LE OPINIONI

IL COMMENTO L’isola d’Ischia di fronte ai cambiamenti climatici

Ci sono due atteggiamenti diversi, due modi alternativi di porsi di fronte ai mutamenti della storia: un modo nostalgico di guardare, con la testa girata all’indietro, rimpiangendo un mondo idilliaco che non c’è più (e non ci potrà più essere) o un modo reattivo di adottare nuove strategie per continuare una via di progresso che sappiamo non essere lineare, ma elicoidale o a spirale, tra pause, momentanei ritorni all’indietro e tendenza di fondo alla salita verticale (Corsi e Ricorsi storici di Giambattista Vico). Attualmente, ci troviamo di fronte a un enorme cigno nero della storia: il cambiamento climatico che, tra gli altri effetti, fa anche diventare più netto il solco tra ricchi e poveri, integrati ed emarginati. Eh sì, perché il caldo opprimente che ci sta assillando in questa estate 2026 (e peggio si prevede per il 2027) non è uguale per tutti, c’è chi ha case dotate di tutti i comfort e chi no; chi lavora in uffici climatizzati e gradevoli e chi lavora in condizioni che rasentano l’impossibile. E siccome la comunità scientifica dà ormai per scontato che il Climate Change è una tendenza irreversibile, appare chiaro che qualsiasi programmazione (economica, sociale, culturale) che non tenga conto di questo enorme ostacolo, è destinata al fallimento. E’ per questo che l’Associazione CO.RI.VERDE (Comitato per la Rigenerazione dell’Isola Verde) di cui faccio parte, curerà, con particolare impegno e, speriamo, con collaborazioni prestigiose che stiamo sollecitando, lo studio e il contrasto ai cambiamenti climatici (ovviamente con particolare riferimento agli impatti sulla nostra isola). Ci siamo resi conto che la battaglia di cittadinanza attiva per difendere il territorio (dalla speculazione edilizia, dalla cementificazione che sottrae terreno, dall’assalto alle nostre coste più belle, dagli attentati inquinanti del nostro mare) non può prescindere da una strategia locale (che s’innesti in una politica nazionale ed europea) che non si limiti all’adattamento agli sconvolgimenti climatici. Sono d’accordo col professor Francesco Rispoli che la parola “resilienza” o anche “adattamento” fa pensare ad una “ non azione”, a una specie di Ercolino sempre in piedi della Galbani. Non può essere questa la strategia vincente. Bisogna anche pensare ad azioni capaci quantomeno di mitigare il Climate Change, se non frenarlo. Di recente è stato fatto notare sui social ( Ennio Anastasio) che i lavori al Terminal di Fondo bosso costituiscono un’enorme distesa di asfalto, dove verde e terreno perdono quota in maniera forse irrimediabile. L’indiscussa utilità di quell’opera pubblica avrebbe già dovuto tener conto dei cambiamenti climatici. E lo stesso discorso vale per tutta l’isola: occorre meno cemento, più terreno e più verde. E questo è il principio cardine di chi sostiene da tempo la necessità di istituire il Parco Regionale Protetto del Monte Epomeo. Una strategia nazionale di questo tipo è stata adottata in Francia per le 50 maggiori città francesi.

