LE OPINIONI

IL COMMENTO Leggere non può essere un imperativo

Gli esami di maturità in corso, le recenti elezioni europee, le ricorrenze, tutte in questi giorni, di importanti eventi storici e di personaggi politici, come l’80^ anniversario dello sbarco in Normandia, il centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti per mano fascista, i 40 anni dalla morte di Enrico Berlinguer, i 123 anni dalla nascita di Piero Gobetti, gli 80 anni dalla nascita della Democrazia Cristiana, mi sollecitano l’opportunità di ragionare sull’importanza della “lettura”. La storia di questi eventi e di queste ricorrenze di uomini e organizzazioni politiche meriterebbero di essere letti e riletti da quanti più cittadini possibile. Ed invece assistiamo al declino inarrestabile della stampa scritta e della lettura di saggi storico politici. E parallelamente avanza l’incultura e la rozzezza di linguaggio. La lettura è in una fase di letargia. Anche giovani studenti, peraltro bravissimi a scuola, denotano – tranne eccezioni – un disinteresse alla lettura che sconcerta. Nel momento stesso che ho deciso di affrontare il tema del “ leggere”, mi sono ricordato di avere tra i tanti libri della mia biblioteca, il saggio del 1993, dal titolo “Comme un roman” (Come un romanzo) , vero e proprio Manifesto a favore della lettura, dello scrittore Daniel Pennac, che fu professore di francese in un liceo parigino e che, da ragazzo, aveva l’handicap della dislessia prima di intraprendere l’attività di scrittore. L’esordio del libro è categorico e non lascia dubbi: “Il verbo ‘leggere’ non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi come ‘amare’ o ‘sognare’. Effettivamente non si può imporre a una persona, di qualunque età, di leggere, amare o sognare. Solo il soggetto interessato può sentire il bisogno di leggere o di amare e solo le condizioni personali consentono di sognare. Imporre a un ragazzo: “ Vai a leggere un libro” è vano; se non ne ha voglia, farà finta di leggerlo e non ne ricaverà assolutamente alcun beneficio.

Paradossalmente, scrive Pennac, capita ai genitori di vecchia generazione di tentare di imporre la lettura, mentre a loro, da ragazzi, i genitori di generazione ancora più lontana tentavano di imporre esattamente il contrario: “Lascia stare quei libri e vai un po’ fuori a giocare all’aria aperta”. Sempre di imperativi si trattava e venivano puntualmente disattesi. E così oggi mi capita di imbattermi in valenti professionisti che hanno una scarsa conoscenza e nessun amore per gli accadimenti storici, per la politica, per il confronto dialettico. Null’altro che attualità, social, radicalismo di posizioni, individualismo spiccato e una tremenda voglia di carriera e di arricchimento. Un quadro troppo fosco, direte, dettato probabilmente dall’età avanzata e dall’incalzare di un senso di nostalgia?. Ci ho pensato molte volte a una eventualità del genere, ma ne sono uscito con la convinzione che non si tratta di nostalgia che, del resto, è un sentimento nobile e irrinunciabile della nostra esistenza, ma di pura constatazione dei fatti. Ammetto che una delle cause di un certo rifiuto della lettura è la scarsa qualità e la sovrabbondanza di giornali e libri. I giornali leggibili sono veramente pochi, il resto è paccottiglia propagandistica. Così come, in tema di letteratura, assistiamo ad un affastellamento di libri, di Buchmesse, di esposizione in supermercati, in edicole, di ogni genere e scritti da personaggi noti nei loro campi di attività (attori, sportivi, cuochi) ma che non hanno alcuna qualità letteraria. E vengono presentati e recensiti, senza scrupolo, indifferentemente libri di valore e libri che non hanno alcuno spessore. E’ difficile così orientarsi in un mare magnum di libri.

A proposito di libri, ha ragione Pennac che scrive: “Libro non è una dizione esatta, si deve parlare di romanzo, di saggio, raccolta di novelle, componimento poetico. La parola ‘libro’ non dice niente di preciso. Anche la guida del telefono è un libro”. E così anche bravi giornalisti o scrittori devono lottare e farsi largo, chiedendo spazio e udienza sui social, perché solo così arrivano a un minimo di platea di lettori. Sempre nel libro di Pennac, dopo un attento esame di ciò che intendiamo per ‘lettura’, si passa ad esaminare il ‘lettore’ che, abbiamo già detto, non può essere spinto a leggere . Pennac elenca 10 diritti dei lettori: il diritto di non leggere; quello di saltare le pagine; di non finire un libro; di rileggere; di leggere qualsiasi cosa; di bovarismo; di leggere ovunque; di spizzicare; di leggere a voce alta; e infine il diritto di tacere. E passa poi a descrivere ciascuno di questi diritti. Lasciando stare alcuni di questi diritti, il cui nome spiega tutto, vorrei entrare nel dettaglio di altri diritti meno espliciti. Andiamo al diritto di “saltare le pagine”. Possibile che un libro si possa leggere a tratti? Scrive Pennac: “Se i giovani hanno voglia di leggere Moby Dick ma si scoraggiano di fronte alle digressioni di Melville su materiali e tecniche della caccia alla balena, che non rinuncino alla lettura, ma saltino, saltino quelle pagine, per inseguire Achab senza curarsi del resto, come lui insegna la sua bianca ragione di vivere e di morire”. Poi il diritto di non finire un libro. Possibile leggerlo solo fino ad un certo punto? Dice Pennac: “Ci sono mille ragioni per abbandonare un romanzo prima della fine ma ce n’è una su cui vale la pena di soffermarsi: la vaga sensazione di una sconfitta, quando mi sento sopraffatto da qualcosa che percepisco come più forte di me. Pur avendo la sensazione che quel che è scritto lì merita di essere letto, non ci capisco un tubo, vi colgo un’estraneità che non mi offre alcuna presa”. E Pennac riconosce di non aver portato a termine per esempio l’Ulisse di Yoice.

Daniel Pennac

Tuttavia la bellezza di un libro su carta è che lo puoi riporre in biblioteca e riproportelo in un altro momento, ritenuto più idoneo, di maggiore maturità. Il diritto di bovarismo, ovvero l’esaltazione delle nostre capacità sensoriali, i nervi che vibrano, il cuore che s i accende, l’adrenalina che sprizza. E’ una forma di lettura, apparentemente ingenua e legata agli stati d’animo giovanili, ma in realtà il bovarismo è una delle cose più diffuse nel mondo. E vado, infine, al diritto di tacere. Scrive Pennac: “L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma si sa solo. La lettura per lui è una compagnia che non prende il posto di nessun altra, ma che nessun altra potrebbe sostituire”. Per finire, con alcuni dei collaboratori o editorialisti di questo quotidiano locale, spesso ci scambiamo le sensazioni che proviamo nello scrivere e nel registrare che l’attenzione prestata alla lettura di scritti che, immodestamente, non ci paiono banali e se non altro degli di un minimo di attenzione, è poca, seppure qualificata. Che dire? Se i diritti del leggere, secondo Pennac, sono dieci, almeno un diritto va riconosciuto anche a chi scrive: il diritto di mettere su carta le proprie riflessioni e le proprie opinioni, con la speranza di contribuire a formare dei cittadini della nostra realtà territoriale più consapevoli, sensibili, disponibili alle interazioni umane.

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