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LE OPINIONI

IL COMMENTO L’equivoco dei finanziamenti per progetti

DI LELLO MONTUORI

Ogni tanto bisognerebbe avere il coraggio di rimettere in discussione le regole, anziché adeguarvisi pedissequamente, credendo di far bene. Quando si usa la felice espressione ‘restituire alla politica le ragioni della politica’ forse si vuole far riferimento proprio a questo. Alla possibilità o alla capacità, che ha o dovrebbe avere la politica, di cambiare le regole – che al di là della loro ratio – all’atto pratico, si sono rivelate inadeguate e persino, in certi casi, assai dannose. Ci è stato fatto credere – io stesso all’università l’ho ascoltato e poi ripetuto agli studenti dei seminari di diritto amministrativo per 10 anni – che il superamento del sistema di finanza derivata, poneva nuove sfide ai Comuni, alle Città Metropolitane, alle Regioni, persino agli Stati nazionali che compongono l’Unione Europea. Superamento delle fonti di finanziamento derivate, autonomia impositiva degli enti locali, finanziamenti per progetti, sono parsi, negli ultimi 30 anni, la nuova frontiera dell’efficienza nella gestione delle risorse destinate al territorio.

Anziché formare la burocrazia alla cura degli interessi pubblici ed alla loro obiettivizzazione (hic et inde) si sono addestrati dirigenti e funzionari a compilare progetti direttamente on line, per rispondere nei termini a bandi con avvisi di finanziamenti europei, nazionali, regionali, contribuendo ad alimentare una burocrazia divenuta via via per forza di cose, tecnologica ed autoreferenziale, sempre più lontana dalle reali esigenze delle comunità, ma soddisfatta quando riesce ad ottenere più finanziamenti del Comune o della Regione più vicina e soprattutto capace di aver speso assai di più, perché la capacità di spesa – che un secolo fa sarebbe stata ritenuta una iattura – è divenuta un parametro nientedimeno che di efficienza e indiscussa abilità. A cosa ha portato questo equivoco assai abusato dei ‘progetti’ a tutti i costi? Per dirne una, in ambito regionale ha portato la festa patronale di un paese sperduto di montagna, a concorrere con il finanziamento per una stagione teatrale di una città con più di un milione di abitanti e tanti interpreti di fama nazionale e oltre confine. E ha finito col mettere entrambi nella stessa graduatoria con un finanziamento -a discrezione et arbitrio di Sua Eccellenza- perché, a cercarsi la ratio di quei punti attribuiti all’una o all’altra, non ne verreste a capo per nessun motivo e in nessun modo.

Estendete questo esempio assai banale, ai servizi sociali, dove il finanziamento al quale si può partecipare con il progetto, riguarda magari l’assemblaggio delle tessere di un puzzle da parte di minori e disabili, e invece non ce n’è uno che consenta di istituire e finanziare un centro totalmente pubblico per l’autismo e vi renderete conto che il problema è proprio a monte, ed è del sistema che nessuno ha il coraggio di cambiare, ammettendone il completo fallimento. Cercheranno anzi di convincervi che è l’incapacità ad adeguarsi ad un cambio di mentalità ripudiato da più d’uno, a produrre certi guasti. Che magari sono gli amministratori o i funzionari a non essere capaci. E che molti enti pubblici virtuosi, accedono ai finanziamenti e sono assai bravi nel gestirli. Basterebbe una verifica empirica, per capire quanto la verità sia assai diversa. Molti di quegli enti destinatari di finanziamenti assai cospicui per opere pubbliche talvolta mastodontiche, si pensi ad un Auditorium o magari a impianti sportivi divenuti in alcune zone del paese cattedrali nel deserto, hanno, forse ancora oggi, scuole che cadono a pezzi, strade dissestate, verde pubblico da manutenere e nessun fondo in cassa che non siano finanziamenti vincolati per questo o per progetto forse non inutile, ma senz’altro meno prioritario di un intervento indispensabile.

Fin dall’ambito europeo, per arrivare all’ultima scuola di provincia del paese, bisognerebbe avere il coraggio di eliminare per sempre la parola ‘Progetto’ dal lessico dell’amministrazione pubblica e più ancora da quello delle fonti di finanziamento. Perché mai, il paese che si affidasse ad amministratori meno capaci o ad una classe di burocrati meno intraprendenti, dovrebbe esser penalizzato rispetto a chi scegliesse quelli virtuosi? Quale principio democratico si cela dietro questa ridicola asserzione? Una comunità dove chi amministra fosse meno efficiente di un’altra dove amministrano i capaci, meriterebbe anzi di essere aiutata assai di più a far funzionare scuole, strade, servizi pubblici, assistenza sociale e offerta dei servizi ai cittadini. Altro che penalizzarli per non aver votato bene.

