LE OPINIONI

Il commento Quando chiude un imprenditore, non è mai solo un fatto privato

C’è un momento in cui una chiusura smette di essere una notizia economica e diventa una questione collettiva.

La decisione dell’albergatore Celestino Iacono di fermarsi, raccontata nell’intervista che pubblichiamo oggi, è uno di quei momenti.

Perché qui non siamo di fronte al fallimento di un’azienda mal gestita, né a una resa individuale. Siamo di fronte a un imprenditore sano, con un hotel pieno, una storia familiare solida, una reputazione costruita in decenni di lavoro, che sceglie di uscire dal sistema perché continuare non significa più costruire, ma solo resistere.

E questo dovrebbe farci fermare tutti.Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha individuato negli albergatori e negli imprenditori turistici un bersaglio facile: si critica, si giudica, si punta il dito. Si parla di “privilegi”, di “profitti”, di “speculazione”. Ma quasi nessuno racconta cosa accade dietro le quinte.

Non si raccontano i mutui pluridecennali, le stagioni senza orari, le notti passate a fare conti, la responsabilità verso decine di famiglie.
Non si racconta cosa significa lavorare con costi insulari altissimi, stagioni sempre più corte, servizi pubblici inadeguati e una pressione fiscale che spesso sfiora l’insostenibile.

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Non si dice, ad esempio, che una parte enorme dell’IMU — circa il 70% — grava proprio sulle imprese, che finiscono per sostenere servizi di cui beneficia l’intera collettività.
Non si dice che con le tasse pagate dagli imprenditori si finanziano sanità, scuola, welfare, trasporti, assistenza sociale, anche per chi non riesce o non può contribuire allo stesso modo.

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L’impresa, soprattutto in un territorio fragile come Ischia, non è solo un’attività economica.
È presidio sociale, è manutenzione del territorio, è occupazione, è identità.
È, come è stato detto, custodia. Eppure il custode viene trattato sempre più come un soggetto da spremere, non come un alleato da sostenere.

Il racconto di Celestino Iacono ci dice una cosa scomoda: quando un imprenditore smette di investire, rimanda, resiste, e infine si ferma, il problema non è il suo coraggio. Il problema è un sistema che ha smesso di offrire futuro.

La politica locale e sovracomunale non può continuare a ignorare questi segnali silenziosi.
Perché gli imprenditori non scendono in piazza quando chiudono. Non fanno rumore.
Semplicemente spariscono. E il vuoto che lasciano lo si capisce solo dopo.

Se continueranno a uscire dal sistema quelli che hanno storia, cultura d’impresa e legame con il territorio, resterà un’economia senza radici, senza visione, senza anima. Forse funzionerà ancora per un po’. Ma non sarà più Ischia. Questo mio commento non è un atto di difesa corporativa. È un invito alla responsabilità collettiva. Alla politica, perché ascolti prima che sia troppo tardi e trasformi finalmente i piani, i patti e le parole in scelte concrete.
Alla cittadinanza, perché smetta di giudicare senza conoscere e inizi a chiedersi chi reggerà il peso del sistema quando gli ultimi custodi avranno deciso di fermarsi.

Perché un’isola che perde i suoi imprenditori non perde solo posti letto. Perde memoria, dignità e futuro.

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