LE OPINIONI

IL COMMENTO Se per essere “smart” rinunciamo alla privacy

Viviamo in un epoca di grandi possibilità per l’uomo, grazie alla massiccia disponibilità di attrezzature digitali, della ‘smartizzazione’ di ogni mezzo che occorre per la ormai tumultuosa ed affascinante vita moderna. Disponiamo di televisori smart che vanno in streaming, che si adattano a monitor per foto e cortometraggi, si trasformano in computer con i conseguenti collegamenti in rete, di smartphone con cui svolgiamo innumerevoli operazioni oltre che a telefonarci, piccoli smart robot che consultiamo per attingere ogni informazione verbale. La maggior parte di questi ‘servizi’ messi a disposizione sono gratuiti, come ad esempio: il tempo metereologico, i voli da prendere, gli oggetti che vogliamo conoscere, i ristoranti che intendiamo prenotare, e tantissime altre occasioni offerte. Gli stessi comodissimi whatsapp, messanger o telegram, come le app Google, You Tube, ci danno servizi utilissimi sostanzialmente gratis; stessa cosa vale per Twitter, Facebook o Instagram. Ma occorre sapere che tutte queste gratuità noi le paghiamo caramente, al prezzo di rinuncia alla privacy per qualsiasi cosa diciamo, scriviamo e facciamo.

La migliore delle ipotesi è che i nostri dati li utilizzino per conoscere i nostri gusti e comportamenti, e vendano i dati alle Compagnie commerciali per azioni mirate alla vendita; ma la pericolosità risiede in tante altre occasioni per loro, nel vendere i file della nostra voce, degli amici che frequentiamo, dove ci rechiamo, sapere delle nostre malattie: insomma chi siamo in ogni risvolto che riguarda la sacralità della nostra libertà e vita personale. Come si sa neanche lo Stato, per legge, può impossessarsi legalmente di ogni informazione che ci riguarda, ma la novità che sfugge alla maggior parte di noi, ormai aziende potentissime private, la cui responsabilità non è normata, lo fanno senza limiti veri. Insomma siamo generalmente imprigionati da poteri feudali senza rendercene conto; guidati e controllati inconsapevolmente.

È davvero singolare che le autorità politiche parlino spesso di come tassare questi colossi della rete, ma a nessuno viene mai in mente di come regolare la privacy delle persone, come regolamentare utilizzo dei dati, come penalizzare coloro che consentono informazioni deviate, linguaggi violenti e minacce via web. Non ci si preoccupa neanche di regolamentare il funzionamento del rapporto tra cittadino e queste imprese. La situazione in questo momento, se volessimo applicarlo a banche, assicurazioni e contratti di servizi, è come se l’erogazione di questi servizi non venissero codificate in ogni dettaglio: dei diritti e doveri tra utente ed aziende. Ma se ci pensiamo bene, gran parte delle forze politiche non aprono alcuna riflessione su questo tema di civiltà e di garanzie, in oggettivo comportamento collusivo, in quanto loro stessi si avvantaggiano di questi ‘buchi’ di Stato di Diritto. Come si sa, loro stessi, o comunque gran parte del sistema politico odierno, spesso utilizzano queste informazioni e talvolta persino le distorcono con le loro piattaforme digitali. Se le cose stanno così, è il caso di dire: cittadini, è l’ora di rivedere l’ordine delle cose, in un mondo completamente diverso dalla realtà passata!

* GIA’ SEGRETARIO GENERALE DELLA CISL

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