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LE OPINIONI

IL COMMENTO Lettere di natale al tempo d’oggi

Lettere, in genere, non se ne scrivono più,.figuriamoci quelle di Natale! Una lettera a Gesù Bambino invece l’ha pubblicata la scrittrice Susanna Tamaro su Il Corriere della Sera, nella quale chiede non maggiore bontà da parte degli uomini, bensì la capacità di riconoscere il Bene. E affinché ciò sia possibile, la scrittrice implora Gesù di donare agli occhi umani la gioia liberatoria delle lacrime. Un pianto per tutto quello che di buono e di bello abbiamo sprecato, dalla Natura che ci circonda ai cuori che abbiamo svuotato. Una lettera di rimpianto che è tutt’altra cosa rispetto a quelle,gioiose e colme di speranza, che erano le lettere al tempo in cui ero bambino e, come tanti altri bambini, avevamo l’abitudine di lasciare, nel giorno di Natale ( con la complicità delle mamme) ai papà, nascoste sotto il piatto o sotto il tovagliolo. Per i bambini più piccoli, oggi le maestre preparano creazioni con carta, nastrini, colla e altri sussidi di cancelleria, che sono messaggi-regalo ai genitori,accompagnati da qualche poesiola da recitare a memoria e, quasi sempre, sono poesie che si recitavano anche nella nostra infanzia, come se la poesia si fosse fermata nel tempo, come se non esistesse una poesia moderna, anche per i bambini. E’ l’unica traccia di continuità in una discontinuità di riti e abitudini .Nel tempo della confusione e dello smarrimento individuale e sociale, com’è quello attuale, si confondono anche i ruoli tra chi dovrebbe scrivere lettere e chi le dovrebbe invece ricevere. Non sono più i figli a scrivere ai padri, ma al contrario sono i padri ( nel senso lato della parola) che scrivono ai propri figli ( sempre nel senso lato della parola). Lo fanno per acquisire benevolenza e consenso, certo non più sotto la forma di letterina scritta a mano. La moderna lettera dei padri ai figli può avere varie forme: può essere una “comunicazione” come quella del Presidente del Consiglio agli italiani, o può essere un comunicato wathsApp del Sindaco ai propri cittadini (e magari si scambia la “comunicazione” o il “ comunicato” con il confronto democratico, che dovrebbe “ precedere” la costruzione del provvedimento non “seguirlo”) E da cittadino-figlio del Comune d’Ischia, sono contento quando, per via wathsApp, vengo a conoscenza di progetti finanziati dalla Regione, dei Ministeri, dell’Europa (ma, per favore non si dica che non sono soldi nostri, perché sempre soldi nostri sono, anche se prendono vie più lunghe). Non sono però contento di apprendere che tali progetti, partoriti nel chiuso degli uffici tecnici comunali, non sono stati condivisi non dico dai cittadini ma nemmeno dai consiglieri di minoranza e neppure da quelli di maggioranza. Le lettere, a volte, non sono nemmeno scritte direttamente dal padre-politico al figlio-popolo, ma sono ideate e scritte dagli influencer, per il premier Conte ci pensa Casalino, per i Sindaci l’ufficio stampa o qualche dipendente con doti comunicative. Ma queste lettere non sempre sono “ruffiane”verso il figlio-popolo.

