. E’ il dramma di ogni società, di ogni tempo, di ogni latitudine. Ma eccoci alla “metamorfosi” del tempo attuale: scienziati che si trasformano in comunicatori e politici, uomini comuni che – all’improvviso – si sentono scienziati o politici e maledicono quelli che finora hanno rivestito quel ruolo. Governatori regionali che passano, con disinvoltura, dall’oltranzismo al lassismo o viceversa. Politici conservatori o reazionari che annunciano (Salvini) una rivoluzione liberale col recupero di ideologi fuoriusciti da Forza Italia (Marcello Pera); leader sovranisti e antieuropei che vengono eletti al vertice della destra parlamentare europea (Meloni); liberali italiani che prima si lasciano irretire dalla destra radicale e poi ridiventano moderati e dichiarano di voler collaborare (sia pure dall’esterno) col governo in carica (Berlusconi). Panta rei, tutto cambia, tutto scorre, come filosofava Eraclito. Nessuno si può immergere due volte nello stesso fiume della politica.

Eppure c’è un movimento politico che si sta immergendo due volte nello stesso fiume. Gli Stati Generali del M5S rischiano di rivelarsi una grande delusione, per tutti. Avevamo sperato che scegliessero finalmente se essere carne o pesce della politica italiana. Hanno preferito rimanere in mezzo al guado, nell’equivoco, nel compromesso paralizzante tra “movimentismo” e “partito strutturato”, tra populismo giustizialista e democrazia parlamentare, tra rincorsa alle teorie antiscientifiche e complottiste e formazione culturale di quadri competenti. La verità è questa, checchè ne pensi il quotidiano La Repubblica che lunedì ha titolato la sua prima pagina “I 5S diventano un partito”. No, continuano ad essere un fritto misto, dove non solo non emergono merito e competenze, ma naufraga anche il mito dell’uno che equivale a uno, atteso che, nel compromesso, hanno deciso di insediare un direttorio con elementi delle due fazioni contrapposte, un manuale Cencelli pentastellato! Il M5S è ancora una mina vagante che, prima o poi, può esplodere, facendo collassare il sistema politico e aprendo il varco ad ipotesi illiberali. I loro steccati ideologici, i loro irrigidimenti hanno tutta l’aria di ignorare l’accorato appello di Mattarella per una maggiore coesione al fine di sconfiggere la pandemia. C’è stato un solo barlume, negli Stati Generali, ed è avvenuto quando è intervenuto il premier Conte, per dire che “la coerenza è un valore, ma quando governi devi valutare la complessità, bisogna anche avere il coraggio di cambiare le idee”. E a Conte ha fatto eco il più lucido dei cinquestelle, Roberto Fico, che ha lanciato una stoccata micidiale al barricadero Alessandro Di Battista, che continua ad invocare lo spirito delle origini del movimento.

Fico ha detto: “C’è un po’ di ipocrisia nel parlare di questo da parte di chi utilizza gli strumenti della vecchia politica, corrente, cordata, personalismi, la strategia muscolare. Non c’è uno più puro degli altri…Se vive di slogan e dogmi, una comunità è statica e resta nel passato”. Con poche parole Fico ha smantellato il moralismo giustizialista e il fanatismo ideologico paralizzante. Il barlume della ragione dunque c’è stato, ma a spegnere (almeno per adesso) la fiamma della resipiscenza è intervenuto, ancora una volta, l’ambizioso Di Maio che, pur di tornare ad essere capo delegazione del M5S al governo, sacrificherebbe, senza esitazione, Giuseppe Conte. E’ mancata, in questo consesso, una voce, quella di Beppe Grillo ed è l’unica che potrebbe tirare il M5S dal pantano in cui ancora si dibatte. Ergo: a volte, la staticità e la mancata metamorfosi non è affatto positiva. Anzi, può essere un fatto politicamente e storicamente molto deleterio. Per la democrazia di questo paese. E, come cerco di fare sempre nei miei articoli, riporto queste impressioni e queste considerazioni sul piano locale. Se non altro per verificare eventuali discostamenti o analogie. A partire dalla Regione Campania, dove abbiamo un governatore-teocratico, che manda a quel paese il Governo, all’interno del quale c’è il PD di cui è espressione (e del quale ha goduto dell’appoggio elettorale), con la giustificazione che lui se ne frega del “politicamente corretto”. E’ convinto di essere l’unico amministratore capace. Ha ragione: è politicamente “molto scorretto”! E se renderà conto quando si accorgerà che da solo non ce la fa nemmeno Zeus (tanto per restare nella mitologia). E si accorgerà che, nel suo caso, le continue giravolte tra “giri di vite” sulla popolazione e improvvisi capovolgimenti di lassismo (vedi parentesi estiva elettorale) costituisce una “metamorfosi” negativa. Scendendo giù, sul gradino degli amministratori comunali dell’isola, nulla da registrare. Non ci riuscirebbero neppure i sismografi dell’Osservatorio vesuviano. Nessuna metamorfosi. Tutto terribilmente statico ed uguale a prima.

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