IL COMMENTO Natale, tra quello che resta e quello che abbiamo perso

Si avvicina il Natale, e come ogni anno, si riaccendono luci, ricordi e profumi. Ma siamo proprio sicuri che l’atmosfera sia ancora quella di una volta? Le “tradizioni resistono”, ma con fatica. Nelle case, il “presepe”con le sue casette, il muschio fresco e i pastori di terracotta, è sempre più raro, sostituito da alberi luccicanti e decorazioni di tendenza. Mentre per i vari comuni non sono così tanti come prima, dove si c’erano dei veri e propri tour per tanti presepi allestiti nei borghi dell’isola. Gli “zampognari”, simbolo vivente della musica popolare, ogni famiglia li aspettava già con la novena dell’Immacolata e portavano in dono la cucchiarella di legno, simbolo anche del focolare domestico. Ma ormai sembrano un ricordo, sono quasi scomparsi dalle strade, come se il loro suono antico non avesse più posto nel nostro tempo. E poi le “tombolate”, erano un vero e proprio rito serale, un momento di gioco semplice ma autentico, dove ogni numero chiamato evocava la smorfia napoletana e strappava una risata. Ci sono rimasti i ricordi di quando intere famiglie, con amici si riunivano ogni sera, con le cartelle che giravano se non portavano bene , fagioli che scivolavano dalle caselle e il profumo delle bucce di mandarino sul numero appena estratto, e si finiva spesso con uno spaghetto aglio e olio a sorpresa oppure con qualche dolce tradizionale. Ora sono quasi sparite, tranne in qualche locale dove magari fanno la “tombola scostumata “per poter ridere un po’. “La cucina natalizia”, quella sì, resiste ancora. Anche se è cambiato un po’ il menù, prima per la vigilia a pranzo si usava preparare la pizza di scarole e quella fritta con l’aggiunta di baccalà fritto, la sera della vigilia gli spaghetti erano preparati con un sugo di capitone e di murene, lo stesso pesce si preparava in umido e fritto con l’ immancabile insalata di rinforzo e i broccoli “vruoccoli” di Natale, adesso la tavola della vigilia è un po’ più gourmet, tra i marinati di pesce, salmone affumicato, spaghetti con frutti di mare, calamari fritti e pesce al forno. Per il giorno dopo: pasta al forno, minestra maritata, lasagna, pollo imbottito, braciole, agnello e polpette al sugo. E i “dolci della tradizione”, che raccontano storie di famiglia: struffoli, roccocò, mustaccioli, susamielli, raffiuoli, e panettoni artigianali ormai in tutti i gusti.
Ma anche qui qualcosa sta cambiando. Le cucine si spengono e si accendono le vetrine delle gastronomie. File lunghe per “prenotare piatti pronti”, come se il tempo per cucinare fosse diventato un lusso. Il “rito del preparare insieme”, chi pelava le patate, chi friggeva, chi controllava la lasagna, lascia spazio alla comodità del “già fatto”. Spegnendo ancora una volta il calore del focolare domestico, dove la famiglia e’ sempre stata la protagonista di questa festività che evoca appunto la “nascita di un bambino “, quello che deponiamo allo scoccare della mezzanotte, nella mangiatoia tra il bue e l’asinello. E invece scappiamo un po’ tutti, a fare il giro dei vari : “brunch della Vigilia”, aperitivi, brindisi fuori casa che fanno rientrare tardi, stanchi e già alterati per i troppi brindisi e sicuramente con senza appetito, per tutti gli assaggi fatti. E magari a casa c’è chi aspetta, innervosito, perché crede ancora che la vera festa inizi quando si spegne la confusione e si accende “il silenzio della Natività”. Il Natale non si compra, non si prenota, non si scrolla. È una voce che sussurra, che invita a fermarsi, a guardarsi negli occhi, a ritrovarsi intorno a una tavola, non solo per mangiare, ma per rinnovare un senso, un’appartenenza, una memoria. Se vogliamo salvare il Natale, forse dobbiamo fare meno… ma farlo insieme.





