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LE OPINIONI

IL COMMENTO Politiché? Per pochi e per tutti

DI RAFFAELE MIRELLI

La scrittura è un atto pratico che ha come fine la comunicazione. Comunicare è davvero un compito arduo. Quanti di noi, se acquistano ancora un quotidiano, si rallegrano di poter leggereun pensiero, una visione sulla propria realtà quotidiana? Quanti di noi dicono o pensano: “Che bello oggi compro il giornale e leggo un editoriale in cui si parla di politica ischitana!”. Siamo abituati a considerare la scrittura come un’astrazione praticata da forme di vita aliene: i pensatori, gli intellettuali che – diciamolo chiaramente – per i più non hanno nulla da fare. Allora è facile che si compri il giornale esclusivamente per leggere la pagina sportiva. Molto meglio. Si acquista un quotidiano se – specie in una realtà come la nostra – contiene un articolo riguardante noi, un parente, una figlia, un amico. In questo caso la scrittura ci interessa, ci riguarda. Diventa pratica.

Pratico per la maggioranza significa “fare”, “costruire”, “consumare”. La pratica ha a che fare con il vedere, il possedere qualcosa. Il pensiero non si vede. Eppure, spesso chiediamo a chi ci sta a cuore: “Cosa pensi? Cosa pensi di me?”. Che paradosso.

Torniamo ai quotidiani. Se osserviamo bene la nostra realtà umana, notiamo che le prime pagine espongono spessissimo titoli di tragedie, di scandalo. Chi comprerebbe, infatti, un giornale in cui si titola: “Oggi il tempo è stupendo”. Quanto è bello leggere delle disgrazie altrui, delle malefatte, oppure venire a conoscenza di un segreto che diventa pubblico, che fa scalpore.Il nostro Sud, poi, offre a riguardo moltissimi spunti. Non parliamo poi della “traduzione da social” dei quotidiani, dove si può leggere solo il titolo e interagire, proferire “grandi opinioni” su tutto loscibile, senza nessuna competenza o cognizione di causa. Nell’immaginario collettivo chi scrive non lavora, non ha mai lavorato, solo perché scrive. Non fa una piega: pensare non è un lavoro, studiare non è un lavoro, ditelo ai vostri figli che si formano alle università. Possiamo affermare che si legge quello che ci interessa e – a quanto pare – il nostro territorio, lo spazio pubblico non ci interessano. L’azione politica ci riguarda solo quando possiamo criticare. Per la maggior parte dei cittadini, infatti, essa rappresenta un mondo corrotto, quindi un mondo che non ci riguarda. Noi cittadini siamo sempre buoni, sempre onesti e di fatto rappresentiamo l’eccezione, quella che conferma la regola.

Chi ha il coraggio di pensare a sé stesso come un essere mediocre? Chi tra di noi crede di condurre un’esistenza anonima? E poi la politica è considerata come la pratica della “mariuolizia”, dei danni che siarrecano al popolo, questo popolo vittima delle scelte altrui. Ma chi vota i suoi rappresentanti? Se dovessi annoiarvi con definizioni della parola“politica”, prese in prestito dall’ambito etimologico, dicendovi che significa “l’arte di amministrare, di governare”, non andate oltre, fermatevi pure qui. Ma ricordiamoci che nella parola politica c’è la “città”, c’è il “cittadino”. Ci siamo noi, tutti, buoni e cattivi. Ci siamo mai chiesti alloraperché nascono le città? Perché in esse si costituisce la politica come strumento di gestione? Perché ci ostiniamo a vivere insieme, se siamo tutti dei delinquenti? Chi ce lo fa fare? Non possiamo fondare città in cui ci sono solo le persone a noi care – con le quali litighiamo lo stesso – oppure città “monistiche”? Le città nascono dove vi è la volontà e la necessità: la prima riguarda la forza intrinseca dell’essere umano di organizzarsi, di costruire luoghi in cui le attività umane possano essere svolte al meglio; la seconda riguarda la paura primordiale cui l’essere umano è sottoposto, quindi la difesa dai pericoli. Le città nascono dove concorrono le differenze, le pluralità e queste hanno bisogno di essere strutturate e tutelate. Anzi, le pluralità conservano le città, perché le rendono possibili. Le città sono il luogo in cui differenti richieste vengono portate ad uno status quo. Le città, nel loro dispiegarsi e nelloro costituirsi, rappresentano un dato grado culturale, dove gli amministratori rappresentano il grado culturale della societàche li elegge.

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Gli amministratori ci rappresentano perché sono come noi, incarnano il nostro grado culturale, comunitario, ossia il livello medio di educazione civica verso la proprietà pubblica. In poche parole: se il politico “non è buono!” – cercate di capirmi – vuol dire che anche noi cittadini non “siamo buoni”. Le nostre esigenze, richieste “politiche”esprimono il grado culturale della dei politici, sono la carta d’identità dei nostri luoghi. Esempio: se la nostra priorità è quella di arrivare ovunque con l’auto, è inutile che il politico di turno si batta per la mobilità sostenibile. La maggioranza non lo vuole. Insomma, quello che non vuole la comunità, non può volerlo l’amministratore da solo!

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Senza parlare del fatto che a Ischia non abbiamo un reale intento comune, comunitario: ogni sindaco tende a ingraziarsi i più per sopravvivere.E le necessità primarie? Quelle legate alla catastrofe ambientale in atto?

Ischia ha solo una possibilità politica, di comunità, quella “verde” e “blu”. Noi cittadini dovremmo essere i primi a difendere la natura, la bellezza. Si, perché questa “bellezza” di cui tanto ci vantiamo, è la nostra unica fonte di sostentamento. E noi tutti – politici e cittadini – cosa facciamo per preservarla? Nulla. Il mio monito è quello di invitare noi tutti a determinare le priorità del nostro territorio, nella sua totalità, ossia dell’isola d’Ischia. Proponiamo un sindaco tra i sei che possa rappresentare l’isola fuori dall’isola, al governo. Non è possibile un collegio di sindaci? La “questione verde” non può essere un affare che riguardante solo gli intellettuali. Allora facciamo la politica a scuola, educhiamoci ed educhiamo a questa bellissima attività che racchiude tantissime diramazioni disciplinari.La politica difende la città, la pluralità che ne garantisce la sopravvivenza.

Non votiamo solo per interesse personale, ampliamolo a quello comunitario, decostruiamo la struttura egoistica che ci attanaglia fin dalla nascita.

Secondo voi è il caso di perseguire solo i propri interessi? Non possiamo – noi cittadini – condizionare l’azione politica? Siamo solo in diritto di criticare chi ci amministra? Dire che sono tutti ladri e, quando ci serve un favore ad hoc (devo ottenere un permesso per costruire, per parcheggiare l’auto, devo sistemare mio figlio/a),essere i primi a chiamare “questi ladri”per chiedere il “favore”? Ma chi è davvero il ladro? No, la politica si basa sui diritti di un contratto scritto, vecchio quanto il mondo.Non si basa sui favori. Se perseguiamo la “politica dei favori”, allora faremo bene a tacere e vivere in questa situazione scabrosa, priva di un reale sviluppo condiviso e amorevole per il futuro. Inutile giudicare, non serve a nulla. Parafrasando un vecchio detto:gli stupidi si riuniscono in terra, gli uccelli in cielo.

* FILOSOFO

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