IL COMMENTO Ma davvero giustizia è fatta?

Di Giorgio Di Dio
C’è una frase che fotografa bene il nostro tempo: “il mondo si è riempito di individui e si è svuotato di soggetti”. La pronuncia Massimo Luciani, nel suo Il mondo vuoto, e dentro quelle parole c’è molto più di una teoria giuridica: c’è la sensazione di un’epoca in cui ciascuno conta come persona, ma sempre meno come parte viva di una comunità. Ognuno ha diritti, voce, identità; ma quando arriva il momento decisivo, spesso resta solo. È da questa solitudine che bisogna partire per capire il caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour. Il 28 aprile 2021, tre uomini armati entrano nel suo negozio per rapinarlo. In pochi istanti la paura prende il posto della normalità, e la scena degenera in tragedia. Roggero, allora sessantasettenne, reagisce con una pistola: due rapinatori restano uccisi, il terzo viene ferito e riesce a fuggire. Secondo le ricostruzioni processuali, il gioielliere avrebbe continuato a inseguirli anche quando stavano ormai scappando, sparando in un momento in cui il pericolo immediato non era più presente. Ed è qui che la cronaca diventa domanda morale, prima ancora che giuridica.
Per anni la democrazia occidentale si è retta su tre pilastri: il singolo cittadino, i partiti come strumenti di rappresentanza, e lo Stato come garante ultimo di sicurezza e diritti. Oggi quei pilastri mostrano crepe profonde. Il lavoro precario indebolisce le persone, i partiti hanno perso forza, lo Stato appare distante, spesso lento, talvolta assente. Così, in certe notti, in certi luoghi, un uomo si ritrova davvero solo. E quando la paura esplode, deve decidere in pochi secondi ciò che lo Stato, forse, non è riuscito a prevenire. Da questa vicenda prende avvio un lungo percorso giudiziario. In primo grado Roggero viene condannato per omicidio volontario. La Corte d’Appello di Torino conferma la pena, fissata in 14 anni e 9 mesi. Il 15 luglio 2026 anche la Cassazione respinge il ricorso della difesa, rendendo definitiva la condanna. Oggi Roggero si è costituito per iniziare a scontare la pena, mentre la famiglia ha presentato un’istanza di grazia al Presidente della Repubblica. Il nodo, però, resta sempre lo stesso: la legittima difesa. I giudici hanno stabilito che non ricorresse, perché i rapinatori, al momento degli spari, stavano fuggendo e non costituivano più un pericolo immediato. La legge, letta nella sua struttura più rigorosa, non lascia spazio a esitazioni: chi spara a chi fugge non si difende più, ma oltrepassa il confine della difesa per entrare in quello della reazione. È un confine sottile, e proprio per questo doloroso.
Qui il caso Roggero tocca il punto più profondo delle riflessioni di Luciani. Da una parte c’è il diritto scritto, uguale per tutti, che protegge la società dal rischio che ognuno si faccia giustizia da sé. Dall’altra c’è la sensazione, fortissima in molti cittadini, che la giustizia vera debba sapere ascoltare la paura, la disperazione, la solitudine di chi si è trovato senza aiuto nel momento più difficile. È lo scarto tra la legge e il sentire comune, tra il testo e la ferita. Luciani guarda con diffidenza al neocostituzionalismo, cioè all’idea che i giudici possano andare oltre il testo per costruire, caso per caso, una giustizia più “sostanziale”. Teme che questo trasformi il giudice in una figura quasi sacerdotale, chiamata a decidere secondo la propria sensibilità. Ma il caso Roggero mostra anche il contrario: quando la legge resta fedele solo alla sua lettera, il rischio è che la sentenza appaia distante dalla realtà umana che dovrebbe giudicare. E allora cresce la sfiducia, si allarga la distanza tra istituzioni e cittadini. Il problema, in fondo, non è scegliere tra rigidità e creatività. Il problema è più grande: ricostruire quei legami sociali che una volta rendevano meno drammatica la solitudine dell’individuo. Comunità, lavoro dignitoso, Stato presente, istituzioni credibili. Perché un uomo protetto non dovrebbe mai trovarsi nella posizione di dover decidere da solo, in pochi istanti, se sparare o no a chi sta fuggendo dal suo negozio. Roggero, come tanti altri, è diventato il simbolo di questa frattura: individuo fortissimo nella reazione, soggetto debolissimo nella protezione. Ecco perché intorno al suo caso si sono formate due Italie. Da un lato chi vede in lui un uomo comune lasciato solo e poi punito per aver reagito nella paura; dall’altro chi ricorda che la legge, per quanto severa, resta l’unico argine contro il rischio che ciascuno trasformi il proprio dolore in giustizia privata. Ma ridurre tutto a un duello tra “buon senso popolare” e “freddezza dei giudici” sarebbe troppo semplice. La verità più inquietante è un’altra: questo caso non parla solo di un processo, ma di un paese in cui molti si sentono esposti, soli, non protetti.





