IL COMMENTO L’ultimo giorno

Sabato è stato l’ultimo giorno di scuola per mia figlia. Non l’ultimo giorno di un anno scolastico qualsiasi, ma quello che chiude per sempre un intero percorso, l’ultimo ciclo di studi, il confine sottile tra l’adolescenza e la vita adulta. È strano come certi momenti arrivano dopo anni di attesa e poi ci sorprendono comunque impreparati. Non conto più le mattine in cui mi sono svegliata presto per prepararle la colazione. Gli anni in cui sceglievo con cura anche i vestiti da farle indossare. Poi è arrivato il tempo dell’autonomia: lo zaino da preparare da sola, le responsabilità che crescono insieme ai sogni. Eppure alcune cose non sono mai cambiate. L’ho accompagnata a scuola per tutti questi anni. Al ritorno ci siamo alternati con suo padre, ma non l’ho mai lasciata andare da sola in pullman. Mi piaceva esserci. Ho avuto la fortuna di poterlo fare e non ho mai considerato quel tempo un sacrificio, ma un privilegio. Oggi, invece, quel percorso si è concluso.
Sabato ha salutato la sua classe tra risate, gavettoni, fotografie e abbracci. Sembrava una festa, e lo era. Ma dentro ogni festa che segna una fine si nasconde sempre un velo di malinconia. Seduta in macchina aveva gli occhi lucidi. Piccoli rivoli di lacrime le scorrevano sul viso mentre mi confidava che le mancherà la scuola. Le mancheranno i suoi compagni, le sue abitudini, i suoi professori. Con loro ha condiviso anni importanti, quelli che formano il carattere e aiutano a costruire la propria identità. Anni in cui ha imparato a credere nelle proprie idee e a difenderle, anche quando le sue posizioni politiche hanno suscitato discussioni e polemiche. Ma proprio quelle differenze, affrontate con passione e rispetto, l’hanno resa una persona libera e consapevole. Ho capito quanto fosse stata apprezzata leggendo le dediche che professori e compagni hanno scritto sulla maglietta bianca che hanno scelto di indossare per salutarsi. Parole semplici, sincere, che valgono più di qualsiasi voto o attestato. Perché raccontano l’affetto che una persona riesce a lasciare dietro di sé.
C’è sempre un inizio e c’è sempre una fine. E poi c’è quel nodo alla gola che accompagna entrambi. Questa volta l’ho sentito anch’io. Oggi è lunedì ed è la prima volta che non ho più nessuno da accompagnare a scuola. Nessuna corsa contro il tempo, nessuna raccomandazione dell’ultimo minuto, nessuno zaino da sistemare vicino alla porta. Davanti a lei si apre un percorso nuovo, completamente diverso. Probabilmente la distanza ci separerà. Forse sarà proprio il mare a dividere i nostri giorni. E se devo essere sincera, credo che quella meno pronta a lasciarla andare sono io. Perché per una madre non è semplice allentare la presa di quella mano che ha stretto per anni. Ma ci sono sogni che non possono restare chiusi in un cassetto. Hanno bisogno di spazio, di vento, di orizzonti lontani. Hanno bisogno di volare. E allora il compito di una madre non è trattenere, ma accompagnare. Anche da lontano. Anche quando il viaggio conduce in luoghi che non conosce. Anche quando il cuore vorrebbe fermare il tempo. Sei cresciuta, amore mio. E oggi ne ho avuto la prova. Ma per me sarai sempre quella bambina che tanti anni fa ho accompagnato per la prima volta a scuola, con le mollette nei capelli, lo zainetto più grande di te e quel sorriso con la finestrella che mi fece capire che il mondo, da quel giorno, sarebbe stato un po’ più grande per entrambe. E forse è proprio questo il significato dell’ultimo giorno: non la fine di qualcosa, ma l’inizio di tutto ciò che ancora deve venire.






