IL COMMENTO L’etica di Vito Mancuso e l’etica isolana

L’appuntamento di sabato scorso 6 dicembre al Re Ferdinando, organizzato da Celestino Vuoso, Presidente dell’Opera Pia Iacono, Avellino,Conte, imperniato oltre che sul Premio Francesco Ferrandino ai migliori componimenti di ragazzi delle scuole medie sul tema dell’uso responsabile dei social network, soprattutto su una lectio magistralis del teologo e filosofo Vito Mancuso, ha suscitato reazioni forti e contrastanti. Due giorni prima Mancuso era stato intervistato da Tiziana Panella a Tagadà sul suo ultimo libro “Gesù e Cristo”. Una lezione su Gesù, maestro di vita spirituale e sulla vera interpretazione dei Vangeli. E a settembre, per il Festival della Filosofia di Raffaele Mirelli, Vito Mancuso aveva brillantemente illustrato “Tutto quello che ho imparato sulla gioia di vivere”. A me che avevo affrontato la lettura di ben 5 libri di Mancuso: Il bisogno di pensare (2017), La via della bellezza (2018), Etica per i giorni difficili (2022), A proposito del senso della vita (2022), Non ti manchi mai la gioia (2023), l’intervento del professore è piaciuto moltissimo; altri (non molti) hanno ritenuto banali o superficiali o addirittura infondate alcune affermazioni e conclusioni del conferenziere. Normale? Strano? Sintomo di diversità di pareri secondo i diversi percorsi culturali praticati da ciascun uditore?Io penso qualcosa di peggio. Se l’architrave culturale e ideale di Vito Mancuso è l’etica, qualcosa cioè che trascende l’esperienza individuale ed è connaturata negli uomini, si chiami – questa dimensione superiore – Dio o Natura o altro ed è sempre esistita e sempre esisterà, vuol dire che viviamo un momento storico di smarrimento, molto complicato.
Mancuso sostiene, che nonostante tutto, l’etica è viva, solo che aumenta il numero di coloro che non se ne rendono conto. Scrive Mancuso nel libro “Etica per giorni difficili”: “Il problema dell’etica è l’incapacità di spiegare agli altri e, prima ancora a se stessi, perché mai l’onestà debba essere preferibile alla disonestà, il bene al male, la giustizia alla furbizia”. La risposta è che come la salute del nostro corpo dipende dal grado di armonia tra le parti di cui il nostro organismo è costituito (in particolare ossigeno, idrogeno e carbonio) allo stesso modo la nostra etica e il grado della nostra felicità deriva dall’armonia sociale che riusciamo a creare con gli altri esseri umani. Così come c’è un centro relazionale nel nostro corpo, allo stesso modo è necessario un centro relazionale del corpo sociale. I nostri padri storico-culturali ovvero i Greci distinguevano tre termini per definire la vita: 1) Bios (biologia) 2) Psiché (temperamento) 3) Nous (spirito,critica,ricerca,arte,politica). In altre parole, quest’ultimo termine è la Cultura. Che cosa è che sollecita la cultura? Le emozioni. Ne vengono catalogate 6 (sei) di cui al primo posto c’è la paura. Sono queste che spingono il Nous (lo spirito) a porsi le domande fondamentali dell’esistenza. Qual è il senso della vita? La risposta di Mancuso è che, alla base della vita, c’è contemporaneamente la bellezza e il dolore. Cita un passo del Dottor Zivago di Boris Pasternak , in cui il protagonista si pone il quesito profondo: “Come è bello il mondo, ma perché tanto dolore?” Per cogliere il senso della vita, bisogna innanzi tutto definire il “senso”. Esso è caratterizzato da tre componenti a) il significato (cioè la mente) b) la direzione (quindi le gambe, la mobilità) c) la sensazione (ovvero la percezione). Tutto questo ci porta alla conclusione che l’io da solo non basta, allo stesso modo dell’armonia del nostro corpo, gli uomini hanno bisogno di trovare armonia sociale.
Il saggio imperatore Marco Aurelio (sì, proprio quello del tondo nel Porto d’Ischia) disse che occorre “sinergia”. Indispensabile agli uomini è il Logos (che significa “parola” ma anche “relazione”) e, per connettersi in relazione, la parola è indispensabile. Ora, come si rapporta l’Intelligenza Artificiale rispetto a questo ragionamento intorno al senso della vita? L’A.I. è un moderno e utile strumento, capace di moltiplicare all’infinito la memoria e la statistica dei casi; il suo obiettivo è il “problem solving” (la risoluzione dei problemi) ma l’intelligenza umana non è solo “problem solving” bensì “problem posing” (termine inventato dall’educatore brasiliano Paul Freire, per indicare la capacità di porsi domande e cercare risposte critiche e creative). L’I.A. non può fare questo. E un utilizzo distorto dell’I.A. lo fanno i grandi operatori dei social (Big Tech), il cui obiettivo è di catturare e pilotare le grandi masse. Una moderna forma di totalitarismo, la volontà cioè di conquistare la devozione totale dell’uomo. Possiamo sottrarci a ciò? Sì, risponde Vito Mancuso. E come? Con la solitudine, il raccoglimento, col fare ogni tanto i conti con se stesso. Che non vuole dire “isolamento” bensì ritrarsi di tanto in tanto in un raccoglimento contemplativo (otium). E questo porta all’equilibrio, alla felicità. Questa è l’etica di Vito Mancuso. Per cui la vita è intelligenza naturale, non “cogito ergo sum” come diceva Cartesio, bensì “Cogito sive sum” o, all’inverso, “ Sum sive cogito”. Come nel corpo umano il batterio dell’intestino va alla ricerca del cibo, cerca il glucosio, elabora e si nutre, così l’uomo si nutre, riproduce e si rapporta armonicamente con gli altri uomini.
E’ per questo che Mancuso considera Friedrich Nietzsche il maggior nemico. Infatti il pensatore tedesco contesta il primato dell’Etica, a differenza di Socrate e Platone che ponevano a fondamento della vita il bene e la virtù. Nietzsche ha una visione atomista della vita, in cui è fondamentale l’io. Per Mancuso l’io esiste solo in quanto si pone in relazione con gli altri. Nietzsche sostiene che l’etica è un’invenzione innaturale , un artificio per i deboli. Per finire, temo che quella parte di ischitani non convinta dalla relazione di Mancuso, sia esattamente quella che privilegia l’io rispetto al noi, che ritiene che il senso della vita sia l’affermazione individuale (al massimo allargata alla felicità della propria famiglia); il sapersi destreggiare con furbizia in un mondo di furbi; il forgiarsi per districarsi alla meglio nella giungla della società governata dalla finanza,dalla sopraffazione e dalla prepotenza. Quelli che la pensano così non temono le distorsioni dell’A.I., perché ne condividono il principio dell’insignificanza della comunità pensante. L’A.I. alimenta in essi l’illusione di possedere in esclusiva un’arma tecnologica per superare e contrastare gli altri. C’è chi chiama “etica” anche questa visione e ritiene inutilmente “buonista” la versione di Mancuso, alla quale io invece mi conformo, pienamente convinto, come hanno fatto Ciro Cenatiempo, moderatore della serata e il prof. Francesco Rispoli, con un brillante intervento dal pubblico, a dimostrazione che un diverso ed etico sentire è possibile anche a Ischia.







