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LE OPINIONI

IL COMMENTO Nord e sud contro

Avrei potuto intitolare questo pezzo “Nord contro Sud” oppure “Sud contro Nord” ma sarebbe stato un errore, in quanto anteporre il Nord al Sud o viceversa avrebbe fatto pendere la bilancia del giudizio su l’una o l’altra parte d’Italia. Ecco perché “Nord e Sud contro”. Per sottolineare come, in questo momento, stanno sbagliando entrambe le parti d’Italia. Il nord sbaglia quando afferma che la maggiore diffusione del virus in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna dipende dal fatto che in queste zone si lavora di più, mentre al sud ci sarebbero più sfaticati, pensionati, percettori di redditi di assistenza e,pertanto, meno dediti a mobilità e frequentazioni. Il sud sbaglia quando, con malcelato senso di rivincita, sottolinea il naufragio del mito della funzionalità delle strutture ospedaliere e case di riposo lombarde, letteralmente collassate, nella fase iniziale dei contagi, sotto i colpi del virus. Il nord sbaglia quando località turistiche (come Riccione, Rimini e alcune città venete) propagandano la loro massima apertura ed accoglienza verso tutti, contrapponendola ad una male interpretata chiusura dei confini campani, approfittando di un’incauta dichiarazione (guascona, come nello stile del personaggio) del governatore campano De Luca. Il sud sbaglia a non considerare le migliaia di giovani che, per cercare un lavoro adeguato, hanno trovato collocazione nelle Regioni del nord e sbaglia a non considerare le centinaia e centinaia di pazienti che chiedono ricoveri ospedalieri al nord, in strutture specializzate per la cura e l’interventistica chirurgica d’eccellenza.

Nel momento in cui ci stiamo battendo (e sembra con successo) pur con tanti contrasti interni e tante divisioni ideologiche, per un’Europa più integrata e solidale, appare assurdo e controcorrente accendere il detonatore di una guerra fra Regioni o – peggio – tra singole Regioni e Stato o, guardando in basso, tra Regioni e Comuni. A peggiorare la situazione, intervengono – come al solito – preoccupazioni elettoralistiche di chi cerca consenso su una strategia di rigore assoluto, per battere gli altri nel primato dello “zero contagi”, opprimendo la società e il mondo degli operatori economici anche negli interstizi che si potrebbero lasciar respirare (ad esempio, in Campania, la manutenzione degli stabilimenti balneari e il ritardato via libera al delivery e alla cura e coltivazione dei terreni fuori Comune) e di chi, al contrario, reclama il “liberi tutti” e subito, con gravi rischi di ricadute e nuove ondate di contagi. Ha fatto bene il costituzionalista Sabino Cassese ad evidenziare che, nella Costituzione, c’è già la risposta al dubbio di come disciplinare il contrasto di indirizzo sanitario tra Regione e Regione e tra Regioni e Stato. L’art. 117 della Costituzione recita: “Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie” e segue il dettaglio che, al paragrafo Q, dice chiaramente che sono di competenza esclusiva statale anche: “dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale”. Dunque non v’è dubbio che la profilassi internazionale, in caso di pandemia, non può essere stabilita o unilateralmente modificata da questa o quella Regione. Il che, ovviamente, non significa che non si possano prevedere aperture o chiusure graduali e differenziate per Regione ma, a stabilirlo deve essere sempre e solo lo Stato. C’è un’altra insidia, all’orizzonte, che può alimentare la divisione e la spaccatura tra le Regioni: la corsa all’accaparramento delle provvidenze e finanziamenti statali ed europei. La tentazione della Lombardia, ma anche del Piemonte, del Veneto, potrebbe essere quella di rivendicare maggiori risorse rispetto al sud, in quanto Regioni maggiormente colpite dal virus. E questo finirebbe per acuire il dislivello e la disuguaglianza tra nord e sud. Addirittura c’è il rischio che vengano dirottati i benefici previsti dal Piano per il Sud, voluto dal ministro Prevenzano. Ricordiamo che tale Piano (60 pagine divise in due parti: una per le azioni immediate, un’altra da realizzare entro il 2030) prevede stanziamenti complessivi per 123 miliardi di euro in 10 anni, di cui il 34% per investimenti costanti in proporzione della popolazione residente e 21 miliardi per il triennio 2020-2023 ( con un incremento del 65% rispetto al triennio 2016-2018). Le priorità di tale Piano prevedono “investimenti nel capitale umano (scuole e ricerca).