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Quale dovrebbe essere l’alternativa, allora? Forse non semplice a farsi quanto a dirsi. Finanziare il più possibile senza vincoli Stati, Regioni, Enti locali sulla base di indicatori assai oggettivi ( numero di abitanti, densità di insediamenti, reti infrastrutturali, servizi offerti o non offerti ancora) privilegiando sempre chi ha di meno per far fare cose semplici, anziché fantomatici ‘progetti’: riparare strade e marciapiedi, ristrutturare scuole e spazi all’aperto per il gioco, realizzare impianti di depurazione e interventi di politica ambientale, ma non dove gli amministratori hanno la sensibilità di realizzarli, quanto piuttosto in tutti i luoghi in cui ce n’è bisogno dal Nord a Sud della penisola. Cosa c’entrano ‘i progetti’ da candidare in tutto questo? Poco o niente. E bisognerebbe avere il coraggio di dirlo nelle sedi dove la politica si fa a livelli assai più alti e meno spiccioli. Perché per restaurare un importante monumento che sta cadendo a pezzi bisogna finanziare anche quattro eventi in cui partecipano artisti -magari pure bravi- che devono esibirsi in rassegna nel progetto per dargli un filo conduttore, quando in realtà l’unica esigenza è quella di restaurare un monumento?

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Perché candidarsi ad un finanziamento, tirando per i capelli la possibilità di rientrarvi, allargando il tema fino a ricomprendervi cose che nessuno di chi ha deciso quello stanziamento aveva mai pensato di comprendervi, quando basterebbe semplicemente ripristinare le ordinarie fonti di finanziamento per realizzare opere pubbliche, lasciando poi -sulla base del principio di sussidiarietà- all’ente più vicino al cittadino la possibilità di impiegare i fondi nel modo che ritiene più opportuno? Perché costa così tanto dire questa semplice verità: che buona parte dalle opere pubbliche in Italia sono state realizzate nella prima metà del novecento oppure nel secondo dopoguerra, con un sistema di finanziamento completamente derivato, autonomia impositiva pari a zero, e possibilità per gli amministratori locali di intervenire nei settori più diversi, senza alcun vincolo di destinazione che non fosse quello di destinare ad opere pubbliche i fondi per opere pubbliche, e all’assistenza sociale i fondi per l’assistenza? Possibile che il dibattito sulle politiche comunitarie e la modernizzazione della p.a. passi solo per questioni assai minori come la digitalizzazione, il lavoro agile, la capacità di spesa, e una verifica dei risultati, che il più delle volte si traduce solo nella corrispondenza fra quanto erogato e quanto rendicontato, con attestazione della regolarità formale e contributiva delle attività, e non si spinge a verificare la capacità che ha avuto quell’intervento di incidere sulla vita della comunità e migliorarne la quotidianità? Possibile che negli ultimi 30 anni il dibattito pubblico in Italia si sia limitato al corollario che la pubblica amministrazione intesa nella sua forma policentrica, non si sia rivelata capace di rispondere alla sfida della modernità, che sembra rappresentata esclusivamente dalla capacità di ‘procedere a progetto’ il nuovo sole dell’avvenire, chè soltanto a usare la parola si diventa progressisti ed efficienti, di tal che anche comprare i banchi per la scuola primaria diventa parte del progetto ‘senza zaino’ quasi che progettare questa forma di didattica, comporti una rivoluzione copernicana della forma mentis e della scala dei valori dell’insegnante, per cui chi non si è convertito al nuovo verbo, è magari un antiquato maestro del libro di de amicis, capace solo di razzolare in anticaglie? Possibile che nessuno si senta di alzarsi in Parlamento, da quello Europeo a quello Nazionale o in Consiglio regionale e dire ‘ la finanza a progetto ha fatto il suo tempo ed è fallita’. Vogliamo tornare a finanziare gli enti perché esistono e si occupano della vita delle persone e non perché hanno bravi funzionari in grado di partecipare a tutti i bandi, facendo man bassa di finanziamenti, magari anche di quelli che non servono.

Perché di una cosa dobbiamo essere certi. Per un ente i cui amministratori -lo dico in senso lato- sono assai capaci di intercettare finanziamenti pubblici, perché sono molto attivi nei procedimenti e nei contatti, ve ne sono altri che invece restano inesorabilmente indietro. E non era questa la Repubblica delle autonomie pensata dal Costituente che scrisse l’art.5 della Carta. Non era questa l’idea di riconoscere e promuovere l’autonomia locale e attuare il decentramento. Non c’è scritto che l’autonomia vale ‘solo se quella comunità ha la capicità di esprimere una vera classe dirigente’. No. Non è così. La finanza per progetti nel bel paese ha già fallito. Non si tratta più di tradurla in atti. Quanto di riconoscerlo. E far prendere all’Europa e al Parlamento un’altra strada. Opposta a quella che stiamo percorrendo.

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