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LE OPINIONI

IL COMMENTO Lo tsunami virale e il crollo dell’ economia

di LUCIANO VENIA

L’epidemia del virus Covid è arrivata dapprima con un lieve tonfo sulle “banchine” del nostro sistema, al modo del primo movimento del maremoto di Fukushima, per poi alzarsi come un vero Tsunami che, superando le difese e le barriere ha scaraventato al suolo di ogni continente spaventosi volumi di virus non liquidi ma aerei; la corsa dell’onda distruttrice ha travolto equilibri, assetti, ordini, società e stati e si è imposta come il primo problema globale dalla fine della seconda guerra nel 1945.

L’epidemia mondiale va letta stereofonicamente con la crisi economica e civile che ha innescato, poiché, in fondo, esse sono lo stesso fenomeno guardato da due lati diversi. L’inarrestabile corsa dell’onda, per proseguire nella metafora, ha raggiunto ogni angolo della terra come un nuovo e lungo Diluvio sterminatore di uomini e popoli, di civiltà ed economie. Proprio come gli eventi narrati in tante storie mitiche da Gilgamesh a Noè il pianeta è stato sconvolto e “sommerso” dal male. A fine novembre i morti positivi al coronavirus in tutto il mondo sarebbero circa un milione e mezzo con 61 milioni di positivi, mentre in Italia contiamo ben 55.000 morti e quasi un milione e seicentomila contagiati. A queste cifre drammatiche che hanno sconvolto la vita e le abitudini, il tenore di vita e la visione dell’esistenza si sommano i danni in essere e quelli in divenire per l’economia planetaria. In Italia già a maggio il Presidente di Confindustria vedeva a rischio addirittura e già allora, prima della seconda ondata virale tuttora in corso, un milione di posti di lavoro. Le Regioni stimavano a luglio minori entrate per due miliardi di euro che saranno a fine anno forse 2,5 miliardi. Secondo la BCE i crediti deteriorati in Europa potrebbero arrivare oltre i 1400 miliardi di euro mentre nuove regole sulle sofferenze bancarie anche per lievi ritardi o condizioni economiche potrebbero definitivamente sbarrare l’accesso al credito.

Quanto alla Campania il Presidente di Svimez sostiene (Quotidiano Roma, 17 novembre) che la Zona Rossa farà perdere alla nostra regione ben tre miliardi di euro; ciò che equivale ad una ulteriore perdita di due punti percentuali sul prodotto che si sommerebbe al precedente calo dell’8 % già accertato. Una debacle, se fosse confermato, con la perdita del 10 per cento di pil. Ai danni concreti e diretti si devono sommare quelli indiretti come il ripetuto annuncio sin dall’estate di eventuali chiusure e lockdown che hanno paralizzato i flussi turistici e hanno indotto molte aziende alberghiere, di fronte alle disdette, a chiudere anzitempo le proprie attività facendo asfissiare tutto l’indotto. Basti dire che a Ischia dopo  un accettabile seppur ridotto introito a luglio ed agosto, già da metà settembre si è registrato un crollo assoluto di incassi e vendite; a cui la proclamazione della zona gialla dapprima (che ha fermato già tutto) e la decretazione di zona rossa poi, hanno dato il colpo di grazia. Si sono susseguiti alcuni decreti cd “ristori” ma essi si sono diretti non in via generale alle partite iva ma ad alcune categorie merceologiche come ad esempio bar e ristoranti per effetto del dpcm che imponeva la chiusura alle ore 18 o poi limitava le vendite e le consumazioni solo all’asporto e alla consegna a domicilio. Ora si attendono nuovi provvedimenti più equi e diffusi. Così come rispetto alla prima ondata del virus non si intravedono segnali finora dalla regione che pure aveva erogato un utile bonus a fondo perduto anche con l’utilizzo dei fondi europei. Oggi la situazione è più grave del primo semestre 2020, molto più grave. In Italia 500.000 aziende potrebbero chiudere i battenti. Molte partite iva tra cui tanti professionisti provvedono alla cancellazione dai registri. Ma quello che a Roma non si comprende è che nelle aree metropolitane meridionali a partire da Napoli vi è un mondo di sopravvivenza e di sussistenza che abbraccia milioni di persone sconosciute non solo al fisco ma a ogni parte della pubblica amministrazione. E’ l’economia del vicolo, dai ragazzi che portano il caffè agli aiutanti nelle officine e nei laboratori e così via per miriadi di piccoli lavori abusivi e illegali che con il provento di queste attività del tutto extra ordinem portano il pane a casa, concorrono a pagare bollette di gas acqua e luce, permettono di pagare cure e medicine ai propri cari. Tutto questo è stato ucciso dalle limitazioni delle zone gialle e rosse. Vero è che il reddito di cittadinanza da un lato e quello cd di emergenza dall’altro, hanno lenito in parte questa sofferenza, ma si tratta appunto di pannicelli caldi in una situazione drammatica.

Nelle vaste aree delle metropoli non si individua facilmente una mensa caritatevole o il parroco o la croce rossa e simili organizzazioni o i Club service; lì in quelle tundre di disperazione non ci sono interlocutori, non c’è aiuto, non c’è lo Stato. Teniamo conto che secondo il Rapporto Svimez dal 2007 al 2020 le regioni meridionali avevano già perduto il 18 % del prodotto interno lordo, se vogliamo essere grossolani diciamo di ricchezza prodotta, vale a dire un quinto di valore che si rispecchia con evidenza nell’abbassamento del tenore di vita. In queste aree come detto “il secondo lockdown ha accresciuto le difficoltà di attività e cancellato (NdA) pezzi di occupazione in posizione marginale (sommerso, nero, irregolari)”. Il Corriere del Mezzogiorno (25/11/20) spiega la caduta del reddito disponibile delle famiglie – 6,3% che si trasmette ai consumi privati. Ma Svimez da un dato ancora più grave: nel 2021 e nel 2022 il sud crescerà dell’1,2 e dell’1,4 mentre il nord rispettivamente del 4,5% e del 5,3%. Un disastro civile ed economico. Commentando questi dati il Presidente degli Industriali di Napoli ha parlato di catastrofe richiedendo subito fondi strutturali.  Per la Banca d’Italia nei primi sei mesi dell’anno il prodotto interno lordo è diminuito in maniera molto marcata, – 5% nel primo trimestre; e addirittura -17% nel secondo. Un crollo di fatturato e investimenti. L’occupazione nel turismo ha visto una ecatombe di lavoratori costretti a non lavorare o ad accettare  rapporti di lavoro a prezzi molto bassi o a prestare la propria opera per due o tre mesi con l’aggravante di tutte le peripezie che hanno vissuto i lavoratori stagionali (forse piu’ di diecimila a Ischia) nel vedersi riconosciute le indennità degli ammortizzatori sociali; e la battaglia telematica con gli enti di previdenza che hanno atteso mesi e mesi prima di erogare le somme dovute. Lavoratori e Imprese pagano un prezzo altissimo e con questi numeri con la pandemia in corso, ci si avvicina a un Natale di guerra.

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