LE OPINIONI

IL COMMENTO Le subordinate nell’analisi del voto

Ad analizzare il voto elettorale ci hanno già pensato, sul piano nazionale, quotidiani e TV, sul piano locale ci ha pensato, su Il Golfo, Gaetano Ferrandino. Pertanto, vorrei tentare di sviluppare alcune tematiche subordinate, che sono emerse proprio nel dibattito post-elettorale, ma che non riguardano direttamente la “qualità” del voto e i motivi che hanno spinto gli italiani a scegliere il centro destra, a forte trazione Meloni. In questo quadro di subordinate sono rimasto particolarmente colpito da una sottile e colta argomentazione espressa, in un post molto seguito, da Lello Montuori. Il bravo dirigente del Comune d’Ischia ha dichiarato che, pur pensandola in maniera diametralmente opposta alle idee politiche della Meloni, non è preoccupato per la democrazia italiana, che è basata su un sistema di pesi e contrappesi, di controlli incrociati tra Istituzioni, tali da assicurare la capacità di autotutela da qualsiasi tentativo di sovvertire il sistema democratico, sancito dai padri costituenti. Ha definito questo “intreccio” istituzionale “pantano”. Termine che, a prima lettura, può impressionare e farne travisare il senso voluto da Lello. “Pantano” può far pensare all’eccesso di burocrazia che diventa freno all’esecutività degli atti. Ma giustamente Montuori insiste sulla “plasticità” ed efficacia del termine. Precisa che il termine “pantano” è un limite solo per chi pensa di poter improvvisamente diventare “padrone” del paese. E paventa l’Aventino solo nel caso in cui il Governo futuro dovesse manomettere la Costituzione in senso di Repubblica Presidenziale.

Giorgia Meloni

A proposito di presidenzialismo, è possibile dissentire, da modesto laureato in Scienze Politiche quale sono, dal mostro sacro del Diritto Costituzionale, prof. Sabino Cassese? Mi prendo questa libertà: Cassese dice (Corriere della Sera del 29 settembre) che quando nell’ultimo decennio del secolo scorso, s’introdusse la riforma presidenziale di Regioni e Comuni, lo si fece anche come esperimento per un’eventuale analoga riforma per la Presidenza della Repubblica e che l’esperimento, che diede poteri notevoli a Sindaci e Governatori regionali, è risultato positivo, per cui – dice Cassese – non si vede perché mai non possa funzionare anche a livello della più alta carica dello Stato. Con tutto il rispetto e la deferenza dovuta all’illustre accademico, a me pare che l’eccesso di potere nelle mani di Sindaci e Governatori abbia svuotato di qualunque potere i principali organi deliberanti (Consigli) e rappresentino un grave vulnus della democrazia. Tornando alle considerazioni espresse da Lello Montuori, egli chiude le sue riflessioni, sollecitato dai lettori del post da lui pubblicato, con l’affermazione che il Segretario del PD giocoforza non ha il carisma del capo indiscusso, perché un partito democratico deve essere retto da un vertice competente e capace ma che si senta un primus inter pares, al pari di tutto il gruppo dirigente. Un partito democratico strutturato deve la sua forza di attrazione non alle capacità oratorie o all’abilità tattico-mediatica del capo bensì alla capacità dell’intero gruppo dirigente di prospettare un’idea di società, di economia, di cultura che faccia “sognare” un domani migliore. Che poi il PD, nato da una fusione a freddo mai convertitasi in coesione “calda” ,intorno a un’idea di “progresso” che non sia solo mero “sviluppo”, non abbia saputo accendere l’entusiasmo degli elettori, è vero ma è altra questione.

E poi ci sono altre due subordinate in quella che va considerata una vera e propria rivoluzione elettorale (sebbene largamente prevista): una è la “derisione degli avversari”, l’altra è la minaccia o la tentazione di “emigrare” in vista di possibili sconvolgimenti degli assetti istituzionali e repubblicani dell’Italia o comunque ritirarsi in una specie di Aventino virtuale, in attesa di eventi che ripristinino gli equilibri costituzionali. Esaminiamo queste due subordinate: per quanto riguarda la “derisione degli avversari”, ho molto apprezzato un post di Benedetto Valentino. In tale post, Benedetto, pur dicendosi per niente estimatore di Di Maio, né dei Cinquestelle pre e post Conte, prova un sincero sentimento di solidarietà umana per un giovane politico che è comunque riuscito a ricoprire la carica di Ministro degli Esteri e, diciamo la verità, lo ha fatto con la sufficiente modestia di chi è consapevole dei propri limiti e che pertanto si è avvalso della costante consulenza della diplomazia italiana onde evitare di commettere gaffe nel delicato settore della politica internazionale. Il giovane, dopo una serie iniziale di sbandamenti ideologici, stava imparando e merita un po’ di rispetto. La derisione degli avversari politici, che hanno subito una dura sconfitta, non onora chi la fa. E se i social sono il campo dell’esagerazione, dell’esasperazione dei giudizi, delle più crudeli ironie, che anche i rappresentanti del popolo ridicolizzino impietosamente l’avversario sconfitto, è segno di una democrazia malata ed incompiuta. Ricordo, con amarezza ,che anche qui nel Comune d’Ischia, in un post elezioni amministrative, Giosi Ferrandino, che aveva stravinto sugli avversari, commise il grave errore di pubblicare un manifesto di derisione dal titolo: “ Abbiamo fatto strike”, disegnando gli avversari come birilli abbattuti. Tutto questo è incultura e inciviltà.

