LE OPINIONI

IL COMMENTO L’isola e la piaga chiamata rifiuti

DI ANTIMO PUCA

Strade sommerse dai rifiuti. Sembrano la sfilata degli astronauti dell’Apollo 11 in Fifth Avenue. Solo che al posto della folla c’è la spazzatura.

Tra le mancanze c’è il destino di questa bellissima isola, i cui figli non sempre riescono a pareggiare il privilegio di abitarla. Passa il crinale tra una società che corre, facendosi carico di se stessa, e una che si aspetta tutto dalle istituzioni pretendendo di non dare nulla in cambio. Vincono sempre i candidati dalle promesse facili. La spazzatura dipende solo in parte dall’incapacità dei Comuni di fare rispettare le regole. I veri responsabili siamo noi ischitani. L’immondizia non è un’eccezione. È la rappresentazione plastica della cultura di un popolo che fuori dall’uscio di casa considera ogni cosa terra di nessuno. Che non conosce il significato della parola comunità. Che si consegna a dei politici che fuori da quello specifico nessuno prenderebbe sul serio, di fatto suicidandosi lentamente. Ischia è il paradiso terrestre. I suoi standard attirano molti turisti che portano risorse e fanno prosperare il territorio. Però senza i servizi, della bellezza non te ne fai nulla. Sul tempo lungo vince l’organizzazione. Inutile tirare in ballo la gente onesta che investe. Bisogna rispondere puntualmente sulle contestazioni. Se una persona spende qualche migliaio di euro per affittare un appartamento, una villa, per una vacanza, suggestionato dalla bellezza di un luogo, magari abbiamo l’obbligo di darle la certezza che in cambio riceverà perlomeno i servizi di base.

Non mancano ischitani che provano a cambiare strada. In modo instancabile tanti, purtroppo, sono costretti a farlo migrando e regalando ad altri il proprio talento, perché qui non è riconosciuto. I posti sono di parenti e amici. Ma altrettanti, se non di più, sfregiano quotidianamente la propria casa armando la mano dei giornalisti il cui dovere è quello di scrivere. A meno che si pretenda omertà anche da loro. Con il numero di dipendenti pubblici stipendiati dai vari enti locali, l’Isola dovrebbe offrire livelli di efficienza scandinavi. Inutile ricordare che Ischia è l’isola felice dello stipendio sicuro. Ma bellezza naturale ed efficienza, a Ischia, raramente coincidono. È insopportabile sentire sempre le stesse zuppe. Soprattutto perché è lancinante la sensazione che la realtà sia peggiore di quella raccontata. Sfugge il cuore della questione, chiaro invece a chi osserva dall’esterno. Una mole di rifiuti non è la conseguenza di una singola trasgressione. Bensì di un’opera sistematica e collettiva. Un problema sociale e culturale, regolarmente ignorato per quieto vivere da chiunque faccia politica. Un capitolo della nostra curiosa antropologia culturale è l’uso discrezionale del potere. A tutti i livelli. Ce l’abbiamo nel sangue. Gli effetti si vedono perché da questa distorsione discende la madre di tutte le disgrazie: la raccomandazione. Non è che altrove non esista, ad esempio in Lombardia, dove Comunione e liberazione è riuscita a farne una vera e propria arte. Ma arrivare ai nostri livelli è impossibile. Ci vorrebbe Leonardo da Vinci in persona per superarci. Si tratta di un crimine sociale grave, perché determina due danni irreparabili. Da un lato assegna posti decisivi a degli incompetenti, il cui unico merito è quello di essere parenti o amici di qualcuno, danneggiando l’interesse collettivo, perché un incompetente non può fare bene il suo lavoro. E, soprattutto, un raccomandato è una persona priva di dignità, dunque disposta a tutto. Dall’altro fa scempio del talento, quello vero, di cui i ragazzi isolani, al pari dei loro connazionali, non mancano.
Gli esclusi, gli ingiustamente esclusi, diventano una spina nel fianco della società, perché, per ritorsione, assumono comportamenti indolenti. Fanno finta di remare ma non remano, perché provano risentimento verso la società che li ha traditi, ingannati, barando al gioco. I talenti si ribellano, magari silenziosamente, e molti se ne vanno, portando con sé il loro genio. Sottraendolo a tutti noi, che dobbiamo tenerci quei carciofi inutili dei raccomandati. Un modo geniale per impoverire la società e ucciderla lentamente, a fuoco lento, come piace a noi. Le conseguenze della raccomandazione sono anche remote e, per tanti versi, tragiche. Certe persone erano “selezionate” dai politici incapaci di creare benessere ma capacissimi di usare la penuria di lavoro per procurarsi consensi, premiando e punendo. Quelli “utile” restavano. Gli altri erano costretti a cercare altrove il loro pane. Il destino di quegli ischitani era stato deciso da tale modo disumano di usare il potere, che speculava sui bisogni dei cittadini, ricattandoli, dividendoli in salvati e sommersi. Migrare non è una disgrazia. Soprattutto se uno lo sceglie e non dipende da azioni immorali altrui.

Dovremmo mettere da parte l’orgoglio, materia in cui eccelliamo e che spesso ci rende inconcludenti, quando non insopportabili. La causa del nostro male siamo noi. Dobbiamo guardare la punta dei nostri piedi per trovare le risposte. I rifiuti per strada ci sono. Bisogna indurre piuttosto la nostra gente a un profondo esame di coscienza. L’immondizia non può piovere dal cielo. Cari sindaci, non cadete nella trappola di prendervela con chi denuncia il degrado. Condannate invece quei concittadini che lo alimentano mettendo ischia sulla graticola. Sono loro i veri nemici dell’isola.

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Il problema lo abbiamo in casa. Sono tutte quelle persone che, lontano da sguardi indiscreti, si liberano dei loro rifiuti, perché non accettano che quanto avevano sempre fatto gratis ora si debba pure pagare. Non spostiamo il problema sul medico che fa la diagnosi. Ma troviamo la cura, Cari sindaci, questa questione va affrontata con la pedagogia civile, scolastica, familiare. Altrimenti ogni spazzatura si moltiplicherà. “Empea en lumin e no maledir el scur”. È in Ladino. Invece di lamentarti del buio, accendi una lampada. Noi ischitani siamo maestri in questa tecnica di distrazione: se la colpa è degli altri non c’è motivo di porsi domande. Diverse cose non funzionano. Tuttavia noi siamo e restiamo un posto meraviglioso, che dobbiamo proteggere perché appartiene anche a noi. Dovremmo lavorare per diventare sempre più degni dei nostri ospiti e della bellezza che ci circonda. Abbiamo bisogno di sorprendere chi continua a scegliere i nostri luoghi.

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