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LE OPINIONI

IL COMMENTO Ma chi sono, oggi, i poveri?

In occasione del primo maggio, molti, anche ad Ischia, hanno riflettuto sulla straordinaria situazione in cui quest’anno si è venuta a celebrare la Festa dei lavoratori. Ho trovato particolarmente stimolante, su FB, i commenti che hanno evidenziato l’assenza o la carenza di quelli che una volta si chiamavano “ corpi intermedi”: partiti, sindacati, cooperative. In queste analisi manca però un dato importante: la necessità di ridefinire quelle che rappresentavano, nello schema marxiano, le “classi”. Il ripensamento di come oggi è effettivamente “stratificata” la società. Se, giustamente, si sottolineano le storture determinate dalla globalizzazione, dal turbocapitalismo, dall’iperconsumismo, non possiamo ritenere che questo sconvolgimento non abbia arrecato con sé un’ alterazione nella graduatoria, negli scalini e scaloni sociali. Negli anni ’70 l’economista Paolo Sylos Labini indicava sei classi sociali. Oggi l’Istat ne individua nove, che vanno dai pensionati ai dirigenti.

Ma nemmeno tale classificazione è del tutto esaustiva. Si pensi, ad esempio, ai pensionati. Saremmo portati a considerarli una classe di “tutelati” se non privilegiati, senonché scopriamo che molti di essi fungono da “welfare” familiare, da fonte a cui attingono figli e nipoti, per cui avviene una sorta di “riequilibrio intrafamiliare. Dobbiamo capire chi, oggi, appartiene effettivamente ai disagiati, agli sfruttati, chi è riuscito a prendere l’ascensore socio-economico per salire ai piani alti, chi è rimasto fermo al piano e chi è sceso giù fino al piano interrato. E dobbiamo anche capire se sono le condizioni socio economiche di un territorio omogeneo (come è certamente Ischia) a determinare una maggiore o minore “coesione sociale” o se non sia invece vero il contrario e cioè che quanto meno efficace è il collante di una società, tanto più essa retrocede economicamente. Ancora, da registrare, qui ad Ischia, uno scontro tra radicali di sinistra e radicali di destra (una sinistra marxista-leninista che usa ancora una chiave interpretativa di stile ottocentesco della società divisa in classi e una destra che è ferma ancora e solo sull’economista liberista Friedrich Von Hayek, che conquistò sì il Premio Nobel per l’economia, ma nel lontano 1974 e da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e soprattutto il suo grande rivale Keynes, sostenitore di una spesa pubblica espansiva, ha avuto molta più ragione di lui nelle vicende economiche degli ultimi 15 anni.

Sempre ad Ischia aumenta la tendenza a ingigantire il fenomeno della crescente povertà. Io mi attengo ai dati ufficiali Caritas, comunicati a dicembre dal Direttore Gioacchino Castaldi, di circa 2.000 famiglie assistite, mentre non è suffragato da dati certi il presunto consistente calo della spesa alimentare, per la quale si dimentica che nel periodo iniziale del 2020 aumentò di molto la spesa in quanto le famiglie accaparrarono generi alimentari per il timore di rimanerne sprovvisti per la pandemia. Oggi non è più così, da qui l’apparente calo di spesa nei primi mesi del 2021. Tutte queste considerazioni ingigantiscono un fenomeno di povertà che è reale ma che attraversa strati sociali nuovi e diversi rispetto al passato e che andrebbero analizzati con la lente di ingrandimento per capire effettivamente chi sono i nuovi poveri. E diciamo pure che i dati andrebbero depurati da opportunisti e approfittatori. Ma andiamo per ordine e riferiamoci a letture solide di testi che studiosi delle materie economiche e sociali hanno prodotto di recente. Un testo recente, che porta a conclusioni pessimiste è “La nuova lotta di classe” di Michel Lind, della Luiss University Press, secondo il quale il globalismo ha determinato una contrapposizione tra una “élite dominante”, costituita da uno strato sociale istruito, metropolitano, specializzato e da due strati di “dominati”: quello dei ceti medi che sono rimasti stravolti e impreparati rispetto alle novità (per esempio i commercianti) e i lavoratori precari, stagionali, esponenti del nuovo lavoro “intermittente”.