Sabino Cassese

L’altra subordinata riguarda la tentazione della fuga o dell’Aventino. Secondo Lello Montuori, nell’ipotesi (per adesso lontana) che si voglia manomettere la Costituzione, liberandola dagli “equilibri” considerati invece “lacci e lacciuoli”, è realistico pensare ad un meditato e lungo ritiro sull’Aventino o addirittura all’emigrazione in altro paese. E quest’ultima ipotesi è stata paventata anche da un considerevole numero di artisti e intellettuali, alcuni seri, altri più alla ricerca di ritorni mediatici. Anche qui, dalla stampa di centro destra sono partiti strali e sfottò a carico di questi artisti o intellettuali. In tal modo, si rende impossibile raggiungere una coesione nazionale. Ovviamente il discorso che oggi facciamo sugli attuali vincitori e vinti, varrebbe anche a parti invertite. Mi piace, al termine di questo articolo, citare un racconto breve scritto dal bravissimo Vladimiro Bottone, sulle pagine culturali de Il Corriere della Sera, dal titolo “Un panorama che spinge ad andar via”. Tale racconto non si riferisce all’Italia, ma a Napoli. Lo scrittore interloquisce con un certo Laudi che, nato a Napoli, decide all’età di 30 anni di non rimanervi. Decide di abbandonare un panorama fascinoso che dalla collina, attraverso terrazzi, lastrici, balconate, degrada lentamente verso un Golfo meraviglioso. C’è anche un accenno specifico alla nostra isola: “Ischia chiude questa porzione di orizzonte come un baluardo a mare”. Nonostante questa bellezza, Laudi decide di ripudiare la sua patria d’origine, di non essere più “napoletano”. Laudi non ci sta a ritenere Napoli come il mondo, in cui Pusilleco e Marechiaro siano gli estremi confini, le Colonne d’Ercole Lauro. “I babà, ‘o mare, Maradona, il panorama da via Manzoni. Sempre ‘sto cazzo di babà”. Impietoso! Poi, lentamente, Laudi precisa meglio il suo pensiero: “Sai i giovani napoletani cosa dovrebbero fare? Dovrebbero stabilirsi altrove per due, tre anni. Il tempo per capire che esiste il mondo fuori di qui…Fuori di qui valgono altri modi di vivere. Ci sono posti, anche in Italia, dove vige la disciplina sociale, il civismo”.

Mi fermo qui, io che ho trascorso 30 anni a Bologna e poi sono tornato nella mia isola. C’è un modo diverso di vivere, di essere civili e di essere attratti dal fascino “centripeto” della società, che invece oggi ha forti tentazioni “centrifughe”. Alle decine di analisi post elettorali è mancato del tutto un approfondimento su come hanno votato gli italiani all’estero: all’opposto di come gli elettori hanno votato in Patria (34% al PD per il Senato e 28% per la Camera). Vergognosamente il Giornale di Berlusconi (a firma di Felice Manti il 28 settembre) ha palesemente accusato il sistema elettorale italiano all’estero di “brogli, schede false e morti al voto”. Una democrazia che consente che accuse così pesanti non vengano né ufficialmente confermate né smentite, è bacata e avvelenata. Se, invece, come credo, gli italiani all’estero hanno votato nella legalità e regolarità, significa che gli elettori all’estero, liberi e lontani dall’atmosfera emozionale e di alterazione mediatica d’Italia, hanno votato con razionalità e ponderazione, avendo cognizione di un modo diverso di manifestare il civismo, che non sia solo la rabbia sociale, più o meno giustificata.

Ads
Ads

Articoli Correlati

0 0 voti
Article Rating
Sottoscrivi
Notificami
guest

0 Commenti
Inline Feedbacks
Visualizza tutti i commenti
Back to top button
0
Mi piacerebbe avere i vostri pensieri, per favore commentatex