La città che meglio si è mossa in tale direzione è Angers, nella Loira, al secondo posto Annecy. Angers ha creato 68 ettari supplementari di aree verdi negli utlimi 10 anni. Il Governo italiano ha approvato nel 2023 il PNACC (Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici), ma ad oggi oltre 360 provvedimenti previsti dal Piano non sono stati finanziati. La verità è che il Ministro Pichetto Fratin ci crede, ma il resto del Governo no; molti sono allineati al negazionismo climatico di Trump; altri sono comunque dell’opinione che le ragioni dell’economia devono sempre prevalere sull’ecologia, immaginando erroneamente che l’ecologia riguardi esclusivamente la sfera estetica ed etica del patrimonio naturale, storico e artistico e non anche l’economia. Ma ciò è contraddetto dai migliori economisti mondiali, che dimostrano come l’inerzia o il negazionismo dei cambiamenti climatici, hanno un costo altissimo e affossano l’economia mondiale e, in particolare, quella europea. Massimo Tavoni, professore di Economia dei Cambiamenti Climatici al Politecnico di Milano dice: “Abbiamo stimato che il clima attuale stia costando all’Europa 50 miliardi di euro. In particolare i settori più colpiti sono l’agricoltura, come è facile intuire, ma anche l’edilizia, perché richiede lavorazioni prevalentemente all’aperto”. E l’economista statunitense Jeremy Rifkin (ultimo suo libro “Pianeta Acqua”) in una recente intervista rilasciata a Repubblica, sostiene che “Ci troviamo nelle fasi avanzate di un evento di estinzione globale e l’Europa e il Mediterraneo sono le aree del Pianeta che si stanno riscaldando più velocemente”. E, soprattutto, si riscalda l’acqua del mare e si dà il caso che il nostro Pianeta si chiama Terra ma, più correttamente, si dovrebbe chiamare Acqua, perché l’estensione del mare e delle superfici acquee sono di gran lunga più estese della terraferma. Ci vorrebbe, conclude Rifkin, che l’Europa affiancasse un Blue Deal al Green Deal. E, per quanto riguarda la Scuola e l’Università, gli insegnamenti sono troppo compartimentati e slegati. Tutte le materie dovrebbero essere attraversate e accomunate da biofilia (amore per la vita).

Chiudo con una parentesi tutta ischitana: si discetta molto sulla Ricostruzione isolana post terremoto e frana e sono messi in discussione anche uomini di valore, come Giovanni Legnini che, per formazione umana, giuridica e politica, predilige il dialogo e il confronto con tutte le parti sociali e istituzionali. Adesso si mette in discussione anche l’avvocato Marcello Feola che, per formazione culturale e politica, appare meno disposto al dialogo e più incline al decisionismo e il decisionismo va inevitabilmente a scontrarsi con posizioni e poteri consolidati. C’è, però, un aspetto della Ricostruzione che solo Legnini, e nessuna altra istituzione locale, regionale o governativa, ha intuito e perseguito: lo studio e il contrasto al Climate Change. Legnini aveva capito come, al di là del presente e della contingenza abitativa e ricostruttiva, se Ischia vuole assicurarsi anche un futuro di tranquillità e sicurezza, deve studiare e affrontare i problemi che via via saranno determinati dai cambiamenti climatici. E’ così affidò alla BEI (Banca Europea degli Investimenti) lo studio e la previsione dell’impatto sull’isola di questi nuovi sconvolgimenti del clima. Al capitolo 3 del Rapporto sul Climate Change venivano descritte le possibili conseguenze su importanti strutture e infrastrutture isolane: dall’Ospedale Rizzoli ai porti, alle coste, alle strade, dall’approvvigionamento idrico a quello energetico, alle derrate alimentari, all’agricoltura. C’era anche un interessante sistema di mitigazione del rischio per il sistema stradale, definito Road Asset Management System (RAMS) per il monitoraggio delle strade. Per concludere, uso una metafora, per rendere l’idea dell’importanza e dell’urgenza di affrontare i cambiamenti climatici: le bollicine a mare nei pressi del Castello Aragonese ( emissione di anidride carbonica dal fondale marino detta “vents”). In dialetto nominiamo quel fenomeno “’a vullutura” (la bollitura). Scienziati studiano questo fenomeno e molti ritengono Ischia un ottimo laboratorio sperimentale per approfondire la problematica del riscaldamento e acidifìcazione dei mari. La National Geografic Society ha finanziato, a tal proposito, una Ricerca denominata “Finestra sul futuro”. Il problema è: gli scienziati aprono la finestra, ma la politica fa altrettanto?

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