A volte sono lettere-monito, raffinati j’accuse, dall’alto di una tribuna che lo consente a chi le formula. E’ il caso della lettera del Vescovo d’Ischia (forse l’ultimo , prima di un accorpamento della sede vescovile) che ha scritto una lettera agli amministratori dei sei Comuni. Se ne sono dette tante sul conto del Vescovo Lagnese e della sua lettera. E bene ha fatto Gaetano Ferrandino a “certificare” in prima pagina la stima e la considerazione degli ischitani. In verità Lagnese non ha scritto ai Sindaci dell’isola da “padre” a figli ma ha chiamato gli amministratori “Carissimi fratelli Sindaci”. Diciamo che se non da padre, lo ha fatto quantomeno da “fratello maggiore”. Lo ha fatto nel nome di Papa Francesco e dell’Enciclica ultima “Fratelli tutti”. E così si spiega anche il motivo per cui ha parlato da fratello e non da padre, in quanto gli uomini, prima di ogni altra gerarchia, sono innanzi tutto fratelli. Ricordiamo che la lettera ai Sindaci ha fatto seguito a quella che il Vescovo aveva indirizzato agli imprenditori, ricordando loro la “responsabilità sociale di non abbandonare i dipendenti a loro stessi”. Il Vescovo ha parlato in nome dei poveri, di chi già non ce la faceva e che, a seguito della pandemia, non riesce nemmeno a soddisfare i suoi bisogni primari. Non ho motivi di dubitare sul numero di 2.000 poveri assistiti dalla Chiesa ischitana. Numero, a detta di Lagnese, destinato a crescere. Dodicimila voucher-spesa distribuiti dalla Caritas. E in tutto ciò il vescovo denuncia l ‘esistenza di un’economia turistico-ricettiva fondata su una ridotta stagionalità, sulla precarietà e sullo sfruttamento (con molti casi di retribuzione a nero). E questo lo ha scritto ai Sindaci, affinché capiscano che non possono ritenersi estranei ai fatti.

Il Vescovo ha il merito di aver colto che, tra i primi responsabili della situazione di precarietà di molti lavoratori isolani, ci sono i “Primi cittadini”. Non tanto e non solo gli imprenditori scorretti e socialmente irresponsabili, non tanto e non solo gli organi di governo sovraordinati: Regione e Governo, ma soprattutto i Sindaci. Il vescovo Lagnese ha usato, ben prima del Commissario Arcuri, la definizione “Natale buono”. Non, dunque, l’augurio di “Buon Natale” che sembra delegare al destino l’andamento delle cose, ma ribaltando i termini, un Natale Buono, dove la Chiesa per conto suo, ma anche le istituzioni pubbliche, si facciano carico di quelli che, più di altri, sono in sofferenza. Sento dire, sempre più spesso, che ci sono pensionati e lavoratori dipendenti “ garantiti” mentre non sarebbero garantiti tutti i lavoratori autonomi, commercianti, artigiani. E’ una semplificazione inaccettabile, soprattutto ad Ischia : tra le migliaia di lavoratori stagionali dipendenti, di “garantito” c’è ben poco. Il Vescovo Lagnese non è un “ visionario”, è “ realista” quando afferma di rendersi ben conto della difficoltà e complessità del momento e di che cosa comporti oggi amministrare una città, però aggiunge anche: “Sento che si debba e si possa fare di più”. E si richiama a Papa Francesco, quando invoca un cambiamento di paradigma, una inversione del modello di sviluppo. Anche Ischia – ha sostenuto Lagnese – deve trasformare il proprio modello di sviluppo, affinché sia più equo e più giusto. Ha detto il Vescovo: “ La politica deve porsi al servizio del vero Bene comune… c’è bisogno in particolare che la politica impari l’arte del <noi> e rinunci a particolarismi sterili”.

Poi la lettera del Vescovo delinea 5 direttrici di possibili collaborazioni intercomunali e interistituzionali. Su questi non entro nel merito. Né mi interessa stabilire se le proposte di azione concreta siano originali o riprendano ipotesi già esistenti. E non mi interessa nemmeno se siano proposte efficaci, perché compito della Chiesa non può né deve essere quello di proporre azioni politico-amministrative. Mi basta che il messaggio etico, politico e religioso sia stato chiaro e abbia ristabilito alcune verità fondamentali: chi sono i veri danneggiati della pandemia e della crisi economica, chi sono i principali responsabili dell’andamento sociale ed economico del paese, quale modello di sviluppo alternativo è necessario per l’isola d’Ischia. Il resto tocca ad amministratori e politici. Da laico non credente, questa è la lezione che traggo dalla lettera del Vescovo Lagnese, verso il quale Ischia ha un solo modo per mostrargli gratitudine: ascoltarne il messaggio e recepirne l’insegnamento.

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