LE OPINIONI

IL COMMENTO Riaprono le scuole, rincomincia lo stress degli insegnanti

Di Giorgio Di Dio

Con l’inizio dell’anno scolastico ricomincia lo stress degli insegnanti? Le voci sono discordi. C’è chi dice che il mestiere di insegnante è ancora un mestiere comodo, con lunghe ferie e pomeriggi liberi e chi, più vicino al mondo delal scuola , asserisce che questi luoghi comuni devono sparire come un retaggio di antichità oramai non più attuali. Ma cerchiamo di guardare la verità un po’ più da vicino. Insegnare oggi in Italia è un mestiere che richiede sempre più energie emotive, flessibilità e capacità di adattamento. Non si tratta soltanto della difficoltà intrinseca della professione – trasmettere conoscenza, guidare giovani in formazione, costruire un clima di apprendimento positivo – ma anche di un insieme di fattori esterni che stanno progressivamente diventando un peso insostenibile per molti docenti. Alla base del malessere vi è il crescente carico burocratico. Moduli da compilare, piattaforme da aggiornare, scadenze amministrative che si moltiplicano: il lavoro dell’insegnante si allontana dalla sua missione originaria, quella della didattica e della relazione con gli studenti, per trasformarsi sempre più in un intrico di pratiche d’ufficio. Non è raro sentire docenti dire che le ore sottratte alla preparazione delle lezioni e alla correzione dei compiti vengono assorbite da verbali, relazioni, monitoraggi e documentazioni richieste dal sistema scolastico.

A tutto ciò si somma la precarietà lavorativa, che affligge una parte significativa degli insegnanti italiani, spesso costretti a cambiare scuola ogni anno, senza la sicurezza di poter progettare un lungo termine con i propri alunni. È una condizione che logora, perché la continuità didattica viene meno e il docente vive in perenne instabilità, costretto a ricominciare da capo, a inserirsi in team nuovi, ad adattarsi a contesti sconosciuti. Lo stress cumulativo, come definito in diversi studi internazionali, nasce proprio da questa stratificazione di richieste e pressioni: non un unico evento traumatico, ma una somma quotidiana di micro-fattori che, giorno dopo giorno, intaccano la motivazione e la salute psicologica. Non sorprende che molti insegnanti parlino di ansia, insonnia, difficoltà di concentrazione e, nei casi più gravi, veri e propri sintomi di esaurimento. Già prima della pandemia si parlava di “emergenza stress” tra gli insegnanti, ma l’esperienza della didattica a distanza ha aggravato la situazione, imponendo un utilizzo massiccio di strumenti digitali senza un’adeguata formazione né un reale sostegno. Dopo quell’esperienza, molti hanno continuato a percepire il peso di una scuola che chiede sempre di più senza ripristino in termini di serenità e riconoscimento.

Il lavoro dell’insegnante, percepito da molti come una professione privilegiata attraverso il contatto con i giovani e la possibilità di interagire positivamente con le nuove generazioni, nasconde in realtà una fatica profonda e crescente. Se da un lato la maggior parte dei docenti dichiara di essere soddisfatta del rapporto con gli studenti, della possibilità di stimolare la loro curiosità e di seguirne i progressi, dall’altro la quotidianità scolastica è segnata da una pressione continua che rende l’equilibrio personale quasi impossibile da preservare. Il nodo centrale è la burocrazia: registri digitali da aggiornare incessantemente, scadenze per compilazioni e adempimenti, circolari che si moltiplicano di giorno in giorno. Gli insegnanti vivono la sensazione di essere impiegati d’ufficio più che educatori, incastrati in scartoffie che sottraggono tempo ed energie al cuore del loro mestiere: la relazione educativa. Non meno delicato è il rapporto con le famiglie e con i colleghi. Se un tempo l’insegnante godeva di un’autorità riconosciuta, oggi spesso si trova a dover giustificare ogni scelta metodologica, a spiegare continuamente decisioni sui voti, ad affrontare conflittualità che sfociano non di rado in veri scontri verbali. Alla fragilità psicologica degli studenti, che meriterebbe tutta l’attenzione degli adulti, si aggiungono così tensioni con i genitori che percepiscono la scuola come un servizio da rivendicare più che come una comunità da vivere. Altro tema dolente è la relazione con i dirigenti scolastici. Figure chiamate a gestire decine di docenti e migliaia di studenti, spesso con risorse ridotte, finiscono per instaurare rapporti improntati più al controllo che al sostegno. L’insegnante si percepisce così isolato, poco valorizzato, privo di un reale riconoscimento professionale nonostante l’impegno quotidiano.

Colpisce un dato che ricorda un luogo comune: l’esperienza accumulata non riduce lo stress, anzi talvolta lo amplifica. Chi ha trascorso decenni tra i banchi vive oggi una scuola profondamente diversa, con richieste sempre più pressanti, studenti meno motivati, strumenti digitali obbligatori e un sistema educativo che pare chiedere continuamente di “fare di più con meno”. Lo stress degli insegnanti non è solo un problema della categoria: è un tema sociale. Un educatore logorato non può infondere serenità, né costruire un clima davvero favorevole all’apprendimento. Alcuni Paesi hanno iniziato a prevedere sportelli psicologici dedicati agli insegnanti, programmi di sostegnoall’equilibrio vita-lavoro, percorsi di formazione centrati non solo sulle materie, ma anche sulla gestione dello stress e dei conflitti. Sarebbe necessario un ripensamento complessivo del sistema. Snellire le pratiche burocratiche, valorizzare davvero la funzione educativa, garantire stabilità contrattuale e percorsi di supporto psicologico: sono questi gli interventi che potrebbero ridare dignità ed equilibrio a una professione che resta fondamentale per il futuro della società. Il rischio, altrimenti, è che la scuola perda per strada le sue energie migliori: docenti preparati e appassionati che, logorati dallo stress, finiscono per abbassare la qualità del loro insegnamento o addirittura abbandonare la professione.

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Come cittadini, dovremmo tutti interrogarci: che Paese può crescere, se non riesce a prendersi cura di chi forma le nuove generazioni? In Italia si tende ancora a minimizzare. Eppure parliamo di una delle professioni più alto rischio di esaurimento fisico e mentale. Forse è tempo di riconoscere che prendersi cura della scuola significa prendersi cura di chi ci lavora ogni giorno: senza docenti motivati ​​e sereni, qualsiasi progetto di riforma rimane sulla carta.

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2 Commenti

  1. Stress degli insegnanti oppure dei genitori che devono seguire una scuola che non ha né capo né coda?
    Ogni istituto si crea le sue regole con i/le dirigenti che cambiano ogni anno come se fossero delle mutande?

    1. Specifico d’essere una di quelle insegnanti che ha “cambiato mestiere “. Di fatto ho scelto con molta fatica di diventare bibliotecaria con doppio orario e stessa paga! Ora da tempo in pensione non me ne pento anzi… Ho potuto utilizzare l’ultimo periodo della mia carriera per imparare l’uso del computer che, mi ha aiutato a riordinare i miei componimenti in un unico spazio virtuale di cui ancor oggi usufruisco!

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