Paolo Sylos Labini
Paolo Sylos Labini

A questa analisi, condivisibile, Lind però aggiunge una conclusione catastrofica e che porterebbe il paese all’indietro. Infatti conclude che non resta altro che tornare indietro, ai nazionalismi, ai territorialismi, alla difesa strenua dei corporativismi. A questa conclusione si oppone il noto sociologo della “liquidità” Zygmunt Bauman, che definisce “retrotopie” le visioni alla Lind, rivolte con lo sguardo all’indietro. La soluzione sta, per Bauman, nell’individuare esattamente i nuovi strati sociali sofferenti, non sprecare assistenza e denaro su chi vuole solo approfittare del malessere altrui per godere benefici non dovuti. Questo vale per ristori e redditi di cittadinanza ma vale più in generale per le politiche di welfare e di investimenti pubblici. Trasferito questo ragionamento sul piano industriale ( per Ischia ci riferiamo all’industria turistica) è del tutto inutile e controproducente aiutare imprese che, di fatto, sono già ai margini del mercato o decotte e che non vanno sostenute artificialmente ma solo accompagnate ad una riconversione di settore, così come vanno sostenuti e accompagnati i lavoratori espulsi da questi settori in crisi o formati per lavori alternativi.

C’è un altro importante libro che indaga le trasformazioni della società: “Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo” del sociologo Paolo Perulli. In tale libro si disegna quella che è la “neoplebe” ovvero il coagulo sociale costituito da quelli che Papa Francesco definisce “scarti della globalizzazione”. Per Perulli, l’unica speranza risiede in una nuova élite che si ponga a difesa della Natura e che si saldi con la “neoplebe”. Ma perché ciò avvenga questi “nuovi intellettuali” devono assumere il ruolo che a loro assegnava Antonio Gramsci, di mosche cocchiere nella creazione di un nuovo mondo. Compito estremamente difficile, in quanto, con la polverizzazione e lo scolorimento del concetto e dei confini di classe, è sparita anche la “coscienza di classe”, la consapevolezza di chi sta con chi e di quali interessi comuni si possa parlare. Ischia non ha coesione sociale né “coscienza di classe”; lo si vede ad ogni manifestazione di protesta, dove è sempre scarsa la partecipazione popolare. Ma il problema non è questo, perché una coscienza si può sempre formare. Il problema vero è che Ischia ignora la sua stratificazione sociale e confonde tra disagiati veri e presunti tali. E non ha una potenziale classe dirigente in grado di indirizzare il “Quinto Stato”, la schiera cioè dei nuovi poveri. Al massimo siamo capaci di creare categorie per fasce di reddito, ma questo non vuol dire nulla, perché nulla ci dice sulla qualità della vita delle persone, sui servizi di cui godono, sul grado di felicità e inclusività sociale di cui beneficiano. Parliamo spesso di “isola disagiata” ma dimentichiamo di ritenere “disagio” l’incapacità di sentirsi parte di una precisa classe sociale e, più in generale, l’incapacità di essere “inclusi” nel corpo sociale. Lunedì su La Repubblica, Ezio Mauro, in un editoriale dal titolo “Libertà è inclusione” ha scritto: “Bisogna considerare che se dalla pandemia uscirà una nuova interpretazione del progresso, questa riguarderà inevitabilmente anche una diversa relazione tra capitale e lavoro; siamo quindi sulla soglia di una reinvenzione virale del lavoro, che per forza di cose comporterà una riconsiderazione del rapporto tra lavoro e diritti e quindi una reinvenzione della democrazia”. E’ dunque finito il tempo, anche per Ischia, che i lavoratori trovavano idealmente scritta la frase beffarda e di macabra memoria: “Il lavoro rende liberi gli uomini”, frase che per i nostri turisti tedeschi suonerebbe: “Arbeit macht frei”.

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