LE OPINIONI

IL COMMENTO Messina Denaro, quell’arresto tra luci e ombre

DI ANTIMO PUCA

Le mafie “sono un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”, diceva Giovanni Falcone. Ma a credere che l’arresto di Matteo Messina Denaro porti ad un ridimensionamento della criminalità organizzata si farebbe un grave errore. Arrestare un uomo ricercato da 30 anni e considerato uno dei latitanti più pericolosi del mondo, farlo nel momento di massima debolezza dello stesso, mentre è in una clinica privata rinomata in tutta la Sicilia per la cura dei tumori, significa sicuramente vedere un criminale assicurato alla giustizia. Ma c’è l’amarezza che ci siano voluti trent’anni. E purtroppo non è il primo caso. Per altri latitanti dello stesso calibro, per i capi della mafia Riina e Provenzano, ci sono voluti altrettanti anni prima che venissero assicurati alla giustizia.

Lo Stato vince quando riesce a dare Verità e Giustizia ai suoi cittadini e per troppe stragi di mafia verità e giustizia ancora non si intravedono. Sicuramente l’azione che ha portato all’arresto di Matteo Messina Denaro è stata encomiabile, e le donne e gli uomini che hanno partecipato alle indagini sono da elogiare per perseveranza ed abilità, e certo, l’arresto del boss è una notizia che apre alla speranza di poter avere queste verità e giustizia. Ma se dobbiamo appellarci alla speranza che un mafioso parli per scoprirle, se lo Stato deve aspettare che sia il boss a parlare e svelare tutta la sua rete significa che, comunque vada, una parte di quello Stato ha remato verso un’altra parte. C’è purtroppo anche il sentore,  il sospetto,  che dietro questa cattura ci sia ancora una volta una trattativa, un patto tra stato e mafia, che in qualche maniera Matteo Messina Denaro non sia stato preso ma si sia consegnato, a causa delle condizioni di salute e dietro qualche contropartita. Sono mesi che giravano voci che Messina Denaro era malato, che si sarebbe consegnato, e la contropartita veniva anche messa sul tavolo: lo ha fatto un gelataio siciliano che in una trasmissione televisiva ha detto che Matteo Messina Denaro era gravemente malato e si sarebbe consegnato a fronte di qualche contropartita. Non vorrei che questa contropartita fosse l’abolizione dell’ergastolo ostativo, e che vedere Messina Denaro finalmente in carcere possa significare tra qualche anno, se non prima, la liberazione dei fratelli Graviano dall’ergastolo, anche senza avere collaborato con la giustizia.

Paolo Borsellino prima di morire disse “quando sarò ucciso”, e attenzione, “quando sarò ucciso”, e non “se sarò ucciso”, perché era certo di quello che sarebbe successo, “sarà stata la mafia ad uccidermi, ma saranno stati altri a volere la mia morte”. Sono stati assicurati alla giustizia i capi di quella mafia che sicuramente è stato il braccio armato di quella strage. Ma non quelli che hanno voluto la morte di Paolo Borsellino, non quelli che hanno portato avanti una scellerata trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia per addivenire a quella che sarebbe dovuta essere la pax mafiosa, cioé la fine delle stragi ma che purtroppo non ha significato la fine delle stragi perché dopo la strage di via D’Amelio le stragi sono state portate sul continente. 

Oltre a Messina Denaro e  Totò Riina, la mano armata delle stragi, si rende necessario che vengano assicurati alla giustizia i responsabili morali, se non anche dal punto di vista organizzativo, di queste stragi, e che venga alla luce quella agenda rossa che è stata sottratta dalla macchina di Borsellino ancora in fiamme in via D’Amelio, e non da mani mafiose, ma da mani appartenenti a qualcuno che portava una divisa. Le mafie con il tempo si evolvono e cambiano volto. Imparano dai loro errori e mutano come muta la società. Il volto delle mafie ora è imprenditoriale, è camaleontico, è basato su corruzione, tecnologia, impresa e sempre meno sulle armi. Questo non significa che le stesse non uccidano più. Dire ciò sarebbe non riconoscere la realtà e mancare di rispetto alle oltre mille vittime innocenti della criminalità organizzata che il nostro Paese ha sulle spalle. Ma allo stesso tempo a credere che l’arresto di una persona tanto potente quanto enigmatica possa dare un duro colpo alle mafie si rischierebbe di essere fin troppo ingenui. Se Messina Denaro ha deciso di sacrificarsi forse è per permettere alla sua famiglia di mettere al sicuro il patrimonio accumulato in questi anni. Non credo alla possibilità di collaborazione da parte di persone dalla caratura di Messina Denaro, come non  ci credevo da parte di Provenzano, di Riina e soprattutto dei fratelli Graviano, a beneficio dei quali, forse, sta avvenendo questa consegna di Messina Denaro allo Stato italiano.

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“Prima pagina, venti notizie, ventun’ ingiustizie e lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità” – De Andrè –

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