IL COMMENTO L’estate dei mondi paralleli

Di Giorgio Di Dio
Chiaiolella, Procida, ore 9 del mattino
Michele si sveglia cullato dal profumo del caffelatte, che sale dalla cucina come un piccolo rito quotidiano. Sua madre ha già preparato la borsa da spiaggia: teli colorati, palette, un pallone nuovo comprato ieri al negozio sul lungomare. Fuori, il sole picchia forte, ma è una forza amica: è solo la promessa che tra poco l’acqua li accoglierà.
«Sbrigati, altrimenti perdiamo i posti più vicini al mare!» grida suo padre dal balcone, e la sua voce si perde allegra nell’aria tiepida del mattino.
Michele ha dieci anni, e il mondo intero, oggi, si misura in cose piccole e luminose: convincere i genitori a comprargli un gelato, e scoprire se il suo migliore amico Luca porterà davvero il nuovo aquilone promesso dai genitori.
Al-Mawasi, Gaza, ore 9 del mattino
Yousef si sveglia avvolto da un odore diverso: plastica bruciata, residuo dell’incendio della notte scorsa, che ancora si aggrappa all’aria come un fantasma. Non ha una casa: ha una tenda, la terza in un anno, rialzata dopo che le prime due sono state inghiottite dalle macerie. Sua madre non prepara colazione, perché non c’è quasi nulla da mettere in tavola. Fuori, il sole picchia forte, e questa volta fa paura: significa che oggi, come ieri, bisognerà inseguire un’ombra tra le rovine, perché non esiste altro riparo.
Yousef ha dieci anni, la stessa età di Michele, a meno di tremila chilometri di distanza, eppure un abisso intero separa i loro risvegli. La sua unica, urgente preoccupazione è capire se sua sorella minore, che brucia di febbre da tre giorni, riuscirà ad arrivare in tempo a uno degli ospedali ancora in piedi: quelli senza più medicine, senza bende, senza spazio, che resistono per pura ostinazione.
Chiaiolella, Procida, mezzogiorno
Il pranzo è un panino gigante ordinato alla Capannina, patatine dorate e una bibita gassata che scoppietta festosa nel bicchiere. Michele e Luca giocano a racchette finché le braccia non protestano, poi si tuffano in mare a rinfrescarsi. L’acqua è calda, limpida, e non porta con sé alcun pensiero: solo il presente, semplice e infinito come può esserlo un pomeriggio d’estate.
Nel pomeriggio arriva la nonna con la merenda, pane, olio e pomodori, «come si mangiavano una volta», dice, e Michele sorride, addentando con gioia quel morso gigantesco di ricordo e presente insieme.
Al-Mawasi, Gaza, mezzogiorno
Il pranzo, quando arriva, è un pugno di riso diviso in cinque bocche affamate, oppure, semplicemente, non arriva. I ratti che si aggirano tra le tende sono diventati una minaccia quotidiana: mordono soprattutto i più piccoli, di notte, mentre dormono ammassati sotto teli di plastica che non proteggono da nulla, se non dall’illusione di un riparo. Yousef ha imparato a dormire con un bastone accanto a sé, non per gioco, ma per fare la guardia a sua sorella.
Nel pomeriggio non arriva nessuna nonna con il pane. Arriva invece un rumore, lontano ma tristemente familiare: un aereo che sorvola la zona. Yousef ha imparato a distinguere i suoni come si impara un alfabeto crudele: quello acuto e prolungato è un drone di ricognizione, non spara. Quello più cupo, invece, è un’altra cosa. Tutti si fermano, in un silenzio che pesa come pietra, sperando soltanto che il rumore si allontani.
Chiaiolella, Procida, sera
Al tramonto la famiglia di Michele cena in terrazza, pasta al pomodoro e lo zampirone acceso a scacciare le zanzare, mentre il cielo si accende d’arancione come una promessa mantenuta. Dopo cena, tutti insieme davanti alla televisione, guardano un film. Spesso Michele ha il permesso di uscire con gli amici; altre volte si addormenta sul divano, stanco di sole e di giochi, e suo padre lo porta in braccio fino al letto, leggero come solo un bambino felice può esserlo.
Al-Mawasi, Gaza, sera
Al tramonto, un’altra tenda accanto a quella di Yousef viene colpita. Non è la sua, questa volta. Sente le urla, poi il silenzio innaturale che sempre segue le urla, poi ancora le urla, diverse, adesso: quelle di chi scava tra le macerie a mani nude, cercando qualcuno. Sua madre lo tiene stretto, gli copre gli occhi, ma le orecchie non si possono chiudere.
Quella notte non ci sono film in televisione. C’è il buio, squarciato ogni tanto da bagliori lontani, e la paura, diventata ormai un’abitudine tanto quanto la fame. Yousef non viene portato a letto in braccio: si addormenta seduto, appoggiato a sua madre, un occhio aperto, come fanno ormai tutti i bambini che hanno imparato, troppo presto, a vegliare sul proprio sonno e su quello di chi amano.
Due estati, un solo mondo
Michele e Yousef hanno la stessa età, respirano la stessa aria del pianeta, guardano lo stesso sole calare ogni sera dietro l’orizzonte. Eppure vivono in due mondi che sembrano non toccarsi mai: uno fatto di giochi, aquiloni e risate senza pensieri; l’altro fatto di fame, paura e un futuro che si misura in ore, in minuti, in respiri.
Michele non sa che, nello stesso istante in cui gioca a racchette sotto il sole di Procida, un bambino della sua età sta contando le tende superstiti del proprio campo, come si contano le stelle rimaste in un cielo che si sta spegnendo. Yousef, dal canto suo, non sa nemmeno che esista, da qualche parte, un’estate diversa dalla sua, fatta di cose che a lui sembrerebbero favole: un letto vero, un pasto abbondante, un domani dato per scontato.
Eppure i due mondi, per quanto lontani, condividono lo stesso cielo. Ed è forse proprio da lì, da quel cielo comune che tutti guardano senza saperlo insieme, che un giorno potrebbe finalmente arrivare non più il rombo di un aereo da temere, ma il silenzio di una pace vera, una pace che permetta anche a Yousef di conoscere, un giorno, un’estate come quella di Michele: spensierata, sicura e piena soltanto di piccole, normali preoccupazioni da bambino.




