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LE OPINIONI

IL COMMENTO Ripensare le nostre case…E Non solo

Tra i tanti effetti della pandemia c’è anche quello, importantissimo, della casa entro la quale siamo “costretti” o “desideriamo” abitare. Certamente, il primo pensiero va a chi vive in un ambiente casalingo non idoneo, per spazio, per esposizione, per aria e luce. Ma non c’è solo un problema di disuguaglianza di agio casalingo, che – a ben vedere – non fa che riflettere una disuguaglianza purtroppo storica (e in peggioramento) tra chi ha molto (a volte troppo) e chi ha poco (o quasi nulla). Il problema della casa, in rapporto alla condizione di semi-reclusione da pandemia, riguarda anche le case di gente con tenore di vita medio-alto. E,purtroppo per Ischia, c’è da aggiungere l’annoso e grave problema delle costruzioni abusive. L’edilizia non a norma viene tirata su, generalmente, senza una progettazione razionale. Non c’è né modo né tempo per cucire addosso a coloro che l’abiteranno il vestito edificatorio a misura d’uomo. C’ è una bellissima riflessione del filosofo spagnolo Fernando Savater, in “Le domande della vita” che si riferisce a come l’uomo “abita” il mondo, ma che noi possiamo adattare alla casa. Scrive Savater: “Abitare non vuol dire semplicemente stare <dentro> il mondo come un paio di scarpe dentro una scatola… Abitare il mondo (per noi <la casa>) è <agire> nel mondo”. Poi prosegue spiegando che <agire> significa creare, modificare, modellare. La casa, come il mondo, non è destinata ad essere un contenitore immobile o un immobile contenitore. La casa deve <vivere>, pulsare con noi. Molto bella anche la risposta che dà l’architetto, di fama mondiale, Mario Botta, al giornalista-scrittore Giuseppe Zois (nel libro “Dove abitano le emozioni”- Risposte di Mario Botta e Paolo Crepet): “La storia dell’uomo – dice Botta – è lo specchio anche della sua abitazione… A voler ben guardare, la storia della casa interpreta la storia dell’umanità”.

Con queste premesse, mi è venuto in mente quando, anni fa, nell’ambito del Premio al femminile Vittoria Colonna, il Comitato di gestione (di cui facevo parte, ma di cui l’animatore assoluto era Giovanni D’Amico, Presidente Donata Rizzo) decise di premiare il famoso architetto donna, Gae Aulenti. E ho subito collegato la genialità professionale dell’Aulenti ad una scuola-movimento artistico della prima metà del novecento, che andò sotto il nome di Bauhaus, che fu istituito, in Germania, dal geniale architetto Walter Gropius, nel 1919. Che cosa hanno in comune Gropius ed Aulenti? Hanno in comune l’idea di coniugare design ed architettura, artigianato ed arte, arredamento d’interni e architettura. Ci si avvale, insomma, di tecnologia e cultura. La pandemia, costringendoci a stare a casa, ci costringe a ripensare il modo di abitare. Ovvio che il primo pensiero di chi costruisce un tetto sotto al quale abitare è quello della “sicurezza”. Conosciamo tutti la favola dei tre porcellini: si salva dal lupo solo il porcellino che ha pensato a costruire la casa con solidi mattoni. Eppure, c’è un’ampia parte della odierna società che risulta insofferente al confinamento in casa. E’ come se l’umanità, di tanto in tanto, si ricordasse delle epoche in cui l’uomo non era ancora stanziale e si “muoveva” continuamente per cacciare e pescare. Poi venne l’agricoltura e, con essa, la stanzialità. Ma riemerge di continuo il desiderio di “movimento”, di viaggio, di libertà. Se vogliamo, il “turismo” è la versione moderna di quello che – un tempo – era la “migrazione”. Fin dagli anni 50-60, a Ischia si affermò una forma economica di “integrazione” del reddito familiare, basata sul fitto estivo della casa ai turisti che non era affatto limitato alla seconda o terza casa. Si dava in fitto anche, se non soprattutto, la propria casa abituale, e si andava ad abitare in piccole dependance, magari nel giardino di casa o comunque in alloggi di fortuna. E si stava in quattro, sei, otto familiari, tra genitori,figli,cognati e nonni. Oggi non sarebbe più possibile. Dopo aver conosciuto il benessere, non si sopporterebbe l’angustia di un ambiente affollato ed inidoneo. Come facevano i ragazzi a studiare (eventuali materie da riparare a settembre o per compiti estivi)?. Giocoforza, si imparava ad isolarsi mentalmente dai rumori di casa. Si sviluppava la capacità di estraniamento dal tran tran familiare. Oggi non ne saremmo capaci. Abbiamo bisogno di un nuovo movimento-scuola sul tipo di Bauhaus che trovi un modo di conciliare “libertà” e “abitazione”, cura dello spirito, affinamento della sensibilità e della cultura e “comodità spazio-temporale” tra arredi e struttura della casa. Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio “ uomo-involucro abitativo”.

