LE OPINIONI

IL COMMENTO Siamo isole, piccole e fragili

DI RAFFAELE MIRELLI

Un febbraio strano ci consegna pian piano alla primavera. La nostra nazione si china al volere di imprenditorie sempre più forti e capaci di monopolizzare le politiche, i mercati e i bisogni. Non siamo più liberi di creare nuovi spazi identitari, siamo ricaduti in un calderone ricolmo di acqua stagnante. Facciamo silenzio, non per volontà, nemmeno per poca forza, lo facciamo perché siamo ormai addomesticati al mercato dell’essere ciò che ci dicono di essere. La volontà è stata barattata per un leasing auto, per un finanziamento a tasso agevolato, per un assegno familiare che ci mette a tacere. Siamo italiani, messi all’angolo dal malgoverno, dalla politica degli interessi monocratici. Purtroppo, una politica – questa – che ormai da decenni affligge tutti. La paura ci immobilizza e non riusciamo a trovare la coesione sociale per alzare la voce, per mobilitarci collettivamente. Anche gli appelli continui, le riflessioni alzate sui giornali cadono nel vuoto. La riflessione vien vista come una mera lamentela e le prospettive critiche suonano ai più come obsolete e altezzose. Non si riesce a creare altro che un incitamento alla “guerra” tra poveri, invece di sortire il risultato opposto.

Se il fondamento di uno stato deve essere “potenziare l’individuo”, ossia renderlo capace di spiegare le sue abilità acquisite in una società che ne beneficia, beh allora oggi possiamo affermare di trovarci nell’esatto contrario: l’individuo resta isolato, relegato al suo pensiero diffidente, di ribellione e ne viene deriso da chi – per forza di convenienza – “serve” il suo padrone. Eppure anche quelli più sconsiderati conoscono la cosiddetta dialettica schiavo-padrone. Teorizzata da Hegel, filosofo tedesco, il quale affermava che anche il padrone, nella ripetizione di una routine, perde la sua indipendenza. Cosicché, alla rivolta dello schiavo, resta solo e non è più in grado di autogovernarsi. È vero, ma Hegel non aveva calcolato che di schiavi ve ne sono a migliaia, tutti pronti a difendere la propria esistenza, nel senso più aberrante del termine, tutti pronti a seguire e servire il nuovo padrone. La prostituzione individuale per la sopravvivenza è un fatto atavico. Nell’era dei social lo è ancor di più. I rincari evidenti degli ultimi anni, le ripercussioni della pandemia segnano solchi di povertà per le classi meno agiate in modo molto evidente. Ma la povertà odierna non è la povertà di chi non ha, è invece un addomesticare al debito, educare all’assenza di richieste, di diritti autentici da parte dei cittadini. Ma non ce ne accorgiamo. Siamo figli di una politica che vale ottanta euro – il famoso aumento in busta paga che il governo Renzi sbandierò come rivoluzione sociale – siamo poi i ladri del reddito di cittadinanza. 

L’Italia fallisce nel sociale, eccelle nell’individualità. Il mondo digitale offre risorse per emergere in qualsiasi momento, ma ancor di più rende vane le pretese di contenuti che non siano stati tradotti al nuovo lessico digitale. Viviamo una nuova era, dove si parla una stessa lingua comune a tutti, ma non ne comprendiamo il significato. Siamo analfabeti sociali. E non c’è dottrina, ideologia, filosofia o religione che tenga. C’è chi parla di quarta, quinta rivoluzione – beati gli spiriti analitici! – chi invece si dimena per negarle, la sostanza cambia poco. Barattiamo la nostra esistenza per un materialismo asfissiante, per identità fasulle che ci annegano. Questa realtà fa paura. Le enormi difficoltà appena elencate ci spingono verso una crescita esponenziale di individui soli, isolati e che non riescono a trovare aiuto, ristoro. E mentre fuori il sole splende, cerchiamo rime per l’oscurità, strategie per combattere i mulini a vento, senza comprendere che il nostro malessere dipende dalla società in cui abitiamo, dalle rinunce quotidiane e dalle rese. C’è chi decide per noi con quale grado di sofferenza e degrado vivere il nostro tempo. Restiamo pessimisti nel pensiero, ma ottimisti nell’azione. Non possiamo arrenderci tutti e i tempi oscuri sono forieri di grandi rivoluzioni, di crescite culturali necessarie. Dovremmo allora spegnere i telefoni e accendere gli occhi, riportali al presente. Senza vista, sguardi, la connessione reale non ha motivo d’essere. Siamo piccole isole, sempre più fragili.

* FILOSOFO

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