LE OPINIONI

IL COMMENTO Ritrovare lo spirito del “pescandino”

DI RINO ROMANO

Le riflessioni “a freddo” denotano il pregio di essere più scevre dall’emotività contingente e di “trarre le somme” dei commenti già espressi dagli esperti. Nonché di approfondire, criticamente, i “precedenti storici”. Gli Antichi Romani – pur conoscendo le virtù delle “miracolose acque termali isolane” – temevano la pericolosità sismica, vulcanica, idrogeologica di Pithecusa e ne stavano alla larga.

Dico subito che – senza timori di offendere la memoria delle vittime della tragedia del “Rarone” o essere accusato di “sciacallaggio mediatico” (durante il terremoto del 2017 mi sono astenuto da ogni intervento) – non ho la ricetta, in tasca, per debellare il fenomeno dell’abusivismo del mattone, offrire un’alternativa valida agli sfollati, in tempi rapidi e non proverò a fare la stima dei danni della frana del 26 novembre o dei mancati finanziamenti per prevenire le catastrofi naturali. Nemmeno tenterò di dare una risposta pseudo-demagogica ai tanti casamicciolesi che – guardando al futuro, ora incertissimo – chiedono, col cuore straziato, “cosa ne sarà della nostra comunità”, avremo un ristoro adeguato dallo Stato, torneremo a vivere nelle alture sovrastanti piazza Majo?

Appare ovvio che le famiglie evacuate dalle plaghe a rischio smottamentio terremoti, vadano dislocate in “agglomerati sicuri” già esistenti (sinora non sfruttati integralmente): il Pio Monte della Misericordia, il campo sportivo in località Monte Tabor, il rione degli alloggi popolari di Perrone, ecc. Le chimere, la dietrologia o le analisi moralistiche (evocando le 28.000 istanze, inevase, di sanatoria; oppure lo 0,2% degli abbattimenti di costruzioni illegali, eseguiti, in quattro lustri, esclusivamente su ordine della Magistratura) in questo momento non servono a nulla. Nessuno può mettere peraltro in discussione – come hanno sottolineato pure eminenti giuristi – che alla base della mancata pianificazione, del voto di scambio, dell’anarchia imprenditoriale, della cementificazione indiscriminata, del dissesto del territorio, dei controlli elusi, delle cartografie non aggiornate, riaffiorino in modo ridondante e palese “questioni culturali”, unite all’imperante caos amministrativo. Ben venga una “legge speciale per Ischia” sul riordino dell’assetto urbano e paesaggistico. Nel XXI secolo, non possiamo più permetterci la frammentazione(che tanto irrita il giornalista Bruno Vespa) in 6 centri decisionali, 78 consiglieri municipali, 25 assessori, sei segretari comunali, sei polizie municipali, ecc. Compito non secondario della scuola è di far capire ai bambini che costruire una casa abusiva, ancorchè in aree soggette a franamenti (esponendosi a costi immani per contrastare contenziosi legali, ordini di abbattimento, ricatti elettorali) non conviene. Chi, non è in grado di acquistare regolarmente un fabbricato ad Ischia – essendo impossibile scaricare, all’infinito, blocchi di cemento su un territorio di appena 46 Kmq – deve mettere in preventivo il trasferimento dalla terra natia o rassegnarsi a convivere coi genitori in età adulta.

Jean Jacques Rousseau aveva rielaborato il mito del “buon selvaggio” (l’uomo nasce come animale “buono e pacifico”, poi viene corrotto dal progresso, diventando malvagio). Secondo il filosofo illuminista elvetico, l’essere primitivo incarnava lo spirito dell’autoconservazione, della naturale solidarietà verso i propri simili. Tuttavia, nel 1700, lo sviluppo dell’agricoltura, della metallurgia; l’esaltazione della proprietà privata, crearono le premesse per l’odio tra le classi e le diseguaglianze sociali.