Voglio riferirvi, al riguardo, il parere di uno dei più importanti psicanalisti italiani dell’età evolutiva, Massimo Ammaniti, che si è posto il problema delle conseguenze della pandemia sulla nostra psiche e ci indica l’unica risposta che possiamo autonomamente darci. Riferisce di una ricerca psichiatrica, pubblicata di recente sulla rivista scientifica Translational Psichiatry, effettuata su cittadini americani e israeliani, dalla quale è emerso che il 48% degli intervistati era fortemente preoccupato non per se stesso ma per eventuali contagi dei propri familiari. Il 22% era in uno stadio di ansia generalizzata, il 16% era in depressione. A ciò, dice Ammaniti, non dobbiamo rispondere necessariamente con psicofarmaci, La soluzione migliore è sviluppare, in ognuno di noi, una maggiore “resilienza”, con una capacità di adattamento alle negatività e controllo delle nostre emozioni. E non è questione di carattere di ciascuno di noi, perché – dice lo psicanalista – la resilienza si può imparare. “Lo si fa (attenzione a queste parole) evitando di irrigidirsi nelle proprie convinzioni ed accettando anche il punto di vista degli altri, senza sentirsene minacciati”. Non dobbiamo cercare sempre e soltanto i motivi che ci dividono e ci fanno schierare in questo o quel gruppo di opinione, ma dobbiamo piuttosto cercare i motivi che ci uniscono. Per finire e per dimostrare come si possono stemperare anche gli argomenti più divisivi, , faremo un esempio drammatico di come ci si può muovere in un ambiente chiuso e costrittivo e come si può affrontare anche un Natale sobrio e a distanza . Ci riferiamo alla vicenda storico-letteraria di Anna Frank e del suo Diario. La famiglia ebrea Frank era perseguitata dai nazisti e, prima di morire ognuno in campi di sterminio diversi (da Birkenau ad Auschwitz, da Buchenwald a Mathausen) Otto Frank (padre di Anna) aveva preparato un nascondiglio nella casa retrostante l’edificio in cui aveva sede la ditta ad Amsterdam. Il rifugio era limitato a 50 mq., nascosto dietro una porta-libreria. La famiglia Frank stette in quel rifugio per oltre due anni, prima di partire ognuno per destinazione di morte diversa.

Anna Frank

Adesso che si parla di “ isolamento”, “costrizione”, “prigione” e “dittatura” desidero riportare alla mente quella che fu davvero un’orrenda dittatura e repressione della libertà (e della vita). Ma, soprattutto, oggi che ci preoccupiamo del Natale “sobrio”, voglio riportare – per voi – un passo dal Diario di Anna Frank, in cui si parla di un Natale trascorso nel rifugio: “Cara Kitty, venerdì sera, per la prima volta nella mia vita, ho ricevuto un regalo per Natale. Le ragazze, avevano preparato un’altra magnifica sorpresa. Miep fece una torta natalizia su cui era scritto <Pace 1944>. Elli ci procurò una libbra di biscottini di qualità prebellica. A Peter, Margot e me toccò una bottiglia di yogurt e ai grandi una bottiglia di birra ciascuno. Tutto era ben impacchettato e su ogni involto era attaccata una figurina, A parte ciò, le feste di Natale sono passate in fretta. La tua Anna”. Se per questo Natale 2020, io e mia moglie non potremo ricongiungerci con mia figlia e le nipoti fuori Regione, rileggerò questa lettera di Anna Frank e, come consiglia Ammaniti, rafforzerò la mia “resilienza”, in attesa di tempi migliori.

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