Nell’ambito scolastico si prevede, a partire dal prossimo anno scolastico, l’apertura per tutta la giornata, a cominciare dai Comuni dove più alta risulta la dispersione scolastica. Col dopo Covid, tale esigenza aumenta ancora di più, per recuperare il terreno perduto nella formazione scolastica (ridottasi a quella on line) e per rinsaldare la socialità scolastica,bruscamente interrotta in questo frangente pandemico. Naturalmente, i fondi serviranno prioritariamente, anche a rinnovare e adeguare le strutture scolastiche. Vieppiù sarà necessaria, con la pandemia, una rivisitazione della prossemica scolastica (il distanziamento) e per gli adeguamenti fisico-strutturali (classi più piccole e con meno alunni e più aule). Non solo bisognerà confermare l’intero Piano per il Sud, nonostante le mille difficoltà determinate dalla pandemia, ma vale la pena ricordare che dei 38 miliardi di euro non utilizzati, per mancanza di progetti, che l’UE ha promesso di non incamerare, lasciandoli nella disponibilità italiana, ben 22 miliardi sono stanziamenti che il Sud non ha sfruttato. Questi 22 miliardi devono ritornare al sud! La cosa sconcertante è che nessuno, per adesso, sembra preoccuparsi di controllare che non avvengano “scippi” di risorse del sud verso il nord. Se c’è una battaglia (non “guerra”) sacrosanta da condurre è quella di rivendicare che, nella crisi pandemica, oggi più che mai, è necessario che la ripresa tenga conto delle diverse velocità e delle diverse posizioni di partenza, da cui riprenderanno a camminare le Regioni del sud rispetto a quelle del nord. E ciò avverrà non nell’interesse del sud ma nell’interesse dell’intero Paese, che non andrebbe lontano se riprendesse a camminare con una gamba zoppa. Il prete della solidarietà e della lotta per l’uguaglianza, Don Lorenzo Milani, disse: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.

Infine, c’è un’altra cosa che preoccupa: il fatto che, nei confronti e dalle trattative europee, sia scomparsa la considerazione che non c’è solo un problema di solidarietà dei Paesi forti (Germania, Olanda ed altri) verso i Paesi deboli (Italia, Grecia, Spagna ecc.) ma di riequilibrio tra “aree regionali forti” e “aree regionali deboli”. Tutta l’Europa ha questo problema, anche all’interno dei cosiddetti Paesi forti, dove se non c’è una differenza tra nord e sud, ce n’è una tra est ed ovest. Su questa tematica, mi piace ricordare Francesco Compagna, politico repubblicano dei tempi di Ugo La Malfa e che fu il mio professore universitario di Geografia Economica. Avendo io condiviso le sue tesi meridionalistiche, fondate sulla programmazione economica e sulla coniugazione tra “turismo” e “industrializzazione” nel Mezzogiorno, Compagna mi consegnò, per la mia tesi di laurea, al professore Ugo Leone, ambientalista, amico del Circolo Sadoul di Ischia (per conto del quale fu coautore ,con Pietro Greco, del libro “Ischia, Patrimonio dell’Umanità”). Leone fu il relatore della mia tesi su “Turismo e programmazione” e fu allora che imparai l’inganno di chi contrapponeva il nord industriale al sud turistico ( per loro, turismo voleva dire solo pizza, sole e mandolini). Chi, ancora oggi, vuole dividere l’Italia in due, con gratuite distinzioni di funzioni economiche (industrie del nord contro turismo del sud, attivismo settentrionale contro un meridionale passivo accoglimento di turisti) deve sapere l’origine del nome “Italia”. Esso deriva, come testimonia Antioco di Siracusa (V sec. a.C.), dal vocabolo “ Italoi”, termine con il quale i Greci designavano i Vituli, popolazione che abitava nella punta estrema della nostra penisola, corrispondente più o meno all’attuale Calabria. Solo con le vittorie dei Romani, nel secolo III e e successivi, il nome fu esteso gradualmente all’intero stivale. Avete capito, polemisti del nord, avete capito voi giornalisti provocatori Vittorio Feltri e Mario Giordano “ fuori dal coro” per il semplice fatto di essere decisamente stonati? “ Italia” ha origine nell’estremo meridione e solo dopo l’impero romano contribuì ad estenderlo al centro e al nord. Non rivoltate lo stivale, e ai neoborbonici ( che pure hanno buone ragioni storiche) vorrei raccomandare di non spaccare lo stivale, di non raccogliere provocazioni e di non alimentare odi reciproci. L’Italia o è unica o non è, allo stesso modo che l’Europa o è unica e solidale o non è.

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