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Rapportando queste considerazioni, ancora attualissime, ai tempi moderni, molti turisti sostengono: il “vero ischitano” (quello che, se ti incontra nei boschi, ti invita a pranzo, nella sua cantina o a bere, gratis, un bicchier di vino, senza conoscerti) si ritrova nelle zone meno “antropizzate”. Forse perché l’isolano in “giacca e cravatta” è troppo preso dalla frenesia di competere con gli antagonisti, arredare le villette con vista panoramica, adulare il potere politico, elevare al massimo il proprio ego?

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Giuseppe D’Ascia, conclude la sua monumentale “Istoria dell’isola d’Ischia” con un epigramma, che rappresenta l’essenza del ragionamento in fieri: “fino alla metà del 1800, la società isolana si basava sul remo e la zappa”, ossia sul sano spirito contadino.

Credo (senza dimenticare l’industria figulina, ad Ischia, il tessuto economico, agli inizi del 1900, si è trasformato da agricolo in turistico) di non far torto all’arguzia dell’illustre notaio foriano, dando un’interpretazione estensiva del concetto testè enunciato. D’Ascia, secondo me, non intendeva dire, semplicisticamente, che – fino a 170 anni fa – una porzione della popolazione locale fosse dedita alla pesca ed un’altra parte all’agricoltura. Bensì che gli isolani, in maggioranza, non erano all’altezza di svolgere “attività specialistiche”. Si arrabattavano alla giornata. Coloro che, quando le condizioni del mare lo consentivano, s’imbarcavano sulle paranze, durante la vendemmia andavano altresì a tagliare i grappoli d’uva. Ma soprattutto curavano l’ambiente, da cui traevano le risorse per vivere. Qualcosa del genere, in tema di “arte di arrangiarsi”, avviene oggi con coloro che mia sorella definisce, ironicamente, “i fraucassisti” (a metà tra “fraucatori” e tassisti). I giovani cioè che, nel periodo estivo fanno i microtassisti. D’inverno si dedicano, invece, ai lavori nel settore edilizio. D’altro canto, non si può negare che, per secoli, le scosse sismiche e la produzione – fiorente proprio a Casamicciola – di metalli, creta, allume, abbiano contribuito ad indebolire la consistenza del sistema roccioso intorno all’Epomeo (l’argilla si estraeva da caverne, scavate nel ventre delle colline). Ma è altrettanto vero che, nel loro piccolo, artigiani, minatori, vignaioli, zappaterra, allevatori, si preoccupavano seriamente di ciò che oggi definiremmo “la bonifica montana”, la cura del sottobosco, l’erosione del suolo, la canalizzazione delle masse liquide. Mediante un uso razionale delle meraviglie, donate a tutti noi dal Padreterno. Per capire come i punti, studiati dalla notte dei tempi, ove devono defluire le acque piovane (dall’alto verso il basso) siano ovunque arcinoti, persino da chi osserva casualmente i luoghi, a occhio nudo, basta scorrere, per conferma, il “PUC preliminare” del Comune Termale: “Le cave Buceto-Pozzillo, Leccie-Fasaniello, CELARIO-Sinigallia, confluiscono in un unico alveo, in località Piazza Bagni, per poi sfociare nel porto di Casamicciola. L’attiguo bacino di Lacco Ameno, da Cava del Monaco s’immette in Cava La Rita, per poi proseguire verso il demanio portuale”.

Cos’è avvenuto dunque, nel volgere di circa 80 anni,che ha spinto gli isolani a sfidare il fato, pensare solo al “Dio denaro”, distruggere il verde, abbandonare le campagne, acquistare fazzoletti di terreno unicamente in funzione speculativa e spingersi – in barba alle leggi ed ai moniti dei nostri antenati – ad edificare mostri di cemento (altro che “abusivismo gentile”!) fin sulla cime delle montagne, occupando spazi prima destinati a coltivazioni, cellai, ruderi, grotte, depositi di attrezzi agricoli, appostamenti venatori?

I dati ufficiali suffragano che, nel 1861 (all’atto dell’Unità d’Italia) la popolazione residente era di appena 23.500 anime. Non si ravvisava, all’epoca, alcuna necessità di “forzare” l’urbanizzazione nelle zone più alte ed impervie, né di realizzare nuove strade carrabili, centinaia di strutture alberghiere o concedere “residenze fasulle”. Mi piace, all’uopo, ricordare le battaglie condotte, insieme agli ambientalisti, col compianto arch. Mario De Cunzo ed il giud. Gianni Lubrano Di Ricco, per impedire che i tanti “sentieri rupestri” (ovvero: gradinate, mulattiere, tratturi, viottoli) di Citronia, Campotese, Santa Maria al Monte, Rarone, Fango, Testaccio, Buonopane, Piano Liguori, ecc. fossero trasformati in sterrati, idonei al passaggio di autovetture. “Se in un’irta area boschiva, riesce ad arrivarci un Bremach (il famigerato furgone a tre ruote, utilizzato per il trasporto di sabbia, cemento, mattoni) è la fine. In pochi giorni, l’abusivismo edilizio impazza” sosteneva l’ex Soprintendente provinciale BB.AA., grazie al quale, oggi, piazza Plebiscito, a Napoli,rappresenta una delle più belle cartoline italiane, anziché il capolinea/parcheggio dei bus cittadini. Col sen. Lubrano (WWF) stilammo addirittura un piano (dai porti di Pozzuoli e Napoli) per monitorare i movimenti delle autobetoniere, che sbarcavano ad Ischia ed dei tir che trasportavano, dal continente, i laterizi. Atteso che il calcestruzzo è un prodotto deperibile e non può essere stoccato, per lungo tempo.

Ho ascoltato le dotte dissertazioni di quanti – richiamando persino le mappe del Cartaro della fine del 1500 – negherebbero strette correlazioni tra la folle espansione edilizia (indiscutibilmente avvenuta a cavallo coi condoni del 1985, 1994, 2003) ed i dodici morti del 26.11.2022. Purtroppo, l’onestà intellettuale ci impone di ribadire il contrario: caseggiati, benchè condonati, in zone del genere, non dovevano essere costruiti e non potranno più essere abitati. Cosa pensate che siano diventati, nel tempo, i ruderi, le baracche, i tuguri, gli scantinati, le “cisterne interrate” (via Celario deriva da “cellaio”: cantina) del “Rarone”? Le villette distrutte dalla terribile frana di un mese fa. I 15 morti del nubifragio del 1910, furono dovuti ai ritardi nei soccorsi, con l’uso delle tecnologie disponibili 112 anni fa e si registrarono tra piazza Bagni, Lacco Ameno, Forio. Mentre le vittime del 26 novembre risultano concentrate in un coacervo ben più ristretto, che doveva restare “una grande macchia verde”.

“E’ utopistico, al di là del rischio idrogeologico, pensare ad una soluzione alternativa alla delocalizzazione nell’area (circa un Kmq) dell’epicentro dei terremoti del 1883, 2017” ha affermato il prof. Giuseppe Luongo, vulcanologo di fama mondiale, ex senatore e profondo conoscitore della realtà dei Campi Flegrei. Così come traspare altrettanto inverosimile ipotizzare un indennizzo (questa è la domanda più frequente che mi viene posta dagli sfollati di Casamicciola) per le abitazioni private non totalmente legali. Diciamolo chiaramente: se una normativa “di cieca clemenza” dovesse sancire un ristoro anche per gli insediamenti abusivi, sarebbe “scomunicata” dalla Corte Costituzionale o dalle Istituzioni Europee. Per rialzarci e guardare, con ottimismo, al domani, dobbiamo fare autocritica. Rispolverare l’anima del “pescandino” (a metà tra pescatore e contadino o del “buon selvaggio”, come diceva Rousseau) pur senza illuderci di prospettare un futuro non orientato ad un “turismo selettivo” ed al rilancio delle terapie idro-termali. Fondato sulla qualità dei servizi, dell’aria, del mare, dell’ambiente.

* PRESIDENTE PAN ASSOVERDI

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